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DODOCIMILACINQUECENTO, TREMILA, DUEMILA, MILLE: QUANDO IL DIRITTO DÀ I NUMERI

finanziamentoCon il decreto legge 124/2019 (meglio conosciuto come DEF 2019) tra le altre cose, è stato ancora una volta variato il tetto massimo ai pagamenti che possono essere effettuati utilizzando denaro contante. Dal prossimo luglio 2020 fino al 31 dicembre 2021 si potranno utilizzare contanti fino all’importo di euro 1999, oltre tale data fino all’importo di euro 999.

A noi non interessa fare alcuna considerazione di ordine politico o di opportunità, ma un discorso di carattere puramente tecnico. La prima cosa da riferire al riguardo è quella di mettere a fuoco la norma fondamentale costituita dall’art. 1277 codice civile, ai sensi del quale “I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale.” Che la moneta avente corso legale possa consistere nei biglietti di banca, corrisponde ad un dato d’esperienza comune.

A questa regola sono state nel corso degli anni poste limitazioni via via sempre più stringenti fino all’ultima di poche settimane fa. Ma vediamo, sia pure in via di estrema sintesi, il minuetto delle disposizioni che si sono succedute nel tempo. Iniziamo dal 2006: a quel tempo non era indispensabile “tracciare” i pagamenti, pur vigendo già il limite per la possibilità di utilizzare i contanti, il cui importo per singolo pagamento non poteva eccedere euro 12.500. Dal 4 luglio di quell’anno venne introdotto l’obbligo negli atti notarili di vendita immobiliare di indicare anche le modalità di pagamento del prezzo.

Da quel momento in poi si può ben dire che sia seguita una sarabanda di interventi normativi, anche in contraddizione l’uno rispetto all’altro. Così, di seguito, dal 29 dicembre 2007 fa introdotta, allo scopo di contrastare il riciclaggio di denaro, la previsione della c.d. “adeguata verifica” che consiste nella valutazione della congruenza della situazione personale dell’acquirente rispetto alla capacità economica manifestata con l’acquisto.

Dal 30 aprile 2008 il limite della utilizzabilità del denaro contante venne drasticamente ridotto al limite di euro 5000, per di più aggiungendo il cosiddetto “cumulo”. Se Tizio avesse pagato a Caio per lo stesso affare in tempi diversi somme in contanti, ai fini dell’apprezzamento dell’eventuale superamento del predetto limite di euro 5000, tutti questi singoli pagamenti avrebbero dovuto essere tra loro cumulati.

Dal 25 giugno 2008 e fino al 3 novembre 2009 si ripristinò il “vecchio” limite di euro 12.500, pur permanendo le altre prescrizioni già descritte. Dal 31 maggio 2011, ancora una volta il limite venne ristretto ad euro 5000. Questo non bastava ancora: così dal 13 agosto dello stesso anno si verificò un ulteriore “giro di vite”. La nuova limitazione si pose sulla soglia di euro 2.500. Come si sa, il legislatore è instancabile: ancora nel 2011, precisamente a far tempo dal 6 dicembre, il limite venne ancora abbassato in maniera draconiana fino ad euro 1000, ove rimase per qualche anno.

Dal 1° gennaio 2016 la soglia venne, questa volta, incrementata ad euro 3000, che è l’attuale livello vigente. Come detto nelle prime righe di questo articolo, l’anno venturo però si andrà ad euro 2000 dal 1° luglio, per poi “convergere” nuovamente a 1000 euro dal 1° gennaio 2022, ovviamente semprechè qualcuno non ci ripensi, cambiando ancora le carte in tavola.

Dov’è il problema? Va chiarito al riguardo che nel sistema normativo vale, in generale, la regola secondo la quale “tempus regit actum”. Cosa significa? Che per giudicare un fatto (nel nostro caso la legittimità dell’esecuzione di un pagamento) occorre fare riferimento alla legge vigente in quel preciso momento in cui esso venne compiuto. Se Paolo ha pagato 4500 euro in contanti a Giulio nel tempo che intercorre tra il 2006 e oggi, per vedere se è sanzionabile oppure se la sua condotta è conforme a legge, occorre andare a verificare il giorno preciso in cui questo pagamento è stato eseguito. Soltanto così si può capire, in base alla legge vigente a quel tempo, se il suo comportamento può essere considerato legittimo o no. Insomma: è necessario andare in giro con la tabellina e il calendario e, come sappiamo, l’ignoranza della legge non è scusabile.

Conto corrente familiare? La pianificazione del patrimonio di famiglia nel passaggio generazionale

diritto societario“Tanto più notaio, tanto meno giudice”. Queste sono le parole con le quali un famosissimo giurista, Francesco Carnelutti, colse l’essenza della professione notarile. Compito del notaio è quello di comprendere, interpretare le volontà di coloro che si rivolgono a lui, spiegare la portata e le conseguenze delle norme giuridiche e suggerire alle persone le soluzioni conformi allo scopo che esse intendono raggiungere nel rispetto delle leggi.

Uno dei campi applicativi più delicati dell’operato notarile è quello della pianificazione del passaggio dei beni di famiglia da genitori a figli. Gli Italiani hanno sempre avuto una forte vocazione al risparmio, appena attenuata dalle pulsioni consumistiche degli ultimi decenni. È stato così possibile per molte famiglie accantonare nel tempo una quota di risparmio che per lo più è stata indirizzata nel settore immobiliare. Non importa la “dimensione”di questi patrimoni. Si va dal piccolo appartamento pagato con il duro lavoro di tutta la vita fino alle grandi fortune costituite da beni di diversa natura: ciò che conta è la funzione di questi risparmi e la destinazione degli stessi. A torto o a ragione v’è ancora chi crede che sia una buona cosa destinare ai propri figli i frutti di queste fatiche, aiutandoli in un contesto socio-economico certamente non favorevole. Se ho un figlio soltanto non c’è problema. Certamente non è possibile fare ingiustizie. Le questioni invece sorgono naturalmente quando i figli sono più di uno. Quante volte abbiamo sentito dire ad un padre o ad una madre, rivolgendosi ai figli: “se dovete litigare piuttosto lascio tutto al primo che passa per strada”? Si può ben affermare che nessun genitore sia felice di sapere che il risultato del proprio impegno, lungi dall’essere messo a profitto, finisca per alimentare tra i fratelli rancori, rivalse o semplicemente l’idea magari inespressa di essere stato “trattato peggio” dell’altro fratello.

Il notaio può essere di grande aiuto nella pianificazione del trasferimento generazionale della ricchezza familiare. Anzitutto è dotato della competenza per comprendere e far comprendere la portata di situazioni che vengono percepite ambiguamente da chi non sia dotato delle competenze giuridiche appropriate. Spesso i genitori compiono atti di varia natura intesi ad aiutare i figli secondo il bisogno di ciascuno, per lo più senza ponderare le conseguenze nel lungo periodo. Si pensi alla madre che abbia aiutato il figlio ad acquistare l’appartamento erogando direttamente al venditore una parte del prezzo pagato, al padre che abbia agevolato due fratelli facendoli “entrare” nell’attività d’impresa pian piano lasciandola nelle loro mani mentre la figlia sia rimasta estranea a tutto questo. È chiaro come tutto questo sia fatto a fin di bene: ma siamo sicuri che i fratelli possano andare d’accordo anche quando un domani i genitori non ci siano più? Purtroppo la risposta è negativa. L’esperienza insegna come il “non detto”, come il fatto di affrontare le evenienze della vita in maniera casuale, facendovi fronte senza un piano preciso, senza una linea di condotta rigorosa e, soprattutto, condivisa con tutta la famiglia sia spesso fonte di risentimenti, litigi e, di fatto, rovini le buone intenzioni di genitori affettuosi, ma malaccorti nella gestione di una questione assai delicata.

E il notaio? In tutto ciò può essere di grande aiuto. In primo luogo ha le competenze per spiegare il significato di “gesti economici” compiuti dai genitori in favore dei figli senza un’adeguata riflessione sulle conseguenze giuridiche future. Si pensi agli esempi più sopra delineati. La mamma che paga in parte il prezzo dell’appartamento acquistato dal figlio pone in essere un “adempimento di terzo”, figura giuridica presa in considerazione dall’art.1180 codice civile e che vale come vera e propria donazione (anche se indiretta) in acconto rispetto alla quota di legittima che un domani spetterà al figlio. Il padre che agevola i fratelli in fatto cedendo loro l’azienda compie un atto di liberalità in un certo senso analogo, anche se è molto più complesso calcolare il valore del beneficio, dal momento che l’azienda è formata anche dall’avviamento che può essere incrementato dal lavoro dei fratelli che vi lavorano.

Dopo la spiegazione viene la parte operativa: il notaio è il professionista idealmente destinato a consigliare le parti sul modo migliore di assicurare il passaggio generazionale della ricchezza di famiglia garantendo la trasparenza delle soluzioni a protezione dell’equilibrio familiare. Uno degli strumenti che l’esperienza ha insegnato essere utile per conseguire questo risultato è l’elaborazione di un vero e proprio “conto corrente familiare”. Con questa locuzione non si intende alludere ad un istituto giuridico codificato, ma ad un metodo operativo messo a punto per calcolare il valore economico delle attribuzioni effettuate dai genitori ai figli. Tutto questo allo scopo di agevolare il raggiungimento della consapevolezza della portata delle disposizioni a beneficio dei componenti della famiglia e nel pieno accordo di tutti. Insomma: più notaio, meno giudice.

MA IL NOTAIO SERVE ANCORA?

contratto attoDi tanto in tanto questa domanda si intravede tra proposte di legge bislacche (come quella che prevedeva di attribuire agli avvocati la competenza a stipulare vendite immobiliari aventi valore inferiore ad euro 100.000) e “mode” come quella di considerare come desiderabile “copiare” sistemi giuridici come quello anglosassone, nel quale i notai non esistono.

Eppure proprio oggi, nel mezzo di una profonda trasformazione socio-economica, sarebbe ancora più urgente considerare come fondamentale il ruolo notarile, a protezione degli interessi dei cittadini più deboli contro i possibili abusi insiti nella considerazione di ritenere il potere economico come valore decisivo e “misuratore” di ogni soluzione.

Per cercare di fare un minimo di chiarezza su un tema così complesso, va anzitutto spiegato che l’attività tipica notarile consiste nel preparare atti pubblici. Che cosa significa “atto pubblico”?  Si tratta del documento redatto da un pubblico ufficiale (tale è il notaio) che fa prova legale di quanto viene attestato in esso. L’atto pubblico possiede una speciale forza probatoria e non è possibile che venga contestato senza una speciale procedura (la “querela di falso”).

Il pubblico ufficiale che lo perfeziona si assume una precisa responsabilità di quello che vi è contenuto. Una compravendita immobiliare, un contratto di mutuo, una divisione, una permuta, la costituzione di una società, possono essere preparati con la modalità propria dell’atto pubblico, ma di per sé potrebbero essere anche contenuti in una semplice scrittura privata.

Negli ordinamenti di common law (proprio dei Paesi anglosassoni) non esiste la figura del notaio e non risulta dunque neppure possibile fare atti giuridici privati in forma di atto pubblico. È possibile soltanto autenticare le firme che le parti appongono alla scrittura per concludere l’accordo. A ciò provvede il “notary public” figura che però nulla ha a che vedere con il notaio “latino” dei paesi di civil law come Italia, Francia, Germania, Spagna, Portogallo, America latina e così via.

E allora? Qualche soggetto male informato svolge un semplicistico ragionamento: il notaio che fa l’atto pubblico ha un costo: molto meglio fare una bella scrittura privata e poi andare a fare autenticare la firma da un funzionario (tipo il “notary public” anglosassone) che non potrà certo chiedere un gran compenso per mettere un timbro e riconoscere due persone che firmano. Già: soluzioni semplici per problemi complessi.

Ma come stanno veramente le cose? Facciamo l’esempio più banale, quello cioè della vendita di un appartamento. Prima di tutto chi si occuperà di dare una forma giuridica appropriata agli accordi delle parti? Si pensi all’apposizione di condizioni e termini al contratto, alla predisposizione di clausole che prevedono caparre o penali. Ma le variabili sono poi mille: il tempo della consegna dell’immobile, le spese condominiali rimaste non pagate, la presenza di ipoteche o di trascrizioni e vincoli pregiudizievoli, i controlli catastali che assicurino la conformità della rappresentazione grafica alla situazione di fatto dell’immobile, la regolarità urbanistica del fabbricato, la validità delle certificazioni energetiche, l’eventuale presenza di servitù attive o passive.

E gli aspetti fiscali? Chi è in grado di apprezzare l’esistenza dei requisiti “prima casa? Il diritto al mantenimento o al trasferimento delle detrazioni fiscali? Si tratta soltanto di alcune delle innumerevoli sfaccettature dei mille aspetti che possono venire e che vengono quotidianamente in considerazione nella vita di tutti i giorni.

Non esistono “atti standard”: ogni caso deve essere trattato a sé, con le peculiarità che gli sono proprie. Bene: ora immaginiamoci che il notaio sia fatto sparire in quanto ritenuto una sorta di cimelio del passato, residuo storico di un’epoca ormai andata e fruitore di una immotivata rendita di posizione. Forse che le parti di una vendita potrebbero “scaricare” dal web un bel modulo standard e poi recarsi da un funzionario per farsi mettere un bel timbro quasi gratis? Nel mondo delle favole certamente si. In quello reale ci sarebbero invece conseguenze. Per non spendere mille euro, se ne spenderebbero decine di migliaia in tribolazioni varie. Gli anglosassoni lo sanno bene: infatti i contratti li fanno gli avvocati (che pare comunque costino da quelle parti) e poi li autentica un funzionario per un modesto compenso. Peccato che ogni contratto debba poi essere assistito da apposite polizze assicurative contro rischi vari, con costi che sono un multiplo della parcella notarile italiana.

E da noi invece chi ti assicura? Risposta facile: il notaio. Con quale costo? Gratis, nel senso che è tutto compreso nella parcella. Signori: a voi la scelta.

BITCOIN, BLOCKCHAIN, CONTRATTI “AUTOMATICI”: LA RIVOLUZIONE È IN ARRIVO

lingua attoDalle colonne di questo giornale già abbiamo trattato di un tema, quello della Blockchain e del Bitcoin. Se torniamo ancora una volta a parlarne non è perché proprio in questi giorni la nuova criptovaluta ha aggiornato nuovi massimi assoluti nelle quotazioni oltrepassando quota 1000 euro (con un apprezzamento che comporta la triplicazione negli ultimi dodici mesi). Vi sarebbe a questo proposito caso mai da esprimere preoccupazione per la pericolosa euforia che potrebbe cogliere qualcuno in cerca di facili speculazioni. Se insistiamo sull’argomento è semplicemente perché può comportare una vera e propria rivoluzione nella vita quotidiana di ciascuno di noi. Va svolta una premessa, perché certamente un vago senso di inquietudine può coglierci (soprattutto se non si ha l’età di ragazzo “nativo digitale”) ogniqualvolta abbiamo a che fare con il mondo virtuale. In quanto esseri umani che vivono in un mondo fisico, tutto ciò che ha a che fare con la nostra vita e, soprattutto, con l’approccio alla fruizione dei beni, alla comunicazione, al trasferimento della ricchezza, allo svolgimento dei rapporti economici, è sempre nel passato ricaduto, in un modo o nell’altro, sotto la sfera di percezione dei nostri sensi. Per concludere un contratto lo sottoscrivo “di pugno” su un supporto cartaceo, per pagare utilizzo banconote, per comunicare si usava scrivere una lettera a mano o comunque “battuta a macchina”. Già da tempo tuttavia inviamo e-mail, paghiamo con carte di credito, concludiamo contratti comprando direttamente sul web e così via. Ora però stiamo entrando in una dimensione virtuale ancora più spinta. Cosa dire, ad esempio, di un contratto la cui forma sia prevista come esclusivamente elettronica (come ad esempio per legge è previsto per i pubblici appalti)? Ciò comporta una rilevante conseguenza: che, per la prima volta, l’originale di un documento diventa irraggiungibile per i sensi dell’uomo. Poiché infatti il documento “nasce” (per così dire) in formato digitale, elettronico, l’essere umano non potrà mai intrinsecamente conoscerlo se non facendo ricorso ad un programma per elaboratore (software) e ad un apparato elettronico (hardware) che si interpongono tra tale documento (costituito da un insieme di byte memorizzati su un qualsiasi supporto informatico) e i propri sensi. Forse il senso di questa vera e propria rivoluzione non è stato colto appieno e manca una riflessione a tutto campo su quello che essa comporta.

Per il denaro si può ripetere la stessa cosa:  è ben vero che usiamo carte di credito, bancomat e dispositivi del genere, ma siamo consapevoli di poter in qualsiasi momento rimpiazzare questi strumenti con denaro contante che ricade sotto i nostri sensi in maniera diretta. Con i bitcoins e le altre criptovalute questo non potrebbe più avvenire: infatti tutto è rigorosamente “in rete” e non può svolgersi alcuna transazione e pagamento che non coinvolga il mondo digitale. Insomma: staccati da una spina alla rete elettrica (o da una batteria) e da internet non esiste nulla e non posso fare niente. Varrebbe la pena di riflettere su quanto ormai della nostra esistenza abbiamo “delegato” a mondi talmente complessi e lontani dall’esperienza della nostra sfera di azione e di competenza, ma che hanno a che fare con la nostra quotidianità e che la influenzano in maniera importante. Premessa questa riflessione, il progresso non si può arrestare e conviene a tutti cercare di comprendere meglio un fenomeno, quello delle criptovalute, ma soprattutto quello della blockchain, che pare destinato ad irrompere nella vita di ciascuno di noi. Ricordiamo che la blockchain è una tecnologia che consiste in un registro pubblico distribuito nella rete internet che, avvalendosi di tecniche crittografiche (chiavi informatiche che garantiscono la sicurezza e l’integrità dei dati, impedendo contraffazioni), permette di memorizzare informazioni di qualsiasi tipo (che si tratti di dati che esprimono un valore economico, come la moneta, accordi contrattuali, registrazioni di dati personali, etc.).

Tra gli sviluppi di maggiore interesse della blockchain v’è quello di trasferire la proprietà, nelle differenti forme in cui essa si declina, nel mondo digitale in una maniera tale che tutto il mondo conosca che un certo contratto si è concluso e che un determinato accordo ha avuto luogo. Inutile sottolineare la rilevanza di avere a disposizione un registro centralizzato che possa certificare in maniera assoluta e opponibile (=che può essere fatto valere) nei confronti di tutti, in quanto “parla” un linguaggio universale che può essere compreso sia in Cina, sia in Italia, sia negli Stati Uniti.

Insomma: conviene tenersi al corrente sull’argomento. Nessuno di noi può considerarsi sufficientemente anziano per sperare che non lo riguardi.

E se l’immobile si… dematerializzasse?

Ci siamo già più volte soffermati sulla grande rivoluzione tecnologica che la blockchain sta portando nel mondo in molti settori (di cui il più noto è quello delle criptovalute, delle quali la più famosa è senz’altro il “bitcoin”). Il perno “centrale” è costituito dalla sicurezza garantita dalla tecnologia digitale fondata sulla crittografia a chiavi asimmetriche. Sul tema in generale, per non ripeterci, dobbiamo rinviare a quanto già scritto (vedi, sul giornale di Lecco del 24 ottobre 2016 “Blockchain, smart contracts, bitcoin: notai, avvocati, giudici in soffitta?” e in data 13 marzo 2017 “Bitcoin e blockchain in continua evoluzione: teniamoci aggiornati!”).

Oggi vorremmo introdurre una nuova “puntata”: l’impatto che la “rivoluzione blockchain” sarebbe in grado di introdurre nel mondo immobiliare. Apparentemente non ci potrebbero essere due situazioni più antitetiche, all’opposto l’una rispetto all’altra.

Non c’è niente al mondo di più concreto degli immobili: appartamenti, terreni, capannoni, fabbricati commerciali sono beni reali e tangibili. Anche la lingua inglese, piuttosto icastica, parla a questo riguardo di “real estate”. Dall’altra parte, invece, non c’è nulla di più astratto (e per certi versi anche poco comprensibile) della blockchain, catena di blocchi che “vive” soltanto nella memoria di una rete di computer. E allora? Cosa c’entra la blockchain con gli immobili? C’entra eccome: ma vediamo di procedere per gradi.

Occorre prima di tutto introdurre la definizione di “token”. Un “token” è un insieme di informazioni digitali registrate su una blockchain in grado di conferire un diritto di proprietà ad un soggetto. Il token può eventualmente anche incorporare altri diritti oltre a quello di proprietà su un bene concreto, diritti governati da un sistema di smart contracts (vale a dire un sistema automatico di regole predeterminate ad attuazione informatizzata). Con il termine “tokenizzazione” viene definito il metodo di convertire i diritti su un bene in un gettone o “token” digitale. In altre parole si tratta del procedimento di conversione dei diritti su un bene (nel nostro caso un immobile) in un “token” digitale all’interno di una catena di blocchi (o blockchain).

Queste tecnologie sono in grado di portare una vera e propria rivoluzione anche nel settore immobiliare, portando nuova linfa ad un settore che ormai da anni vive una crisi profonda. Si pensi alla raccolta di fondi (c.d. “crowdfunding”) che potrebbe avvenire convogliandoli nell’acquisizione di token rappresentativi di quote di investimenti immobiliari che possano fruttare un rendimento ai sottoscrittori. L’elemento più importante per una piattaforma che si proponesse di tokenizzare diritti immobiliari sarebbe quella di garantire il collegamento inscindibile tra token e bene reale. Quando questo risultato potesse essere considerato come raggiunto, si aprirebbero scenari davvero inediti.

Si pensi alla possibilità di finanziare la costruzione di opere pubbliche o private importanti, come stadi, musei, centri congressi, villaggi turistici o anche più semplicemente un condominio suddiviso in unità immobiliari da concedere in locazione. Anche avendo a disposizione soltanto 100 euro, potrei investire questa somma acquistando un token rappresentativo di una quota ideale di un immobile, fruendo di una potenziale rendita e avendo la possibilità di rivenderlo quando volessi. Si creerebbe un mercato per la vendita dei token e la facile divisibilità e trasferibilità di essi, determinerebbe un potenziale aumento della liquidità, agevolando notevolmente quello che oggi costituisce una delle difficoltà maggiori del mercato. Certamente un grande vantaggio, anche se non mancano i pericoli legati alle possibili frodi informatiche.

Realtà o fantasia? La risposta è nel futuro prossimo.

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