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Gli enti del terzo settore

Cosa sono?

Gli enti del terzo settore sono un nuovo insieme di enti privati (con o senza personalità giuridica), costituiti per il perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, in linea di massima senza scopo di lucro, mediante la promozione o lo svolgimento in via esclusiva o principale di una o più attività di interesse generale in forma di volontariato o di erogazione gratuita di denaro, beni o servizi, o di mutualità, o di produzione o scambio di beni o servizi, in attuazione del principio di sussidiarietà. In altre parole, questi enti, definiti anche non profit, esercitano attività di interesse generale e pubblicistico e si distinguono:

  • dalle società o enti privati commerciali, perché, a differenza di questi, non perseguono interessi egoistici e non esercitano attività con fini di lucro, se non in maniera al massimo secondaria o sussidiaria;
  • dagli enti pubblici, in quanto questi ultimi, pur perseguendo interessi generali e pubblicistici, non sono costituiti da soggetti privati.

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Qual è la normativa di riferimento?

L’impulso per la disciplina degli enti del terzo settore si è avuto in forza della Legge 6 giugno 2016, n. 106, che ha delegato al Governo Italiano la riforma del terzo settore, dell’impresa sociale e del servizio civile universale.
Così, l’anno successivo, è stato emanato il D.Lgs. 3 luglio 2017, n. 117, noto come Codice del Terzo Settore, al quale è ora necessario fare espresso riferimento per ogni aspetto costitutivo, organizzativo e procedurale, nonché contabile e fiscale degli enti del terzo settore.

Quale forma giuridica deve essere adoperata?

Dal punto di vista squisitamente civilistico, gli enti del terzo settore generalmente adoperano come forma giuridica quella dell’associazione (riconosciuta o non) e quella della fondazione, regolate dal titolo secondo del libro primo del Codice Civile.
La qualifica di ETS (ente del terzo settore) è facoltativa per tutti questi enti privati, ma diviene obbligatoria nel caso in cui l’ente voglia, appunto, accedere al sistema del terzo settore e, a tal fine, ottenere l’iscrizione nell’istituendo Registro Unico Nazionale del Terzo Settore o, in breve, RUNTS, adottando o adeguando il proprio statuto al Codice del Terzo Settore.
Gli enti privati, già costituiti o costituendi, che volevano ottenere la qualifica di ETS e l’iscrizione al RUNTS, hanno avuto tempo fino al 31 ottobre 2020 per adottare o adeguare gli statuti come sopra indicato. Tuttavia, per le sole ODV (organizzazioni di volontariato), APS (associazioni di promozione sociale), ONLUS (organizzazioni non lucrative di utilità sociale) e imprese sociali, con la conversione del D.L. n. 125/2020 del 25 novembre 2020, il suddetto termine del 31 ottobre è stato prorogato sino al 31 marzo 2021.

In particolare, l’iscrizione al RUNTS:

  • consente di acquisire la qualifica di ETS, come già anticipato;
  • consente di acquistare la personalità giuridica;
  • richiede l’intervento del notaio, se la costituzione dell’ente è stata fatta per atto pubblico notarile;
  • suddivide i vari enti in più prescelte categorie, quali: organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, enti filantropici, imprese e cooperative sociali, reti associative, società di mutuo soccorso e altri enti del terzo settore.

Quali sono gli enti interessati dalla riforma del terzo settore? E quali ne sono esclusi?

Come già anticipato, la riforma in oggetto ha introdotto la nuova qualifica giuridica di Ente del Terzo Settore, che però ricomprende quelle preesistenti. Un ente privato, quindi, ha comunque la possibilità di specializzarsi e assumere una delle seguenti qualifiche tipiche:

  • associazione riconosciuta e non riconosciuta;
  • fondazione e fondazione di partecipazione;
  • organizzazione di volontariato (ODV), in forma di associazione riconosciuta o non riconosciuta;
  • associazione di promozione sociale (APS), in forma di associazione riconosciuta o non riconosciuta;
  • rete associativa riconosciuta e non riconosciuta;
  • ente filantropico, in forma di fondazione o di associazione riconosciuta;
  • impresa sociale, in forma di società a responsabilità limitata;
  • cooperativa sociale;
  • società di mutuo soccorso

Sono invece esclusi dall’alveo degli ETS:

  • amministrazioni pubbliche;
  • formazioni e associazioni politiche;
  • sindacati;
  • associazioni professionali;
  • associazioni di rappresentanze e di categoria;
  • enti sottoposti a direzione e coordinamento o controllati da uno dei suddetti.

Va precisato, poi, che la riforma del terzo settore ha eliminato la qualifica di organizzazione non lucrativa di utilità sociale, richiedendo espressamente che tutti gli enti iscritti all’anagrafe delle ONLUS debbano adeguare i propri statuti al Codice del Terzo Settore, adottando una diversa qualifica, quale in particolare quella di ODV o APS.
Infine, vi sono alcuni enti per i quali il D.Lgs. n. 117/2017 dedica una particolare e articolata disciplina:

  • consorzi;
  • organizzazioni non governative (ONG);
  • enti della protezione civile;
  • enti religiosi riconosciuti;
  • associazioni sportivo dilettantistiche (ADS);
  • associazioni anti-usura.

Alcune caratteristiche degli enti del terzo settore

La denominazione sociale deve contenere l’indicazione di “Ente del Terzo Settore” o l’acronimo “ETS” e, dopo l’iscrizione al RUNTS, deve essere usata in tutti gli atti, le corrispondenze e le comunicazioni dell’ente.
È vietato l’uso dell’indicazione “Ente del Terzo Settore” o dell’acronimo “ETS” o di locuzioni equivalenti o ingannevoli da parte di soggetti diversi dagli Enti del Terzo Settore. Tale utilizzo illegittimo o ingannevole è, infatti, punito con una sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di 2.500,00 euro a un massimo di 10.000,00 euro.
Sono posti a carico degli ETS i seguenti obblighi:

  • tenere i libri sociali;
  • redigere e approvare il bilancio di esercizio o il rendiconto economico, a seconda della dimensione dell’ente;
  • redigere il c.d. bilancio sociale, se si hanno ricavi, rendite, proventi o entrate superiori a 1.000.000,00 di euro all’anno;
  • pubblicare sul proprio sito internet o su quello della rete associativa a cui aderiscono, emolumenti, compensi o corrispettivi attribuiti, a qualsiasi titolo, ai componenti degli organi di amministrazione e di controllo, ai dirigenti e agli associati, se si hanno ricavi, rendite, proventi o entrate superiori a 100.000,00 euro all’anno.

Agli ETS, inoltre, è posto il divieto di distribuzione, anche indiretta, di utili e avanzi di gestione, di fondi e/o di riserve comunque denominate, a fondatori, associati, lavoratori, collaboratori, amministratori ed altri componenti degli organi sociali, anche nel caso di recesso o di ogni altra ipotesi di scioglimento individuale del rapporto.

Come e quanto costa costituire un ente del terzo? Cosa occorre fare dopo la costituzione?

Qualsiasi ente privato, che debba acquisire la qualifica di ente del terzo settore, può essere costituito per atto pubblico notarile, a cui deve essere allegato lo statuto che ne regola la vita. La costituzione è soggetta all’imposta di registro fissa di euro 200,00 e all’imposta di bollo di euro 45,00, oltre onorari, spese e contributi propri dell’attività notarile.
Dopo la costituzione:

  • se l’ente esercita, in modo secondario o sussidiario, anche attività commerciale o comunque con fine di lucro, sarà necessario depositare atto e statuto presso la competente Camera di Commercio per la relativa iscrizione;
  • se l’ente deve ottenere il riconoscimento, non sarà più necessario depositare atto e statuto presso la Prefettura o la Regione territorialmente competente, in quanto, come già anticipato, l’iscrizione al RUTNS comporta l’automatico acquisto della personalità giuridica.

L’usufrutto vitalizio

In cosa consiste l’usufrutto? Definizione e principali caratteristiche

L’usufrutto consiste nel godimento del bene (mobile o immobile), con il dovere di rispettarne la destinazione economica e col diritto di trarne qualsiasi utilità (frutti) che il bene può dare (art. 981 codice civile). L’usufruttuario, pertanto, ha il possesso del bene (art. 982 codice civile). Il titolare del medesimo bene, in presenza di un usufruttuario, ne ha invece la nuda proprietà, cioè la piena proprietà svuotata dell’usufrutto. L’usufruttuario può utilizzare il bene direttamente oppure concederne luso a terzi, mediante un contratto di locazione, affitto o comodato. Nel caso di bene immobile ciò non può avvenire se il concedente si riserva il diritto di uso o abitazione dell’immobile, che ne consente l’utilizzo diretto (artt. 1021 e 1022 codice civile). Se non è stato espressamente vietato al momento della sua costituzione, l’usufruttuario può cedere o vendere il diritto di usufrutto, per un certo tempo o per tutta la sua durata; in questo caso, anche dopo il trasferimento dell’usufrutto, il diritto si estinguerà nel termine previsto nel titolo costitutivo o comunque alla morte dell’originario usufruttuario (art. 980 codice civile).

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Durata dell’usufrutto: cos’è l’usufrutto vitalizio?

L’usufrutto può essere a tempo determinato oppure vitalizio. L’usufrutto a tempo determinato è quello costituito per una durata di tempo ben stabilita al momento della costituzione. L’usufrutto vitalizio, invece, è l’usufrutto costituito in perpetuo per tutta la durata della vita dell’originario usufruttuario. L’usufrutto pertanto, si estingue alla scadenza del termine oppure alla morte del titolare, e il nudo proprietario ne acquisisce poi automaticamente la piena proprietà.

Il valore dell’usufrutto

Il valore dell’usufrutto a tempo determinato viene stabilito in base al tasso di interesse legale, determinato dal Ministero dell’Economia all’inizio di ogni anno. Il valore dell’usufrutto vitalizio dipende dalle probabilità di permanenza in vita dell’usufruttuario e quindi non è legato alla variazione del tasso di interesse legale. L’usufrutto vitalizio, infatti, vale tanto più quanto l’usufruttuario è giovane, e il suo valore si calcola con apposite tabelle statistiche ministeriali, stilate sulla base della durata media della vita. Quando cambia il tasso di interesse legale, il medesimo Ministero dell’Economia, infatti, determina i coefficienti da utilizzare per il calcolo del valore dell’usufrutto vitalizio e quindi per la determinazione dei valori tabellari. Queste tabelle, anche se sono dettate a fini principalmente fiscali, essendo espressione delle probabilità statistiche di durata residua della vita delle persone, sono utilizzate anche nell’ambito della contrattazione, al fine di definire il rapporto tra il valore della piena proprietà e quello di usufrutto e nuda proprietà del bene in contratto.

Come si calcola l’usufrutto vitalizio?

L’usufrutto vitalizio, come già descritto nell’articolo la compravendita della nuda proprietà, può essere determinato, mediante l’utilizzo dei valori tabellari, secondo due modalità:

  1. Moltiplicando il valore della piena proprietà per il tasso di interesse legale e poi per il coefficiente tabellare;
  2. Applicando al valore della piena proprietà due percentuali, determinate in base all’età del beneficiario dell’usufrutto e stabilite sempre nelle stesse tabelle fiscali; una percentuale é relativa all’usufrutto e l’altra alla nuda proprietà.

Cosa si intende per usufrutto generale vitalizio?

Il diritto di usufrutto vitalizio può essere costituito con un unico atto anche su più beni, anche di diversa natura, ovvero può essere costituito anche su tutti i beni di titolarità di un soggetto, purché ovviamente suscettibili di usufrutto. In questo modo viene determinato il c.d. usufrutto generale vitalizio (di tutti i beni).

Finalità dell’usufrutto vitalizio

La costituzione dell’usufrutto vitalizio è uno strumento spesso adoperato nella vendita di immobili: il prezzo di mercato dell’immobile, infatti, viene “scontato” del valore dell’usufrutto. L’usufrutto vitalizio, inoltre, può essere efficacemente utilizzato nell’ambito del passaggio generazionale, grazie allo strumento della donazione o vendita con riserva di usufrutto vitalizio a favore del donante o venditore. In questo modo un soggetto, pieno proprietario di un bene, solitamente immobile, costituisce su questo bene il diritto di usufrutto vitalizio e cede, a titolo oneroso o gratuito, la nuda proprietà del medesimo bene ad altro soggetto, riservandosene l’usufrutto appunto.
Ad esempio, un venditore, normalmente una persona anziana, può decidere di alienare la proprietà della sua casa, pur continuando a goderne e a viverci per il resto della sua vita. Il venditore, quindi, trasferisce la nuda proprietà dell’abitazione all’acquirente, riservandosi l’usufrutto vitalizio e, in questo modo, realizza un utile immediato continuando a godere della casa fino alla sua morte. Il compratore, dal canto suo, acquista l’immobile in nuda proprietà beneficiando di un prezzo ridotto rispetto a quelli di mercato, sottraendo il valore dell’usufrutto da quello della proprietà. L’acquirente ha così la prospettiva dell’attuale titolarità dell’immobile e del futuro godimento dello stesso nel momento in cui si verificherà la morte del venditore.

Si allega prospetto tabellare per il calcolo di nuda proprietà e usufrutto.

Coefficienti del diritto di usufrutto vitalizio per il 2021

Il passaggio generazionale d’impresa

Il passaggio generazionale d’impresa e la relativa pianificazione da parte dell’imprenditore della propria successione in azienda, sia che essa sia svolta in forma individuale sia che essa sia svolta in forma societaria, è un’esigenza molto sentita negli ultimi anni.

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Gli interessi tutelati dal legislatore sono fondamentalmente due: il primo costituito dalle norme relative alla successione dei legittimari i quali non possono essere lesi dei diritti successori; il secondo costituito dalla tutela costituzionalmente garantita per lo svolgimento dell’attività economica. Senza divagare in un’analisi storica del contemperamento delle due diverse esigenze, il legislatore negli ultimi decenni ha ritenuto sempre più predominante la necessità di tutelare l’integrità dell’attività economica quale motore dell’economia nazionale.

Strumenti per il passaggio generazionale

Gli strumenti per consentire all’imprenditore il passaggio generazionale sono molteplici. Questi strumenti sono necessari per l’imprenditore nel caso in cui la sua volontà sia quella di affidare la gestione e la proprietà dell’attività economica solo ad alcuni dei propri successori. Si devono distinguere gli strumenti testamentari dagli strumenti giuridici che permettono di anticipare il passaggio generazionale a un momento anteriore all’apertura della successione.

Strumenti testamentari per il passaggio generazionale

Una prima via per gestire il passaggio generazionale è lo strumento del testamento. Si può definire come lo strumento classico usato fino al primo decennio di questo millennio. L’imprenditore quindi trasferiva a mezzo di un legato o di una divisione del testatore la proprietà dell’attività economica al soggetto che ritenesse più capace di gestire e continuare l’attività economica. Lo strumento testamentario – rilevato che i legittimari hanno diritto alla propria quota in senso quantitativo e non qualitativo (ossia non vi è diritto ad avere una quota di tutti beni) – lascia molta libertà all’imprenditore, ma di converso è instabile negli effetti essendo molto semplice che la diversità di valori dei beni attribuiti possa arrecare una lesione ai diritti riservati ai legittimari.

Strumenti anticipatori della successione per il passaggio generazionale

Una seconda via per gestire il passaggio generazionale sono gli strumenti che il legislatore fornisce all’imprenditore ancora in vita. Questi strumenti giuridici sono disciplinati mediante legislazione nazionale oppure mediante il riconoscimento di norme internazionali. Il primo strumento giuridico a carattere nazionale a disposizione dell’imprenditore è la donazione. La donazione è il negozio con il quale un soggetto si spoglia di un bene al fine di arricchire un altro soggetto.
Questo strumento lascia ampia libertà all’imprenditore di disporre del bene come meglio crede. Egli potrebbe disporre il passaggio generazionale anche a favore di un soggetto non legato da vincolo di parentela. Ma come detto sopra, questo strumento non assicura nessuna stabilità degli effetti, potendo essere rimessa in discussione con l’apertura della successione dell’imprenditore.

Anche l’usufrutto vitalizio, inoltre, può essere efficacemente utilizzato nell’ambito del passaggio generazionale, grazie allo strumento della donazione o vendita con riserva di usufrutto vitalizio a favore del donante o venditore.

Altro strumento molto utilizzato negli anni passati è stato il trust. Con questo strumento giuridico l’imprenditore oltre a costituire una segregazione patrimoniale, disciplina mediante un regolamento scritto la gestione della propria impresa. I soggetti necessari di questo strumento sono il disponente, il trustee e i beneficiari. Il disponente è l’imprenditore il quale trasferisce l’attività economica a un trustee. Il trustee è solitamente un soggetto imparziale che acquista una proprietà fiduciaria al fine di gestire il bene costituito in trust per conto dei futuri beneficiari. I beneficiari sono i soggetti che a scadenza del trust diverranno titolari dell’attività economica. Questo strumento permette, oltre al c.d. Salto della successione, anche un elevato grado di stabilità degli effetti.

Una recente riforma ha introdotto l’istituto del c.d. Patto di famiglia che, nelle intenzioni del legislatore è lo strumento che contempera nel miglior modo le esigenze di tutela dei successibili con le esigenze di tutela dell’integrità economica; ad oggi deve considerarsi il modo migliore per pianificare il passaggio generazionale d’impresa.

La cessione di azioni di s.p.a.

Cosa si intende per cessione di una partecipazione azionaria?

La cessione di azioni può essere qualificata come contratto traslativo consensuale a effetti reali, avente per oggetto titoli di credito, nell’ipotesi in cui la partecipazione azionaria sia incorporata in un titolo cartaceo rappresentativo della partecipazione stessa, oppure beni immateriali, se la partecipazione azionaria non è rappresentata da un titolo. Indi, potendo le società per azioni decidere anche di non emettere titoli azionari, cioè documenti cartacei rappresentativi delle azioni, ciò determina diversi risvolti sulla loro circolazione come vedremo in seguito.

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Come vengono cedute le azioni prive di titoli azionari?

Se una società per azioni non ha emesso titoli azionari, la cessione delle azioni produce effetti solo mediante l’iscrizione del nome del cessionario nuovo socio (cioè l’acquirente delle azioni) sul libro soci della medesima società. Solo una volta avvenuta tale iscrizione, pertanto, la cessione avrà effettivamente efficacia (art. 2355, comma 1, codice civile).

Le azioni rappresentate da titoli azionari: titoli al portatore o titoli nominativi?

Quando una società per azioni emette titoli azionari, la vendita può avvenire in due modalità diverse, a seconda che le azioni siano emesse al portatore o nominative (art. 2354 codice civile). In caso di azioni al portatore, sui relativi titoli non viene indicato il nominativo del loro titolare e, perciò, il trasferimento avviene mediante semplice consegna materiale del titolo al nuovo azionista (art. 2355, comma 2, codice civile).
Se, invece, le azioni sono nominative, sui titoli viene indicato il nominativo del titolare e, in conseguenza di ciò, la cessione dovrà avvenire mediante doppia intestazione sia sul titolo che sul libro soci.

La doppia intestazione può effettuarsi, a sua volta, in due modi (art. 2355, commi 3 e 4, codice civile):

  • girata (art. 2023 codice civile): il cedente annota materialmente sul titolo il nominativo del cessionario e sottoscrive tale dichiarazione, che dovrà poi essere autenticata da un notaio o altro pubblico ufficiale; in un secondo momento, il nuovo azionista potrà richiedere all’organo amministrativo della società la sua iscrizione al libro soci;
  • transfer (art. 2022 codice civile): la stessa società emittente i titoli, su richiesta dell’acquirente o dell’alienante le azioni, annota il nominativo del nuovo azionista contestualmente sul libro soci e sul titolo, ovvero rilascia un nuovo titolo intestato al cessionario.

Cosa sono le azioni dematerializzate?

Le azioni dematerializzate sono azioni per le quali vengono emessi titoli, anche se non in forma cartacea, ma appunto dematerializzata. Vista la particolarità di questi titoli azionari, la loro cessione può essere effettuata solo mediante intermediari autorizzati, secondo quanto disposto dall’art. 83-quater T.U.F.. Il trasferimento, in particolare, si opera mediante scritturazione su appositi conti destinati a registrarne i movimenti ed è documentato da un’operazione di giro, che consiste in un addebito e relativo accredito nei conti dei soggetti coinvolti. Solo una volta completata l’operazione di giro, la cessione acquista piena efficacia.

Vi sono limiti alla circolazione delle azioni?

Posto che le azioni sono la tipica espressione delle società di capitali, caratterizzate dalla prevalenza dell’elemento capitalistico su quello personalistico dei soci, la loro circolazione è generalmente libera. In via eccezionale, possono essere previste limitazioni, legali o statutarie, alla cessione delle azioni.

In particolare il legislatore, all’art. 2355-bis codice civile, prevede che:

  • in caso di azioni nominative o per le quali non sono stati emessi titoli azionari, lo statuto può prevedere particolari limiti alla loro cessione;
  • sempre in caso di azioni nominative o per le quali non sono stati emessi titoli azionari, lo statuto può porre un divieto di cessione delle azioni, anche se per un periodo non superiore a cinque anni all’introduzione del divieto o dalla costituzione della società;
  • lo statuto può stabilire che il trasferimento delle azioni sia subordinato all’espressione di un mero gradimento da parte di organi sociali o di altri soci verso la figura del cessionario; in tal caso, come correttivo, è previsto un obbligo di acquisto a carico della società o degli altri soci ovvero il libero esercizio del diritto di recesso da parte del cedente.

È possibile prevedere una clausola di prelazione per l’acquisto di azioni di spa?

La prelazione, concessa dalla legge, si estrinseca mediante la previsione nello statuto, in sede di costituzione o anche successivamente, di una clausola limitativa della circolazione, purché essa non sia così forte da impedire completamente al socio di uscire dalla compagine sociale. Si tratta di eccezione alla libera circolazione delle partecipazioni, che trova fonte normativa per le società per azioni sempre nell’art. 2355-bis codice civile.
Con la clausola di prelazione ogni socio si obbliga, quando vuole cedere la propria partecipazione azionaria, a offrirla preventivamente agli altri soci, preferendoli ai terzi, ma a parità di condizioni. In questo senso la clausola, definita di “prelazione propria”, è pienamente lecita. La clausola può però anche essere configurata come prelazione impropria, cioè non a parità di condizioni (condizioni più favorevoli agli altri soci); in questo caso, il socio cedente ha diritto di recedere dalla società in ogni momento, con rimborso della sua quota di partecipazione.
Il socio che intende vendere la propria partecipazione deve porre in essere una proposta contrattuale completa di tutti gli elementi necessari, da trasmettere alla società ed agli altri soci.
In caso di violazione del diritto di prelazione da parte del socio cedente, il trasferimento è inefficace sia nei confronti degli altri soci, che nei confronti della società, che può quindi rifiutarsi di iscrivere il nuovo acquirente nel libro soci.

Qual è il ruolo del notaio nella cessione quote spa?

La cessioni di azioni non necessita obbligatoriamente l’apporto professionale del notaio, anche se, vista la particolarità e complessità della materia trattata, il suo intervento risulta altamente consigliato quantomeno in ottica di consulenza giuridico-finanziaria. Il trasferimento di azioni, pertanto, può avvenire anche mediante atto pubblico notarile o scrittura privata autenticata da un notaio o semplice autentica di firma.

In particolare, il notaio:

  • in caso di girata azionaria, è tenuto ad annotare giornalmente le autentiche di firma sulle girate di titoli azionari nel registro delle girate, istituito per i trasferimenti di azioni ai sensi dell’art. 28, R.D. 29 marzo 1942, n. 239;
  • in ipotesi di transfer, il notaio provvede a redigere l’atto pubblico o la scrittura privata autenticata di cessione delle azioni, avente a oggetto il consenso traslativo di cedente (vecchio socio) e cessionario (nuovo socio), e, successivamente, ad annotare il trasferimento nel medesimo registro di cui sopra.

È possibile acquistare azioni all’asta?

Le azioni, come altri diversi beni, possono essere oggetto di procedure di espropriazione forzata (pignoramento e sequestro), con conseguente applicazione della disciplina dei vincoli su azioni ex art. 2352 codice civile. La procedura espropriativa molto spesso porta alla vendita forzosa delle azioni espropriate.
In questi casi la cessione, sotto la costante direzione del Tribunale competente e del Giudice dell’Esecuzione all’uopo nominato, avviene mediante:

  • pubblicazione di un‘apposita offerta pubblica di acquisto delle azioni espropriate;
  • presentazione delle offerte di acquisto da parte dei possibili acquirenti;
  • espletamento di un‘asta giudiziaria pubblica, diretta dal Giudice dell’Esecuzione, volta all’esame delle offerte presentate e allo svolgimento dell’eventuale gara tra i più offerenti per l’aggiudicazione;
  • emissione di un provvedimento giudiziale di aggiudicazione delle azioni espropriate a esito dell’asta.

Oltre che oggetto di asta giudiziaria, le azioni possono essere interessate da bandi di asta pubblica per la cessione di partecipazioni societarie, indette e gestite dalle Camere di Commercio. Le Camere di Commercio hanno la possibilità, infatti, in esecuzione di apposite deliberazioni delle proprie Giunte e seguendo la procedura di vendita con pubblico incanto di cui agli artt. 73 e 76 R.D. n. 827/1924 e s.m.i., di indire aste pubbliche per la cessione delle proprie partecipazioni azionarie detenute in determinate società per azioni.

Scopri come funziona la cessione di quote nella srl e nella società di persone

La cessione di quote nelle società di persone

Nelle società di persone la partecipazione del socio è rappresentata dalle quote di partecipazione. Tramite l’atto di cessione di quote è possibile trasferire detta partecipazione da un socio a un altro soggetto, con dei limiti: come vedremo, la quota non è liberamente trasferibile poiché sarà necessario il consenso degli altri partecipanti al contratto sociale.

cessione quote società di persone

Nelle società di persone ha grande rilevanza la qualità personale dei singoli soci; per questo motivo, comportando la cessione di quote una modifica dei patti sociali essa è, in linea di principio, inattuabile senza il consenso degli altri. La giurisprudenza si è espressa in merito a questo negozio qualificandolo come un contratto bilaterale, ossia un contratto sottoposto al preventivo consenso degli altri soci.

Cessione quote società di persone: consulenza notarile e limiti legali

In caso di cessione, il notaio è investito dell’onere di verificare alcuni requisiti: la titolarità della partecipazione, la mancanza di pregiudizi, il rispetto di norme limitanti il trasferimento delle partecipazioni e quali siano i soggetti legittimati alla modifica dei patti sociali. Inoltre il notaio è chiamato a verificare la corrispondenza di dette partecipazioni presso il Registro delle Imprese.

 Cessione quote società di persone: chi risponde dei debiti sociali?

Tramite l’atto di cessione ci troviamo davanti a due figure di soci: il socio cedente, ossia colui che cede la sua quota e il socio cessionario, colui che acquista la quota ceduta. Il cedente, cessa di essere responsabile per i debiti contratti dalla società – successivamente al suo recesso – a seguito di pubblicità nel registro delle imprese ovvero quando tale recesso è portato a conoscenza dei terzi con mezzi idonei. Tutto ciò comporta che il socio che abbia ceduto la propria quota risponde, nei confronti dei terzi, delle obbligazioni sociali sorte fino al momento in cui la cessione sia stata iscritta nel registro delle imprese ovvero fino al momento (anteriore) in cui il terzo sia venuto a conoscenza della cessione. Qualora ci fossero dei debiti sociali, il cessionario (ossia colui che acquista la qualità di socio) sarà chiamato a rispondere anche per i debiti anteriori al suo ingresso in società, mentre il cedente (colui che cede la qualità di socio) sarà chiamato a rispondere solamente per i debiti contratti fino al giorno della cessione.

Cessione quote snc e socio unico: si deve cambiare ragione sociale?

Il requisito fondamentale per mantenere la qualifica di società in nome collettivo è la permanenza della pluralità dei soci; qualora questa dovesse venire meno, per esempio nel caso in cui uno dei due soci ceda tutte le sue quote all’altro, la società può “sopravvivere” per un limite massimo di sei mesi con un “socio unico”; trascorso questo periodo si hanno due possibilità: o si procede con la ricostituzione della pluralità dei soci o si procede con un cambio di ragione sociale. Quanto ai debiti, il socio che cede la sua partecipazione all’interno di una di S.n.c., continua a rispondere – senza riserva alcuna – per tutte le obbligazioni sorte e contratte dalla società prima della sua uscita. L’unica possibilità che il cedente ha di “ritardare” l’aggressione dei creditori è vantare il “beneficio della preventiva escussione” ossia indirizzare i creditori a far valere le loro ragioni creditizie prima nei confronti della società e, solo qualora il tentativo si rivelasse infruttuoso, nei confronti dei soci (inclusi anche gli ex soci).

Il trasferimento quote: profili di responsabilità nelle s.n.c.

Nelle società di persone vige il regime dell’autonomia patrimoniale imperfetta: i soci rispondono delle obbligazioni sociali con il loro patrimonio personale. Questo tipo di responsabilità del socio ha delle conseguenze anche nel momento in cui decida di lasciare la società: il socio uscente smette di essere responsabile per le obbligazioni sociali solo dopo la pubblicità effettuata presso il Registro Imprese dell’atto che integra la perdita della qualifica di socio. Come ricordato prima, la pubblicità permette di non essere responsabile per tutti i debiti sorti dopo la pubblicità: per tutti i casi in cui scioglimento del rapporto sociale non avvenga tramite atto notarile (recesso unilaterale, decesso di uno dei soci senza il sub-ingresso degli eredi nella compagine sociale, ecc) sarà cura del socio uscente – o degli eredi – accertarsi che, in conseguenza del trasferimento della quota, sia data tempestiva nonché idonea pubblicità tramite iscrizione nel Registro delle Imprese.

Cessione di quote nelle S.a.s.

Nelle S.a.s occorre distinguere tra due diverse categorie di quote:

  • i soci accomandatari, i quali non possono mai cedere la propria quota a meno che tutti gli altri soci non siano d’accordo, sono di diritto amministratori della società e rispondono con tutto il loro patrimonio verso i debiti della società;
  • i soci accomandanti, che possono cedere la loro quota ma solo in certi casi e a determinate condizioni, non hanno poteri amministrativi e non rispondono dei debiti della società. Nel caso in cui questi soci si intromettano nell’attività amministrativa, perdono il beneficio della responsabilità limitata senza acquistare però la qualifica di accomandatari, come prescritto dall’articolo 2320, c.c..

La quota degli accomandatari non può mai essere ceduta (a qualsiasi titolo) senza il preventivo consenso dell’unanimità dei soci, essendo il trasferimento della partecipazione di un accomandatario modifica profondamente invasiva del contratto di società. In deroga a quanto previsto dal codice civile, però, è possibile che il contratto di società consenta la cessione, libera ovvero sottoposta a particolari condizioni (come una clausola di prelazione), della partecipazione dell’accomandatario. Quanto alla partecipazione degli accomandanti la partecipazione può essere sempre trasmessa agli eredi per atto mortis causa (dal momento che in caso di morte del socio accomandante i suoi aventi causa non rischiano di assumere la posizione di soci a responsabilità illimitata) ovvero inter vivos (vendita, permuta, donazione o altro) a condizione che vi sia il consenso dei soci che rappresentano la maggioranza del capitale.
Infine, qualora si ceda la quota dell’unico accomandatario o quelle di tutti gli accomandatari, si può arrivare allo scioglimento della società, dato che ai sensi di legge, “quando rimangono soltanto soci accomandanti o soci accomandatari” la società si scioglie “sempreché nel termine di sei mesi” non si ricostituisca la categoria di soci venuta meno.

Scopri come funziona la cessione di quote nella srl e nella spa

Il patto di famiglia

Il patto di famiglia è un istituto introdotto dal Legislatore con L. 14 febbraio 2006, n. 55, con cui si mira a facilitare l’imprenditore nel passaggio generazionale dell’impresa; lo scopo è quello di rendere stabile, davanti a eventuali future contestazioni all’apertura della successione, il trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni all’interno di società di persone e/o di capitali.

patto di famiglia

Chi sono i soggetti coinvolti nel patto di famiglia?

La Legge concede l’utilizzo dell’istituto a soggetti ben qualificati; le parti sono necessariamente: l’imprenditore, uno o più discendenti (figli o nipoti) e i soggetti che la Legge considera legittimari (ovvero, ai sensi dell’art. 536 c.c., gli ascendenti, la moglie e i figli a cui non viene trasferita l’attività imprenditoriale). Tutti i soggetti di cui sopra, al fine di rendere stabile il negozio, sono chiamati a parteciparvi.

Il patto di famiglia è una donazione?

L’art. 768-bis del Codice Civile parla genericamente di trasferimento dell’attività imprenditoriale. La genericità di tale norma ha fatto sì che la dottrina si sia divisa in tre tesi diverse. Secondo parte della dottrina, il patto di famiglia costituirebbe una donazione e, più precisamente, una donazione modale. Il motivo per cui si è giunti a tale interpretazione è dovuto al fatto che manca nel complesso delle norme relative all’istituto ogni riferimento a un corrispettivo, dall’esclusione alla collazione e all’azione di riduzione dell’oggetto del patto di famiglia. Detto istituto, inoltre, prevede all’art. 768-quater l’obbligo – considerato onere legale – da parte del beneficiario del trasferimento, di liquidare i diritti successori dei soggetti legittimari dell’imprenditore che trasferisce l’attività produttiva.

Una seconda tesi, formulata da altra dottrina, ritiene che il patto abbia una natura di divisione, operando lo stesso un’estromissione dell’attività produttiva dalla futura successione. Infine, una terza tesi, lo ritiene un nuovo contratto tipizzato dal Legislatore che si pone a metà strada tra la donazione e la successione. Questo contratto complesso racchiude in sé un negozio avente natura liberale – il trasferimento dell’attività produttiva – nonché un negozio a causa solutoria, quindi onerosa, consistente nella liquidazione dei diritti successori dei legittimari non beneficiari.

Il patto di famiglia deve essere stipulato per atto notarile?

Ai sensi dell’art. 768-ter c.c., deve essere stipulato per atto pubblico e quindi a mezzo di un Notaio, a pena di nullità.

È necessaria la partecipazione di tutti i legittimari?

Ai sensi dell’art. 768-quater c.c., la legge prescrive che all’atto notarile devono partecipare anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione dell’imprenditore. Tale norma utilizza la parola “devono” e ciò ha destato più di una perplessità tra i primi commentatori della norma. Secondo una tesi restrittiva, il Notaio non potrebbe stipulare un patto di famiglia a cui non partecipino tutti i legittimari non assegnatari dell’azienda o della partecipazione societaria. Secondo una tesi più liberale, invece, è possibile stipulare il patto di famiglia, anche in mancanza di uno o più legittimari, e nel patrimonio del legittimario non presente nascerebbe così un diritto di credito; tale credito, però, potrebbe variare nel caso in cui il legittimario non presente contestasse il valore attribuito dall’imprenditore e dal beneficiario all’attività produttiva.

Serve una perizia?

La perizia in cui un tecnico valuti il valore dell’azienda o della partecipazione societaria può essere utile, ma non è necessaria; il valore dell’attività produttiva trasferita è decisa di concerto con tutti i soggetti che la legge ritiene necessari per la stipulazione.

Chi deve liquidare i diritti di legittima dei legittimari non assegnatari?

L’art. 768-quater c.c. pone la liquidazione dei diritti dei legittimari in capo al beneficiario del patto di famiglia. Ciò non toglie che di detta liquidazione possa farsene carico il c.d. disponente (quindi l’imprenditore). In quest’ultimo caso, però, ciò che viene liquidato dall’imprenditore deve necessariamente considerarsi adempimento del terzo e, a seconda del caso specifico, detta liquidazione configura un mutuo o una donazione a seconda che vi sia, da parte del beneficiario del patto di famiglia, un obbligo di restituzione o meno al disponente di quanto liquidato. In ogni caso è possibile che l’obbligo di liquidazione venga meno qualora gli altri legittimari vi rinuncino.

Cosa succede se vengono a esistere nuovi legittimari dell’imprenditore?

Nel caso in cui sopravvengano nuovi legittimari, il legislatore all’art. 768-sexies c.c. ha previsto che il patto di famiglia rimanga stabile e valido ma, il beneficiario del trasferimento, avrà l’obbligo di liquidare i legittimari sopravvenuti secondo la quota di loro spettanza.

Quali sono i vantaggi del patto di famiglia rispetto alla donazione?

Prima di tutto il patto di famiglia è un accordo che coinvolge l’intero ambito familiare consegnando al negozio una stabilità definitiva che la donazione non può assicurare, essendo questa sempre opponibile e soggetta al rischio dell’azione di riduzione. 
È doveroso ricordare, infatti, che il patto di famiglia introduce un’importante deroga al principio dei patti successori, i quali vietano ogni patto che abbia a oggetto una successione non ancora apertasi. Inoltre, sempre in funzione di rendere il negozio stabile nel tempo e, quindi, garantire la continuità della gestione imprenditoriale da parte del soggetto prescelto dall’imprenditore, è espressamente disciplinato che i beni trasferiti al beneficiario siano espressamente esclusi dall’obbligo di collazione e dall’esercizio dell’azione di riduzione.

Il patto di famiglia è un negozio definitivo?

La ratio del complesso delle norme è quello di rendere il negozio del patto di famiglia definitivo e duraturo nel tempo. Ciò non toglie che l’imprenditore possa riservarsi il controllo del bene trasferito mediante la riserva di usufrutto oppure prevedendo la facoltà di esercitare unilateralmente il diritto di recesso. Come ogni negozio nascente dal consenso di più parti, l’art. 768-septies c.c. prevede che gli intervenuti nel patto di famiglia possano sciogliere – con un nuovo negozio – gli effetti prodotti dal patto.