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L’usufrutto legale

L’usufrutto legale è previsto dall’art. 324 del codice civile, ed è il diritto spettante ai genitori, esercenti la responsabilità genitoriale, di utilizzare e fruire dei beni del minore, fino a che il minore medesimo non abbia compiuto la maggiore età.

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Che funzione ha l’usufrutto legale?

La funzione dell’usufrutto legale è strettamente legata alla protezione degli interessi della famiglia, ancor prima del minore, infatti, i frutti percepiti dovranno essere utilizzati in funzione di un più generale interesse della famiglia: tale concezione è da ravvisarsi nel dovere di solidarietà tra consanguinei, riscontrabile anche nell’art. 315 – bis c.c., secondo cui anche il figlio che conviva con la famiglia, deve contribuire al sostentamento della stessa.

Il minore ha capacità di agire?

La capacità di agire, e quindi, l’idoneità di un soggetto a compiere atti giuridici, si acquisisce con il compimento del diciottesimo anno di età, e, pertanto, prima di tale evento, il minore non può validamente compiere un atto dispositivo del proprio patrimonio, in quanto ritenuto dall’ordinamento non ancora “maturo” per comprendere la portata di tali atti giuridici. Pertanto, tali atti verranno compiuti in nome e per conto del minore dai genitori che ne esercitano la responsabilità genitoriale, debitamente autorizzati dal Tribunale competente.

Che differenza c’è con l’usufrutto ordinario?

In primo luogo, la differenza consiste nell’ampiezza dei poteri connessi al diritto, in quanto i genitori, usufruttuari legali, devono amministrare i beni, e i frutti ritratti devono essere utilizzati per i bisogni del nucleo familiare. Inoltre, tra le facoltà connesse all’usufrutto legale, vi è la facoltà di modificarne la destinazione, facoltà non ammessa per quanto riguarda l’usufrutto ordinario, e infine mentre l’usufrutto ordinario “segue” il bene, e la sue vicende sono insensibili a quelle della nuda proprietà, l’usufrutto legale è legato alla proprietà del minore, e, pertanto esiste fin tanto che il minore è proprietario. Il minore, comunque, debitamente rappresentato, e autorizzato dal Tribunale, può sempre cedere sia l’intera proprietà, sia la sola nuda proprietà degli immobili di cui è proprietario.

I genitori possono cedere l’usufrutto legale?

No, non è possibile, e, per come detto, solo il Tribunale può eventualmente autorizzare i genitori a cedere, in nome e per conto del minore la proprietà dell’immobile, o l’usufrutto “ordinario”.

Ho molti debiti, e sono usufruttuario legale di un bene di mio figlio, i miei creditori possono ipotecare tale bene?

No, i creditori personali del genitore, possono solo aggredire i frutti, come ad esempio i canoni di locazione incassati dai genitori, e solo se i debiti sono contratti per scopi inerenti i bisogni della famiglia. I creditori personali del genitore, inoltre, non possono ipotecare il bene di proprietà del minore, proprio perché i genitori non ne sono proprietari, ma solo “gestori”. Pertanto, qualora uno dei genitori avesse problematiche finanziarie, derivanti da un’attività in proprio, i frutti dei beni del minore, non sono aggredibili.

I frutti non utilizzati da parte del genitore vanno restituiti al figlio al compimento della maggiore età?

In linea generale no, i frutti non utilizzati da parte dei genitori, continuano ad essere patrimonio dei medesimi genitori, pur non perdendo il “vincolo di destinazione” impresso per Legge dalla natura dal bene da cui derivano. In un unico caso i genitori, o il genitore superstite, sono tenuti alla restituzione di tali frutti, ovvero quando essi contraggano un nuovo matrimonio. Lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio, infatti, fa venire meno il preminente bisogno della famiglia, e tali frutti, non consumati, verranno restituiti al figlio, ormai divenuto maggiorenne, il quale li potrà destinare e utilizzare a proprio piacimento.

L’usufrutto legale spetta anche sui beni del minore adottato?

Pur in caso di adozione “legittimante”, i genitori non hanno sui beni del minore l’usufrutto legale, e, pur ritraendo i frutti dei beni, sono tenuti a utilizzarli esclusivamente per la cura del minore e non in generale nell’interesse della famiglia. Tale disciplina, sancita dall’art. 48 co. 3 della L. 184/1983, è quindi più restrittiva rispetto a quella del codice civile, che prevede il reimpiego delle somme nell’interesse del nucleo familiare, e ciò in funzione di maggior tutela del patrimonio del minore adottato.

Quali poteri hanno i genitori in caso di usufrutto legale?

I genitori, esercenti la responsabilità genitoriale, quali usufruttuari legali, possono compiere atti in nome e per conto del minore, purché debitamente autorizzati. Differentemente da chi è usufruttuario, i genitori usufruttuari legali, se ravvisano l’interesse del minore, possono persino cambiare la destinazione del bene, circostanza che distingue nettamente la figura dell’usufruttuario ordinario, a cui è precluso qualsiasi cambio di destinazione e funzionalità del bene stesso.

L’usufrutto legale si estende a tutti i beni del minore?

Detto usufrutto, pur trovando fonte nella Legge, non si estende a tutte le proprietà del minore, ma solo ai beni corporali, ovvero ai beni che possano essere oggetto di possesso. Non rientrano, quindi, nel perimetro gestorio dell’usufrutto legale i diritti di credito, e oltre a questi, i beni indicati nel terzo comma dell’art. 324 c.c., ovvero quelli acquistati con i proventi dell’attività lavorativa del minore, i beni ricevuti in dono per intraprendere una professione (si pensi a un legato testamentario avente a oggetto un ufficio), o i beni per i quali il donante abbia effettuato la donazione con l’espressa esclusione dell’usufrutto legale dei genitori.

Cosa accade se il patrimonio del minore è male amministrato?

Nell’amministrazione dei beni del minore, i genitori sono sottoposti alla vigilanza del Tribunale, il che implica che non possono compiere atti di amministrazione se non previa autorizzazione del Tribunale stesso, e, qualora compiano atti di amministrazione in pregiudizio delle ragione del minore, possono essere privati sia dell’amministrazione dei beni, sia, nei casi più gravi dello stesso usufrutto legale. Qualora entrambi vengano rimossi dall’amministrazione, il minore non potrà gestire i beni di proprietà in proprio, in quanto incapace d’agire, e il Tribunale nominerà ai sensi dell’art. 334 c.c. un curatore, che, fino alla maggiore età del minore, avrà l’obbligo di amministrare i beni nell’interesse del minore stesso.

L’acquisto di un immobile a favore di un figlio minorenne

Nella mia attività professionale spesso mi viene chiesto un consiglio in riferimento all’acquisto di un immobile a favore del figlio minore di età. In questo breve articolo approfondiremo l’opportunità di effettuare un’operazione giuridico-economica così delineata.

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Un minore può rendersi acquirente di un immobile?

La risposta è positiva, tuttavia, i genitori dovranno avviare un procedimento di volontaria giurisdizione al fine di ottenere l’autorizzazione del Giudice Tutelare presso il Tribunale competente. Il minore, infatti, fino al compimento del 18° anno di età, è privo della capacità di agire e il Giudice Tutelare è l’organo preposto proprio a tutelare i suoi interessi economici. Il Giudice Tutelare, del luogo di residenza del minore, autorizzerà infatti l’acquisto solo se ritenuto vantaggioso per il minore.

Compravendita o donazione?

Il Giudice Tutelare autorizza il minore all’acquisto di un immobile (a titolo oneroso o donativo) solo quando tale negozio sia per lui vantaggioso. Generalmente questa circostanza si verifica quando l’immobile viene donato al minore. La donazione può essere diretta o indiretta. La donazione è diretta quando l’immobile è già di proprietà del donante. La donazione è indiretta quando l’immobile è di terzi e l’acquisto viene pagato con provvista del donante. Non è da escludere la possibilità che il minore venga autorizzato ad acquistare un immobile con provvista propria precisando, tuttavia, che in concreto tale fattispecie si può verificare solo in rarissimi casi e sempre che sia di effettivo vantaggio per il minore.

Il minore può fare un mutuo ipotecario per acquistare un immobile?

In termini astratti e tecnici il minore può fare un mutuo per acquistare un immobile e, se del caso, questo può essere garantito da ipoteca. Resta inteso che i genitori dovranno essere autorizzati dal Giudice Tutelare il quale valuterà la convenienza per il minore dell’operazione. In termini pratici, è difficile che un Giudice Tutelare possa autorizzare l’indebitamento di un minore in quanto sono rari i casi in cui possa individuarsi un vantaggio per lui a stipulare un contratto di mutuo ipotecario finalizzato all’acquisto di un immobile. Una fattispecie più probabile si verifica quando l’acquisto viene fatto dal minore con un mutuo ove i soggetti mutuatari sono rappresentati dai genitori e il minore interviene, debitamente rappresentato e autorizzato, al solo fine di concedere la garanzia ipotecaria (c.d. terzo datore di ipoteca).

Perché, di solito, ritengo non opportuno far acquistare un immobile al figlio minore?

I numerosi utenti che si rivolgono a me per ricevere un parere circa l’acquisto di un immobile in favore del figlio, di solito, desistono di fronte alle mie obiezioni. In primo luogo va compreso che i denari usati e donati per far acquistare un immobile al figlio minore sono di fatto “persi” o più correttamente diventano di proprietà del figlio. Pertanto, qualora dopo l’acquisto si volesse vendere l’immobile e il figlio fosse ancora minore, la vendita dovrà essere autorizzata dal Giudice Tutelare il quale è obbligato a ordinare il reimpiego del prezzo incassato sempre a favore del minore (di solito viene ordinato di acquistare titoli di Stato a basso rischio). Nel diverso caso ove il figlio fosse diventato maggiorenne non è così scontato che intenda sottostare alle indicazioni dei genitori.

In secondo luogo, noi genitori auspichiamo che i nostri figli diventino da adulti sani, forti e responsabili e, purtroppo, non sempre questo accade. Nella malaugurata ipotesi in cui i nostri figli avessero eventuali “incidenti di percorso” avremmo riposto male la nostra fiducia e ci potremmo pentire di aver investito delle somme a loro favore. In altri termini, ritengo che i nostri figli ci debbano dimostrare di meritarsi una donazione così importante e ciò può avvenire solo con il tempo e al raggiungimento della maturità culturale, economica e sociale.

Conclusioni

In astratto, è possibile quindi far acquistare al figlio minore un immobile, tuttavia, è necessario valutare tale possibilità solo nel caso vi sia la consapevolezza di effettuare davvero una donazione e accettando il rischio che il figlio non assuma, durante la crescita, atteggiamenti tali da indurre il genitore donante al pentimento. In termini assoluti si sconsiglia, anche per i profili di illiceità, l’acquisto di un immobile da parte di un figlio minore quando la ragione dell’operazione risiede nel solo fatto di voler mettere al riparo il bene acquistato da eventuali creditori.

La separazione dei beni

Il regime della comunione legale dei beni è, oggi, il regime ordinario a cui sono sottoposti gli acquisti da parte dei coniugi durante il matrimonio. Non è – tuttavia – sempre stato così, infatti, sulla scorta delle grandi riforme degli anni ’70, in tema di aborto e divorzio, la riforma del diritto di famiglia (L. 151/1975) ha previsto all’art. 228 comma 1 e 2 che: “Le famiglie già costituite alla data di entrata in vigore della legge, decorso il termine di due anni dalla detta data, sono assoggettate al regime della comunione legale per i beni acquistati successivamente alla data (di entrata in vigore) della medesima”.

separazione dei beni vantaggi
Tale innovazione ha consentito, all’epoca, e consente tutt’oggi, al coniuge, considerato parte “debole” economicamente, di far propri in comunione gli acquisti effettuati dall’altro coniuge non in sua presenza.
Pertanto, oggi, in assenza di apposita opzione all’atto della celebrazione del matrimonio o successivamente per tramite di atto pubblico notarile i coniugi si trovano in comunione dei beni.

Mi sono sposato nel 1973, all’epoca vigeva il regime della separazione dei beni, ora in che regime mi trovo?

La l. 151/1975 prevede, sul punto, che “a meno che […] uno dei coniugi non manifesti volontà contraria in un atto ricevuto da notaio o dall’ufficiale dello stato civile del luogo in cui fu celebrato il matrimonio […] le famiglie già costituite alla data di entrata in vigore della Legge (15 gennaio 1978 ndr.) sono assoggettate al regime della comunione legale”. Pertanto, in assenza di apposita opzione o convenzione, i coniugi pur sposati antecedentemente all’entrata in vigore della Legge 151/1975 che prevede il regime della comunione legale come ordinario, oggi sono comunque ad essa assoggettati.

Un coniuge in comunione legale dei beni può acquistare un bene da solo, senza che il coniuge presenzi all’atto?

Certo. Il regime della comunione legale dei beni si differenzia, infatti, dalla separazione dei beni proprio per questo motivo, in quanto, ai sensi dell’art. 177 c.c. cadono in comunione legale tutti gli acquisti compiuti dai coniugi, anche separatamente, durante il matrimonio.

Quali sono le differenze con la comunione legale dei beni?

La differenza tra separazione dei beni e comunione legale dei beni si coniuga in relazione all’aspetto acquisitivo e gestorio dei beni stessi. In primo luogo, i coniugi che si trovano in separazione dei beni, fanno propri ai sensi dell’art. 215 c.c. la titolarità dei beni acquistati separatamente e, conseguentemente, ciascun coniuge ha il godimento e l’amministrazione dei beni così acquistati.
Invece, se i coniugi si trovano in comunione legale dei beni, l’amministrazione sarà affidata a entrambi, e salvi limitati casi, un coniuge da solo non potrà, senza il consenso dell’altro, procedere con atti di straordinaria amministrazione.

È possibile, pur trovandosi in comunione legale dei beni acquistare un bene come personale?

Certo, ma ne devono ricorrere i presupposti. Non è infatti possibile escludere un singolo bene dalla comunione legale, con la semplice manifestazione volontà dei coniugi, ma è necessario che il coniuge che intenda acquistare il bene come personale dichiari che esso viene acquistato con il prezzo del trasferimento di beni personali o col loro scambio: quindi il bene acquistato va pagato, ad esempio, con denari ereditari o donati da parte di terzi o con i proventi della vendita di un bene acquistato prima del matrimonio o acquistato, a sua volta, come bene personale.
Di detta circostanza il coniuge dovrà prenderne atto dichiarandone la veridicità in seno all’atto notarile di acquisto e ciò ai sensi dell’art. 179 co.1 lett. f) c.c.. È comunque opportuno che, all’atto dell’acquisto i coniugi che intendessero, ricorrendone i presupposti, escludere un bene dalla comunione legale chiedano un apposito parere sulla fattibilità dell’esclusione al proprio Notaio di fiducia. 

Com’è possibile optare per l’applicazione del regime della separazione dei beni?

È possibile scegliere il regime della separazione dei beni già al momento del matrimonio con apposita dichiarazione di opzione resa all’ufficiale celebrante il matrimonio, per il matrimonio civile, o al ministro di culto, che all’uopo, provvederà a trasmettere all’ufficio di stato civile il relativo atto di matrimonio corredato di detta annotazione. In alternativa, a pena di nullità la convenzione deve rivestire la forma dell’atto pubblico notarile in presenza dei testimoni.

Ho contratto matrimonio all’estero, cosa devo fare per stipulare una separazione dei beni?

Nella prassi notarile è frequente constatare la richiesta da parte del cittadino di trascrivere in Italia un matrimonio contratto all’estero, o di annotare alla trascrizione dello stesso una convenzione matrimoniale. Nessun problema si pone comunque per i cittadini italiani che abbiano contratto matrimonio all’estero, in quanto gli artt. 63 comma 2 lett. c) e 69 del d.p.r. 396/2000 ne prevedono la trascrizione presso i Registri dello Stato Civile. A seguito di ciò si potrà procedere con relativa convenzione matrimoniale a mezzo di atto notarile, optando per l’applicazione ai propri rapporti patrimoniali del regime della separazione dei beni.

Sono un cittadino straniero, e sono ora residente in Italia, vorrei comprare casa ma mi trovo in regime di comunione legale dei beni. Cosa posso fare?

Fino al 1° aprile 2001, data di entrata in vigore del d.p.r. n. 396/2000, la trascrizione di tale matrimonio contratto all’estero non era consentita. Attualmente, invece, l’art. 19 del citato d.p.r. stabilisce che “su richiesta dei cittadini stranieri residenti in Italia possono essere trascritti, nel Comune ove essi risiedono”, gli atti dello stato civile (e tra questi rientra il matrimonio) che li riguardano, formati all’estero[1]. Pertanto, sarà sufficiente contattare il proprio Notaio di fiducia e produrre il certificato di trascrizione nei Registri di Stato Civile italiani del matrimonio contratto all’estero, procedendo quindi con la relativa convenzione matrimoniale.

Siamo cittadini stranieri, residenti all’estero, e vorremmo acquistare una casa in Italia. Possiamo stipulare una convenzione matrimoniale in Italia per regolare il nostro acquisto?

No. Non c’è alcuna possibilità che due stranieri, sposati all’estero e residenti all’estero, possano accedere al sistema di pubblicità presso i registri dello stato civile italiano, essendo a loro preclusa la possibilità di trascrivere l’atto di matrimonio, stante la lettera dell’art. 19 O.S.C.

Qual è la forma di pubblicità della separazione dei beni?

Con la riforma del diritto di famiglia, la pubblicità in tema di rapporti patrimoniali dei coniugi si articola in una duplice forma: l’annotazione della convenzione di separazione a margine dell’atto di matrimonio, effettuata a cura del Notaio presso il Comune ove il matrimonio è stato celebrato, e la trascrizione nei Registri Immobiliari. L’opponibilità ai terzi si ottiene con l’annotazione a margine dell’atto di matrimonio, che, quindi, ha funzione dichiarativa, mentre, invece, la trascrizione nei Registri Immobiliari ha funzione di semplice pubblicità notizia. Mentre l’annotazione è un obbligo professionale del Notaio rogante, l’opportunità della trascrizione andrà valutata dal Notaio caso per caso.

Quali sono i vantaggi del regime di separazione dei beni?

Il regime più conveniente è quello della separazione dei beni come regolato dagli artt. 179 e ss. c.c., che consente maggiore flessibilità negli acquisti immobiliari. Infatti, i coniugi in comunione legale dei beni non possono non acquistare unitamente, in quote indivise, e ciò comporta, ad esempio, che i coniugi potranno acquistare un’unica prima casa di abitazione. Nel caso opposto, ovvero quello della separazione dei beni – invece – i coniugi potranno decidere, qualora ne ricorrano i presupposti di acquistare due diverse case di abitazione, invocando per ciascuna di esse i benefici fiscali c.d. “prima casa”, con applicazione dell’aliquota agevolata.

Che costi ha la convenzione matrimoniale di separazione dei beni?

Il costo della convenzione matrimoniale ammonta a 45 euro, a titolo di imposta di bollo, 200 euro a titolo di imposta di Registro e 4,60 euro quale tassa d’archivio. Qualora si proceda anche alla trascrizione della convenzione matrimoniale nei Registri Immobiliari il bollo è dovuto nella misura di 155 euro, e sarà dovuta anche l’imposta ipotecaria nella misura di 200 euro e i diritti di trascrizione di 35 euro. L’onorario notarile, naturalmente, varia a seconda della tipologia di consulenza resa alle parti, oltre che alla tipologia di forma pubblicitaria eseguita.

[1]M. Mazzotta, Brevi note sulla trascrizione nei registri dello stato civile dei matrimoni contratti all’estero, in Riv.Not. n. 4/’10, p. 1112 e ss

Vincolo di destinazione: caratteristiche e differenze con il trust

Definizione di vincolo di destinazione

L’art. 2645-ter codice civile, introdotto dall’art. 39-novies, comma 1, D.L. n. 273/2005, convertito con modificazioni dalla Legge n. 51/2006, consente la trascrizione di un atto pubblico attraverso il quale determinati beni immobili e/o mobili iscritti in pubblici registri vengono destinati alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela, per una durata non superiore a novant’anni o per la durata della vita della persona fisica beneficiaria.

vincolo di destinazione

I vincoli di destinazione, pertanto, possono essere definiti come atti di disposizione del proprio patrimonio con cui è possibile separarne una parte, destinando alcuni beni alla realizzazione di scopi appunto meritevoli di tutela e in favore di determinati soggetti beneficiari.

Quali sono gli effetti e come funziona?

Una delle caratteristiche principali del vincolo di destinazione è l’effetto segregativo ed al contempo protettivo, ossia la separazione dei beni vincolati dagli altri beni del disponente, con conseguente impossibilità per i creditori del disponente di soddisfarsi su di essi. Il patrimonio vincolato diviene così una massa separata (ed al contempo protetta) rispetto al restante patrimonio del disponente e la trascrizione del relativo negozio costitutivo nei pubblici registri rende opponibile ai terzi il vincolo di destinazione. In merito al su descritto effetto, tuttavia, va evidenziato come il nostro legislatore abbia anche delineato specifiche situazioni che non è possibile proteggere, cioè per le quali il vincolo di destinazione non può essere utilizzato, quali ad esempio gli atti soggetti all’azione revocatoria ordinaria (art. 2901 codice civile) o fallimentare (artt. 64 e 67 R.D. 267/1942).

Secondo alcuni autori, l’art. 2645-ter ha introdotto un nuovo negozio giuridico di destinazione puro, la cui causa è rappresentata dalla volontà destinatoria del disponente, sorretta dalla meritevolezza degli interessi. Altri autori, invece, sostengono che, dalla collocazione della disposizione in esame fra le norme del codice civile sulla pubblicità, si desumerebbe che il legislatore non abbia inteso elaborare una nuova tipologia negoziale, bensì solo una norma sugli effetti. Gli interessi meritevoli di tutela sono quelli riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, ad enti o persone fisiche e la loro natura è, quindi, di tipo solidale; ciò detto, perché il vincolo di destinazione sia legittimo, non è sufficiente la liceità dello scopo, ma occorre la sussistenza di un interesse altruistico da realizzare.

È possibile che l’atto di destinazione produca anche un effetto traslativo: il disponente può nominare un gestore del vincolo (figura di cui si leggerà infra), in favore del quale può anche disporre il trasferimento della titolarità dei diritti vincolati, al fine di perseguire gli scopi del vincolo e amministrare i beni segregati.

Quali soggetti sono coinvolti?

Il conferente o disponente è colui che ha la proprietà dei beni e che dispone la loro destinazione nel vincolo. Il beneficiario è il soggetto in favore del quale viene effettuata la destinazione e che, appunto, beneficia dei risultati della realizzazione degli interessi meritevoli di tutela. Infine, c’è la figura (eventuale) del gestore o attuatore del vincolo, che viene nominato dal conferente per amministrare il vincolo e gestire i beni vincolati, sempre ed esclusivamente per la realizzazione delle finalità stabilite dal disponente.

Cosa può essere destinato?

L’art. 2645-ter prevede espressamente vincoli costituiti solo su beni immobili e beni mobili registrati. Oltre a questi, si ritiene che oggetto di destinazione possano essere anche altri beni mobili per i quali l’ordinamento  giuridico preveda una forma di pubblicità idonea a rendere conoscibile a terzi l’esistenza del vincolo, quali, ad esempio, le quote di società a responsabilità limitata e i titoli di credito.

È necessario rivolgersi a un notaio?

Il vincolo di destinazione deve essere stipulato per atto pubblico davanti a un notaio. Alcuni autori ritengono che sia necessaria la forma pubblica come requisito ad substantiam, cioè per l’esistenza e validità del negozio istitutivo. Altri autori, invece, sottolineando che si tratti di una norma non di diritto sostanziale, bensì di una norma sugli effetti, sostengono che la forma pubblica sia richiesta ai soli fini della trascrizione. In ogni caso, è necessario rivolgersi ad un professionista come il notaio non solo per la stipulazione dell’atto di destinazione, ma anche per avere un parere e consigli tecnici, in campo giuridico e fiscale, di modo da poter realizzare al meglio gli interessi meritevoli di tutela perseguiti.

Atto notarile: quali sono i costi?

In termini di tassazione indiretta, l’atto notarile costitutivo del vincolo di destinazione è soggetto all’imposta sulle donazioni e successioni di cui al D.Lgs. n. 346/1990 e questo perché l’art. 2, comma 47, D.L. n. 262/2006 ha previsto che tale imposta si applichi anche a tutti gli atti di costituzione appunto di vincoli di destinazione. In particolare, per il calcolo dell’imposta, il comma 49 dell’art. 2 prevede determinate aliquote (4%, 6% ed 8%) da applicare sul valore netto complessivo dei beni e dei diritti vincolati, valore quindi eccedente determinate soglie di franchigia (euro 100.000, 1.000.000 o 1.500.000). Aliquote e franchigie variano in base al rapporto che sussiste fra disponente e beneficiario ed in base alla condizione del beneficiario.

Oltre alla suddetta imposta, si devono aggiungere: le imposte ipotecaria e catastale, in misura fissa di euro 200 ciascuna, se il vincolo ha a oggetto beni immobili; e l’imposta di bollo che, a secondo della tipologia dei beni vincolati, può variare (euro 156, 225, 230 o 300). Tuttavia, la suddetta tassazione trova attuazione unicamente nell’ipotesi in cui il disponente preveda anche il trasferimento strumentale dei diritti vincolati in favore del gestore.

Nel caso in cui, invece, il vincolo venga realizzato senza trasferimento strumentale, l’imposta sulle donazioni e successioni non si applica ed il negozio istitutivo rientra così fra gli atti soggetti a registrazione in termine fisso, che vuol dire: imposta fissa di registro per euro 200; imposta ipotecaria, in misura fissa di euro 200, se il vincolo ha ad oggetto beni immobili; e imposta di bollo per euro 45.

Vincolo di destinazione e trust: differenze

Inevitabile è il confronto che sorge fra vincolo di destinazione e altre analoghe fattispecie giuridiche di segregazione e protezione del patrimonio, come il fondo patrimoniale, il negozio fiduciario ed in particolare il trust. Proprio rispetto al trust si possono evidenziare alcune importanti differenze.
Prima di tutto, la normativa sui vincoli di destinazione non prevede la partecipazione all’atto istitutivo di due soggetti distinti, mentre lo schema tradizionale del trust è incentrato da subito sulla partecipazione di settlor e trustee. Altra differenza riguarda i beni che ne possono formare oggetto: solo immobili e/o mobili registrati nel caso di cui all’art. 2645-ter; generalmente qualsiasi tipo di bene per il trust.
La durata costituisce un ulteriore elemento distintivo: il vincolo di destinazione non può superare i novant’anni o la durata della vita del beneficiario; nel trust, invece, la durata dipende dalle previsioni della legge applicabile e, nella sola ipotesi del trust autodichiarato, la durata può essere persino perpetua.
Infine, sulla forma: per il vincolo di destinazione, il legislatore contempla unicamente la forma pubblica, se non ad substantiam, quanto meno ai fini pubblicitari; nel trust, invece, le regole sulla forma dipendono dalla natura dei beni che ne sono oggetto e dalla legge applicabile. Anche per il trust, tuttavia, è fondamentale la forma pubblica per la trascrizione dell’atto costitutivo.

Conclusioni

Proprio il raffronto fra vincolo di destinazione e trust porta ad esaminare la ragione dell’introduzione della trascrivibilità del vincolo di destinazione ex art. 2645-ter codice civile: secondo alcuni autori, la possibilità di trascrivere il vincolo di destinazione rappresenta una risposta positiva del legislatore in merito alla dibattuta possibilità di stipulare trust puri o interni, ovvero trust stipulati in Italia, da cittadini italiani e con riferimento a beni situati nel nostro Paese; secondo altri autori, il vincolo di destinazione rappresenta, al contrario, una risposta negativa del legislatore alla suddetta questione e, pertanto, uno strumento giuridico sostituivo del trust interno.

L’istituto del trust: cos’è e a cosa serve

Il trust è un istituto giuridico di origine anglosassone attraverso il quale un soggetto, definito disponente o “settlor”, per atto tra vivi o a causa di morte, separa il suo patrimonio destinando alcuni beni al perseguimento di specifici interessi, a favore di determinati beneficiari o per il raggiungimento di uno scopo determinato, e trasferisce la titolarità e la gestione di questi beni a un altro soggetto, definito gestore o “trustee”. Il trust rientra a pieno titolo, pertanto, nella categoria degli strumenti di tutela e protezione del patrimonio.

trust

Quale legge si applica al trust?

Il trust non è direttamente disciplinato dal nostro sistema normativo, ma è comunque uno strumento giuridico legittimo e attuabile in virtù della ratifica da parte dell’Italia della Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, entrata in vigore il 1° gennaio 1992. Pertanto, il trust è riconosciuto nel nostro ordinamento giuridico come istituto di diritto privato, ma non è regolamentato dalla legge italiana.
È compito del disponente o del gestore scegliere la legge applicabile fra gli ordinamenti giuridici stranieri che legiferano in modo specifico sul trust (quali, ad esempio, l’Inghilterra). Se, tuttavia, settlor o trustee non effettuano tale scelta, si deve applicare la legge con cui il trust ha più strette connessioni (luogo di gestione, collocazione dei beni, residenza del trustee, residenza del beneficiario, etc.).
In Italia può essere riconosciuto:
– un trust istituito all’estero;
– un trust costituito in Italia per beni situati all’estero;
– un trust istituito da cittadini stranieri in Italia su beni che si trovano in Italia.

Dibattuta è, invece, la possibilità di realizzare un trust c.d. puro o interno, cioè costituito in Italia, da un cittadino italiano e avente a oggetto beni siti nel nostro Paese.
Prima della ratifica della Convenzione e in mancanza di un’apposita legge, gli scopi raggiunti nel mondo anglosassone con l’istituto in esame, nel nostro Paese sono stati perseguiti mediante altri simili strumenti giuridici, quali il fondo patrimoniale, il mandato senza rappresentanza, il contratto a favore del terzo e il negozio fiduciario, quest’ultimo anche nella forma della società fiduciaria.

Quali sono gli effetti?

L’effetto principale del trust è la segregazione patrimoniale: i beni conferiti vanno a formare un patrimonio separato rispetto al patrimonio personale non solo del settlor, ma anche del trustee, cosicché i beni vincolati non possano essere aggrediti dai creditori del disponente o del gestore e neppure da quelli del beneficiario.
Effetto peculiare del trust risiede nello sdoppiamento della proprietà: la titolarità dei beni del trust e dei relativi diritti viene attribuita al gestore, tuttavia i beni destinati restano segregati nel trust e, come già detto, diventano estranei al patrimonio personale sia del settlor che del trustee. Il trust, infatti, viene amministrato dal trustee unicamente nell’interesse dei beneficiari individuati dal disponente o per il perseguimento degli scopi indicati dallo stesso.

Quali sono i soggetti coinvolti? Settlor e trustee 

Il settlor è colui che istituisce il trust, destinandovi determinati suoi beni e così ottenendo la separazione dalla parte di suo patrimonio conferita in trust da quella che resta nella sua sfera patrimoniale (effetto segregativo). Il settlor determina anche la durata che, fatto salvo il trust di destinazione (di cui si leggerà infra), non può essere perpetua. Il trust è irrevocabile da parte del disponente, a meno che non sia diversamente stabilito nell’atto istitutivo.
Il settlor può segregare in trust generalmente qualsiasi tipo di bene. Spesso si sente parlare, un po’ impropriamente, solo di trust immobiliare, mentre invece tale istituto può avere a oggetto non solo beni immobili, ma anche beni mobili registrati, beni mobili non registrati, quote societarie (in particolare S.r.l.) e crediti.
Il trustee, invece, è il soggetto che diventa proprietario dei beni a lui affidati, in relazione ai quali ha poteri di amministrazione e disposizione, secondo le istruzioni impartite dal disponente e in base alla legge scelta per regolamentare il trust; ha, inoltre, l’obbligo di rendere conto della gestione al disponente, al beneficiario e all’eventuale guardiano (figura di cui si leggerà infra) laddove previsto.
Il beneficiario può essere determinato o indeterminato (cioè determinato successivamente dal settlor); si distinguono poi i beneficiari immediati (quelli che traggono immediata utilità dal trust) dai beneficiari mediati.

Cosa ne può formare oggetto?

È possibile istituire anche un trust privo di beneficiario: si tratta del trust di destinazione, in cui i beni sono appunto destinati esclusivamente al perseguimento di uno scopo ritenuto meritevole di tutela.
L’atto costitutivo può anche prevedere che il disponente mantenga la titolarità dei beni vincolati e, indi, assuma lui stesso i poteri e gli obblighi di attuazione dello scopo di destinazione. In tali casi si parla di trust autodichiarato, dove le figure di settlor e trustee confluiscono in capo al medesimo soggetto e in forza del quale si determina un vincolo di destinazione all’interno dello stesso patrimonio del disponente, senza trasferimento della titolarità dei diritti vincolati a terzi.
Nel trust, infine, viene spesso prevista la figura del guardiano o “protector“, al quale possono essere attribuite dal settlor diverse funzioni, quali: esercitare poteri amministrativi di concerto con il gestore; esprimere il benestare sulle decisioni assunte dal trustee; impartire direttive o istruzioni al gestore; supervisionare l’attività di amministrazione del trust.

Caratteristiche del trust

Oltre a quanto già sopra indicato, ecco alcuni dei caratteri principali dell’istituto:

  • i beni del trust divengono di proprietà del trustee (a eccezione del trust autodichiarato, la cui ammissibilità è comunque discussa), ma si tratta di proprietà strumentale alla realizzazione delle finalità del trust;
  • il trustee è obbligato solo verso il beneficiario e non anche verso il disponente;
  • il trust non si costituisce solo per contratto, ma anche per atto unilaterale (come un testamento);
  • i beni del trust formano una massa separata (e perciò protetta) dal patrimonio di settlor, trustee e beneficiario, e, in ragione di ciò, non possono essere aggrediti dai loro creditori particolari.

L’ultima caratteristica enunciata rappresenta l’effetto segregativo e al contempo protettivo del trust. In merito a tale effetto, tuttavia, va evidenziato come il nostro legislatore abbia anche delineato specifiche situazioni che non è possibile proteggere, cioè per le quali il trust non può trovare attuazione, quali ad esempio gli atti soggetti all’azione revocatoria ordinaria (art. 2901 codice civile) o fallimentare (artt. 64 e 67 R.D. n. 267/1942).

Atto notarile: quali sono i costi?

Il trust, qualora abbia a oggetto immobili, aziende ovvero partecipazioni sociali, perché possa essere pubblicizzato, deve essere stipulato per atto pubblico, con il ministero di un notaio.

In termini di tassazione indiretta, l’atto notarile istitutivo è soggetto all’imposta sulle donazioni e successioni di cui al D.lgs. n. 346/1990 e questo perché l’art. 2, comma 47, D.L. n. 262/2006 ha previsto che tale imposta si applichi anche a tutti gli atti di costituzione di vincoli di destinazione, fra i quali rientra il trust. In particolare, per il calcolo dell’imposta, il comma 49 del medesimo art. 2 prevede determinate aliquote (4%, 6% ed 8%) da applicare sul valore netto complessivo dei beni e dei diritti vincolati, valore quindi eccedente specifiche soglie di franchigia (euro 100.000, 1.000.000 o 1.500.000). Aliquote e franchigie variano in base al rapporto che sussiste fra disponente e beneficiario ed in base alla condizione del beneficiario.
Oltre alla suddetta imposta, si devono aggiungere: le imposte ipotecaria e catastale, in misura fissa di euro 200 ciascuna, se il trust ha a oggetto beni immobili; e l’imposta di bollo che, a secondo della tipologia dei beni vincolati e trasferiti in titolarità al gestore, può variare (euro 156, 225, 230 o 300).

Nell’ipotesi in cui il trust venga realizzato senza trasferimento strumentale dei diritti vincolati in favore del trustee, si ottiene il vantaggio fiscale della non applicazione dell’imposta sulle donazioni e successioni. In questo modo la costituzione del trust, che si sostanzia nel solo negozio istitutivo, rientra fra gli atti soggetti a registrazione in termine fisso, che vuol dire: imposta fissa di registro per euro 200; imposta ipotecaria, in misura fissa di euro 200, se il trust ha ad oggetto beni immobili; e imposta di bollo per euro 45.

Nel caso specifico del trust autodichiarato, ove disponente e gestore coincidono e sempre che si ritenga ammissibile, vi sono tutt’ora dubbi se debba farsi applicazione dell’imposta proporzionale sulle donazioni e successioni (posizione dell’Amministrazione Finanziaria) oppure dell’imposta fissa di registro (come sostenuto della Giurisprudenza Tributaria).

Dall’esame della tassazione indiretta del trust autodichiarato, una più recente Giurisprudenza, sia di legittimità (Cassazione Civile, Sezione Tributaria, Sentenze n° 1131/2019 e n° 21614/2016) che di merito (Commissione Tributaria Provinciale di Pesaro, Sentenza n° 387/2017), ha sostenuto che l’imposta proporzionale sulle donazioni e successioni si applichi unicamente quando, dopo aver il disponente posto in essere il trasferimento strumentale di quanto vincolato al trustee e una volta raggiunte le finalità del trust stesso, disciplini altresì l’effettiva e finale attribuzione (o trasferimento di titolarità) dei beni e relativi diritti segregati in favore del beneficiario finale. Secondo tale recente impostazione, avallata anche da parte della dottrina (rivista Ipsoa – Wolters Kluwer “Trusts e attività fiduciarie”, pubblicazioni n. 6/2019 e n. 5/2017), è infatti il beneficiario (e non il disponente o il trustee) il soggetto passivo delle imposte di successione e donazione, in termini sostanziali e procedimentali. In sintesi, a parere di questo orientamento: se il settlor pone in essere un trust autodichiarato, oppure se prevede unicamente il trasferimento strumentale dei beni e diritti vincolati al trustee, si applica l’imposta di registro in misura fissa; se, invece, il settlor, contestualmente al trasferimento strumentale al trustee, disciplina anche un trasferimento finale della proprietà dei medesimi beni e diritti vincolati direttamente in favore del beneficiario individuato, allora (e solo in questa ipotesi) si applicheranno le imposte di donazione e successione, con franchigie e aliquote parametrate al grado di parentela esistente tra settlor e beneficiario finale.

Conclusioni

Anche se il nostro ordinamento è ancora carente di una normativa ad hoc, il trust trova oggi in Italia copiosa applicazione e gode di grande successo operativo. Questo perché si tratta di uno strumento giuridico semplice e flessibile nella sua attuazione, oltre che per finalità di tipo tradizionale (scopi familiari, benefici e/o solidali), anche per finalità lucrative.
È necessario rivolgersi a un professionista come il notaio non solo per la stipulazione dell’atto, ma anche per avere un parere e consigli tecnici, in campo giuridico e fiscale, di modo da poter realizzare al meglio i propri interessi.

Gli strumenti di protezione e tutela del patrimonio familiare

La crisi economica e sociale degli ultimi anni ha fatto sorgere, ora più che mai, la sentita necessità, sia in campo familiare, sia in campo professionale ed imprenditoriale, di proteggere e tutelare il proprio patrimonio familiare dalle pretese degli eventuali creditori.

tutela patrimonio familiare

Il concetto di responsabilità patrimoniale

L’art. 2740 Codice civile stabilisce: “Il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri. Le limitazioni della responsabilità non sono ammesse se non nei casi stabiliti dalla legge”.
Il legislatore, pertanto, prevede che quando un soggetto contrae delle obbligazioni risponda, per il loro adempimento, con tutto ciò che compone il suo patrimonio; tuttavia, il legislatore consente di avvalersi di strumenti di tutela del patrimonio familiare, che possono adoperarsi nei soli casi previsti dalla legge. Sono state delineate, infatti, specifiche situazioni che non è possibile proteggere, cioè per le quali non possono sussistere limitazioni di responsabilità, quali ad esempio: gli atti soggetti all’azione revocatoria ordinaria di cui all’art. 2901 Codice civile; gli atti soggetti all’azione revocatoria fallimentare ai sensi degli artt. 64 e 67 R.D. n. 267/1942 (Legge Fallimentare); gli atti finalizzati a sottrarsi all’azione di riscossione dell’amministrazione finanziaria (art. 11 D. Lgs. n. 74/2000).

Al di fuori e nei limiti di tali casi non tutelabili, vi sono diversi strumenti di protezione del patrimonio personale, di cui ora analizzeremo quelli principali e maggiormente adoperati nella prassi.

La tutela del patrimonio familiare: il fondo patrimoniale

Il fondo patrimoniale, disciplinato agli artt. da 167 a 176 Codice civile, è una convenzione matrimoniale che consente di destinare determinati beni a far fronte ai bisogni della famiglia: si tratta, pertanto, di un patrimonio destinato e vincolato alla realizzazione di scopi meritevoli di tutela. Possono essere destinati nel fondo solo beni immobili, beni mobili iscritti in pubblici registri e titoli di credito. La costituzione del fondo patrimoniale può avvenire: da parte di entrambi i coniugi; da parte di uno solo dei coniugi; o da parte di un terzo (anche per testamento). In quest’ultimo caso, la creazione del fondo patrimoniale si perfeziona e acquista validità con l’accettazione da parte dei coniugi.

Il conferimento di beni in fondo patrimoniale può avvenire in due modi:
1) se nulla di specifico viene previsto, la proprietà dei beni conferiti viene trasferita automaticamente ad entrambi i coniugi;
2) in alternativa, è possibile prevedere una deroga, di modo che ciascun coniuge rimanga proprietario esclusivo di quanto conferito.

Tutela del patrimonio e trust

Il trust è un istituto giuridico di origine anglosassone attraverso il quale un soggetto, detto “disponente” o “settlor”, separa il suo patrimonio e destina alcuni beni al perseguimento di specifici interessi, a favore di uno o più beneficiari  per il raggiungimento di uno scopo determinato, affidando la gestione dei beni a un altro soggetto, detto “trustee”.
Il trust non è direttamente disciplinato dal nostro sistema normativo, ma trova attuazione in virtù della ratifica da parte dell’Italia della Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, entrata in vigore il 1° gennaio 1992. Si tratta, pertanto, di un istituto riconosciuto nel nostro Paese, ma non regolamentato dalla legge italiana. È, infatti, compito del disponente o del trustee scegliere la legge applicabile fra gli ordinamenti giuridici stranieri che lo disciplinano espressamente.

Oggetto del trust possono essere beni immobili, beni mobili registrati, beni mobili non registrati e crediti. La titolarità dei beni destinati viene attribuita al trustee, ma i medesimi beni restano segregati nel trust e diventano estranei al patrimonio personale sia del settlor, che del trustee e anche del beneficiario. Tali beni, infatti, vengono amministrati dal trustee unicamente nell’interesse del beneficiario o per il perseguimento dello scopo indicato.

Tutela patrimonio immobiliare: il vincolo di destinazione

L’art. 2645-ter Codice civile consente la trascrizione di un atto pubblico attraverso il quale determinati beni immobili e/o beni mobili iscritti in pubblici registri vengono destinati alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela, per una durata non superiore a novant’anni o per la durata della vita della persona fisica beneficiaria. Con tale strumento è quindi possibile separare il proprio patrimonio, destinando i beni vincolati alla realizzazione di scopi solidali e altruistici.
Possono formare oggetto di destinazione, oltre che beni immobili e mobili registrati espressamente indicati dall’art. 2645-ter, anche altri beni mobili per i qual l’ordinamento prevede una forma di pubblicità idonea a rendere conoscibile a terzi l’esistenza del vincolo (come quote di S.r.l. o titoli di credito).

Quanto ai soggetti coinvolti da questo istituto: il conferente o disponente è colui che ha la proprietà dei beni e che dispone la loro destinazione nel vincolo; il beneficiario è il soggetto in favore del quale viene effettuata la destinazione; può essere nominato anche un gestore o attuatore del vincolo, che viene dotato del potere di amministrare il vincolo e gestirne i beni.

Protezione patrimoniale: il negozio fiduciario

È un negozio attraverso il quale un soggetto, detto fiduciante, trasferisce a un altro soggetto, detto fiduciario, un diritto reale o personale, con la previsione dell’obbligo a carico del fiduciario di esercitare il diritto trasferito secondo le condizioni impartite dal fiduciante, realizzando così uno scopo pratico diverso e ulteriore rispetto a quello proprio dello schema negoziale utilizzato.
Il negozio fiduciario è uno strumento elaborato dalla dottrina e dalla giurisprudenza e, di fatti, l’unica norma del nostro ordinamento giuridico in cui il concetto di fiducia è contemplato è l’art. 627 codice civile in tema di testamenti, che prevede: “Non è ammessa azione in giudizio per accertare che le disposizioni fatte a favore di persona dichiarata nel testamento sono soltanto apparenti e che in realtà riguardano altra persona, anche se espressioni del testamento possono indicare o far presumere che si tratti di persona interposta.”.

Diversi autori e alcune sentenze sostengono che esistono anche ipotesi legali di negozio fiduciario, come la retrovendita, il mandato senza rappresentanza, il contratto estimatorio e le società fiduciarie.

Conclusioni

Affinché trovino corretta e proficua applicazione, gli strumenti di tutela qui brevemente delineati richiedono adeguate conoscenze tecniche (giuridiche ed economiche) e un’approfondita analisi di ogni singolo caso concreto, soprattutto rispetto agli interessi che effettivamente ciascun disponente vuole realizzare. Una professionista come il notaio può certamente fornire utili indicazioni e suggerimenti sugli aspetti giuridici e fiscali concernenti gli istituti in oggetto ed anche proporre soluzioni alternative.