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La cessione di azioni di s.p.a.

Cosa si intende per cessione di una partecipazione azionaria?

La cessione di azioni può essere qualificata come contratto traslativo consensuale a effetti reali, avente per oggetto titoli di credito, nell’ipotesi in cui la partecipazione azionaria sia incorporata in un titolo cartaceo rappresentativo della partecipazione stessa, oppure beni immateriali, se la partecipazione azionaria non è rappresentata da un titolo. Indi, potendo le società per azioni decidere anche di non emettere titoli azionari, cioè documenti cartacei rappresentativi delle azioni, ciò determina diversi risvolti sulla loro circolazione come vedremo in seguito.

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Come vengono cedute le azioni prive di titoli azionari?

Se una società per azioni non ha emesso titoli azionari, la cessione delle azioni produce effetti solo mediante l’iscrizione del nome del cessionario nuovo socio (cioè l’acquirente delle azioni) sul libro soci della medesima società. Solo una volta avvenuta tale iscrizione, pertanto, la cessione avrà effettivamente efficacia (art. 2355, comma 1, codice civile).

Le azioni rappresentate da titoli azionari: titoli al portatore o titoli nominativi?

Quando una società per azioni emette titoli azionari, la vendita può avvenire in due modalità diverse, a seconda che le azioni siano emesse al portatore o nominative (art. 2354 codice civile). In caso di azioni al portatore, sui relativi titoli non viene indicato il nominativo del loro titolare e, perciò, il trasferimento avviene mediante semplice consegna materiale del titolo al nuovo azionista (art. 2355, comma 2, codice civile).
Se, invece, le azioni sono nominative, sui titoli viene indicato il nominativo del titolare e, in conseguenza di ciò, la cessione dovrà avvenire mediante doppia intestazione sia sul titolo che sul libro soci.

La doppia intestazione può effettuarsi, a sua volta, in due modi (art. 2355, commi 3 e 4, codice civile):

  • girata (art. 2023 codice civile): il cedente annota materialmente sul titolo il nominativo del cessionario e sottoscrive tale dichiarazione, che dovrà poi essere autenticata da un notaio o altro pubblico ufficiale; in un secondo momento, il nuovo azionista potrà richiedere all’organo amministrativo della società la sua iscrizione al libro soci;
  • transfer (art. 2022 codice civile): la stessa società emittente i titoli, su richiesta dell’acquirente o dell’alienante le azioni, annota il nominativo del nuovo azionista contestualmente sul libro soci e sul titolo, ovvero rilascia un nuovo titolo intestato al cessionario.

Cosa sono le azioni dematerializzate?

Le azioni dematerializzate sono azioni per le quali vengono emessi titoli, anche se non in forma cartacea, ma appunto dematerializzata. Vista la particolarità di questi titoli azionari, la loro cessione può essere effettuata solo mediante intermediari autorizzati, secondo quanto disposto dall’art. 83-quater T.U.F.. Il trasferimento, in particolare, si opera mediante scritturazione su appositi conti destinati a registrarne i movimenti ed è documentato da un’operazione di giro, che consiste in un addebito e relativo accredito nei conti dei soggetti coinvolti. Solo una volta completata l’operazione di giro, la cessione acquista piena efficacia.

Vi sono limiti alla circolazione delle azioni?

Posto che le azioni sono la tipica espressione delle società di capitali, caratterizzate dalla prevalenza dell’elemento capitalistico su quello personalistico dei soci, la loro circolazione è generalmente libera. In via eccezionale, possono essere previste limitazioni, legali o statutarie, alla cessione delle azioni.

In particolare il legislatore, all’art. 2355-bis codice civile, prevede che:

  • in caso di azioni nominative o per le quali non sono stati emessi titoli azionari, lo statuto può prevedere particolari limiti alla loro cessione;
  • sempre in caso di azioni nominative o per le quali non sono stati emessi titoli azionari, lo statuto può porre un divieto di cessione delle azioni, anche se per un periodo non superiore a cinque anni all’introduzione del divieto o dalla costituzione della società;
  • lo statuto può stabilire che il trasferimento delle azioni sia subordinato all’espressione di un mero gradimento da parte di organi sociali o di altri soci verso la figura del cessionario; in tal caso, come correttivo, è previsto un obbligo di acquisto a carico della società o degli altri soci ovvero il libero esercizio del diritto di recesso da parte del cedente.

È possibile prevedere una clausola di prelazione per l’acquisto di azioni di spa?

La prelazione, concessa dalla legge, si estrinseca mediante la previsione nello statuto, in sede di costituzione o anche successivamente, di una clausola limitativa della circolazione, purché essa non sia così forte da impedire completamente al socio di uscire dalla compagine sociale. Si tratta di eccezione alla libera circolazione delle partecipazioni, che trova fonte normativa per le società per azioni sempre nell’art. 2355-bis codice civile.
Con la clausola di prelazione ogni socio si obbliga, quando vuole cedere la propria partecipazione azionaria, a offrirla preventivamente agli altri soci, preferendoli ai terzi, ma a parità di condizioni. In questo senso la clausola, definita di “prelazione propria”, è pienamente lecita. La clausola può però anche essere configurata come prelazione impropria, cioè non a parità di condizioni (condizioni più favorevoli agli altri soci); in questo caso, il socio cedente ha diritto di recedere dalla società in ogni momento, con rimborso della sua quota di partecipazione.
Il socio che intende vendere la propria partecipazione deve porre in essere una proposta contrattuale completa di tutti gli elementi necessari, da trasmettere alla società ed agli altri soci.
In caso di violazione del diritto di prelazione da parte del socio cedente, il trasferimento è inefficace sia nei confronti degli altri soci, che nei confronti della società, che può quindi rifiutarsi di iscrivere il nuovo acquirente nel libro soci.

Qual è il ruolo del notaio nella cessione quote spa?

La cessioni di azioni non necessita obbligatoriamente l’apporto professionale del notaio, anche se, vista la particolarità e complessità della materia trattata, il suo intervento risulta altamente consigliato quantomeno in ottica di consulenza giuridico-finanziaria. Il trasferimento di azioni, pertanto, può avvenire anche mediante atto pubblico notarile o scrittura privata autenticata da un notaio o semplice autentica di firma.

In particolare, il notaio:

  • in caso di girata azionaria, è tenuto ad annotare giornalmente le autentiche di firma sulle girate di titoli azionari nel registro delle girate, istituito per i trasferimenti di azioni ai sensi dell’art. 28, R.D. 29 marzo 1942, n. 239;
  • in ipotesi di transfer, il notaio provvede a redigere l’atto pubblico o la scrittura privata autenticata di cessione delle azioni, avente a oggetto il consenso traslativo di cedente (vecchio socio) e cessionario (nuovo socio), e, successivamente, ad annotare il trasferimento nel medesimo registro di cui sopra.

È possibile acquistare azioni all’asta?

Le azioni, come altri diversi beni, possono essere oggetto di procedure di espropriazione forzata (pignoramento e sequestro), con conseguente applicazione della disciplina dei vincoli su azioni ex art. 2352 codice civile. La procedura espropriativa molto spesso porta alla vendita forzosa delle azioni espropriate.
In questi casi la cessione, sotto la costante direzione del Tribunale competente e del Giudice dell’Esecuzione all’uopo nominato, avviene mediante:

  • pubblicazione di un‘apposita offerta pubblica di acquisto delle azioni espropriate;
  • presentazione delle offerte di acquisto da parte dei possibili acquirenti;
  • espletamento di un‘asta giudiziaria pubblica, diretta dal Giudice dell’Esecuzione, volta all’esame delle offerte presentate e allo svolgimento dell’eventuale gara tra i più offerenti per l’aggiudicazione;
  • emissione di un provvedimento giudiziale di aggiudicazione delle azioni espropriate a esito dell’asta.

Oltre che oggetto di asta giudiziaria, le azioni possono essere interessate da bandi di asta pubblica per la cessione di partecipazioni societarie, indette e gestite dalle Camere di Commercio. Le Camere di Commercio hanno la possibilità, infatti, in esecuzione di apposite deliberazioni delle proprie Giunte e seguendo la procedura di vendita con pubblico incanto di cui agli artt. 73 e 76 R.D. n. 827/1924 e s.m.i., di indire aste pubbliche per la cessione delle proprie partecipazioni azionarie detenute in determinate società per azioni.

Scopri come funziona la cessione di quote nella srl e nella società di persone

La cessione di quote nelle società di persone

Nelle società di persone la partecipazione del socio è rappresentata dalle quote di partecipazione. Tramite l’atto di cessione di quote è possibile trasferire detta partecipazione da un socio a un altro soggetto, con dei limiti: come vedremo, la quota non è liberamente trasferibile poiché sarà necessario il consenso degli altri partecipanti al contratto sociale.

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Nelle società di persone ha grande rilevanza la qualità personale dei singoli soci; per questo motivo, comportando la cessione di quote una modifica dei patti sociali essa è, in linea di principio, inattuabile senza il consenso degli altri. La giurisprudenza si è espressa in merito a questo negozio qualificandolo come un contratto bilaterale, ossia un contratto sottoposto al preventivo consenso degli altri soci.

Cessione quote società di persone: consulenza notarile e limiti legali

In caso di cessione, il notaio è investito dell’onere di verificare alcuni requisiti: la titolarità della partecipazione, la mancanza di pregiudizi, il rispetto di norme limitanti il trasferimento delle partecipazioni e quali siano i soggetti legittimati alla modifica dei patti sociali. Inoltre il notaio è chiamato a verificare la corrispondenza di dette partecipazioni presso il Registro delle Imprese.

 Cessione quote società di persone: chi risponde dei debiti sociali?

Tramite l’atto di cessione ci troviamo davanti a due figure di soci: il socio cedente, ossia colui che cede la sua quota e il socio cessionario, colui che acquista la quota ceduta. Il cedente, cessa di essere responsabile per i debiti contratti dalla società – successivamente al suo recesso – a seguito di pubblicità nel registro delle imprese ovvero quando tale recesso è portato a conoscenza dei terzi con mezzi idonei. Tutto ciò comporta che il socio che abbia ceduto la propria quota risponde, nei confronti dei terzi, delle obbligazioni sociali sorte fino al momento in cui la cessione sia stata iscritta nel registro delle imprese ovvero fino al momento (anteriore) in cui il terzo sia venuto a conoscenza della cessione. Qualora ci fossero dei debiti sociali, il cessionario (ossia colui che acquista la qualità di socio) sarà chiamato a rispondere anche per i debiti anteriori al suo ingresso in società, mentre il cedente (colui che cede la qualità di socio) sarà chiamato a rispondere solamente per i debiti contratti fino al giorno della cessione.

Cessione quote snc e socio unico: si deve cambiare ragione sociale?

Il requisito fondamentale per mantenere la qualifica di società in nome collettivo è la permanenza della pluralità dei soci; qualora questa dovesse venire meno, per esempio nel caso in cui uno dei due soci ceda tutte le sue quote all’altro, la società può “sopravvivere” per un limite massimo di sei mesi con un “socio unico”; trascorso questo periodo si hanno due possibilità: o si procede con la ricostituzione della pluralità dei soci o si procede con un cambio di ragione sociale. Quanto ai debiti, il socio che cede la sua partecipazione all’interno di una di S.n.c., continua a rispondere – senza riserva alcuna – per tutte le obbligazioni sorte e contratte dalla società prima della sua uscita. L’unica possibilità che il cedente ha di “ritardare” l’aggressione dei creditori è vantare il “beneficio della preventiva escussione” ossia indirizzare i creditori a far valere le loro ragioni creditizie prima nei confronti della società e, solo qualora il tentativo si rivelasse infruttuoso, nei confronti dei soci (inclusi anche gli ex soci).

Il trasferimento quote: profili di responsabilità nelle s.n.c.

Nelle società di persone vige il regime dell’autonomia patrimoniale imperfetta: i soci rispondono delle obbligazioni sociali con il loro patrimonio personale. Questo tipo di responsabilità del socio ha delle conseguenze anche nel momento in cui decida di lasciare la società: il socio uscente smette di essere responsabile per le obbligazioni sociali solo dopo la pubblicità effettuata presso il Registro Imprese dell’atto che integra la perdita della qualifica di socio. Come ricordato prima, la pubblicità permette di non essere responsabile per tutti i debiti sorti dopo la pubblicità: per tutti i casi in cui scioglimento del rapporto sociale non avvenga tramite atto notarile (recesso unilaterale, decesso di uno dei soci senza il sub-ingresso degli eredi nella compagine sociale, ecc) sarà cura del socio uscente – o degli eredi – accertarsi che, in conseguenza del trasferimento della quota, sia data tempestiva nonché idonea pubblicità tramite iscrizione nel Registro delle Imprese.

Cessione di quote nelle S.a.s.

Nelle S.a.s occorre distinguere tra due diverse categorie di quote:

  • i soci accomandatari, i quali non possono mai cedere la propria quota a meno che tutti gli altri soci non siano d’accordo, sono di diritto amministratori della società e rispondono con tutto il loro patrimonio verso i debiti della società;
  • i soci accomandanti, che possono cedere la loro quota ma solo in certi casi e a determinate condizioni, non hanno poteri amministrativi e non rispondono dei debiti della società. Nel caso in cui questi soci si intromettano nell’attività amministrativa, perdono il beneficio della responsabilità limitata senza acquistare però la qualifica di accomandatari, come prescritto dall’articolo 2320, c.c..

La quota degli accomandatari non può mai essere ceduta (a qualsiasi titolo) senza il preventivo consenso dell’unanimità dei soci, essendo il trasferimento della partecipazione di un accomandatario modifica profondamente invasiva del contratto di società. In deroga a quanto previsto dal codice civile, però, è possibile che il contratto di società consenta la cessione, libera ovvero sottoposta a particolari condizioni (come una clausola di prelazione), della partecipazione dell’accomandatario. Quanto alla partecipazione degli accomandanti la partecipazione può essere sempre trasmessa agli eredi per atto mortis causa (dal momento che in caso di morte del socio accomandante i suoi aventi causa non rischiano di assumere la posizione di soci a responsabilità illimitata) ovvero inter vivos (vendita, permuta, donazione o altro) a condizione che vi sia il consenso dei soci che rappresentano la maggioranza del capitale.
Infine, qualora si ceda la quota dell’unico accomandatario o quelle di tutti gli accomandatari, si può arrivare allo scioglimento della società, dato che ai sensi di legge, “quando rimangono soltanto soci accomandanti o soci accomandatari” la società si scioglie “sempreché nel termine di sei mesi” non si ricostituisca la categoria di soci venuta meno.

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Il patto di famiglia

Il patto di famiglia è un istituto introdotto dal Legislatore con L. 14 febbraio 2006, n. 55, con cui si mira a facilitare l’imprenditore nel passaggio generazionale dell’impresa; lo scopo è quello di rendere stabile, davanti a eventuali future contestazioni all’apertura della successione, il trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni all’interno di società di persone e/o di capitali.

patto di famiglia

Chi sono i soggetti coinvolti nel patto di famiglia?

La Legge concede l’utilizzo dell’istituto a soggetti ben qualificati; le parti sono necessariamente: l’imprenditore, uno o più discendenti (figli o nipoti) e i soggetti che la Legge considera legittimari (ovvero, ai sensi dell’art. 536 c.c., gli ascendenti, la moglie e i figli a cui non viene trasferita l’attività imprenditoriale). Tutti i soggetti di cui sopra, al fine di rendere stabile il negozio, sono chiamati a parteciparvi.

Il patto di famiglia è una donazione?

L’art. 768-bis del Codice Civile parla genericamente di trasferimento dell’attività imprenditoriale. La genericità di tale norma ha fatto sì che la dottrina si sia divisa in tre tesi diverse. Secondo parte della dottrina, il patto di famiglia costituirebbe una donazione e, più precisamente, una donazione modale. Il motivo per cui si è giunti a tale interpretazione è dovuto al fatto che manca nel complesso delle norme relative all’istituto ogni riferimento a un corrispettivo, dall’esclusione alla collazione e all’azione di riduzione dell’oggetto del patto di famiglia. Detto istituto, inoltre, prevede all’art. 768-quater l’obbligo – considerato onere legale – da parte del beneficiario del trasferimento, di liquidare i diritti successori dei soggetti legittimari dell’imprenditore che trasferisce l’attività produttiva.

Una seconda tesi, formulata da altra dottrina, ritiene che il patto abbia una natura di divisione, operando lo stesso un’estromissione dell’attività produttiva dalla futura successione. Infine, una terza tesi, lo ritiene un nuovo contratto tipizzato dal Legislatore che si pone a metà strada tra la donazione e la successione. Questo contratto complesso racchiude in sé un negozio avente natura liberale – il trasferimento dell’attività produttiva – nonché un negozio a causa solutoria, quindi onerosa, consistente nella liquidazione dei diritti successori dei legittimari non beneficiari.

Il patto di famiglia deve essere stipulato per atto notarile?

Ai sensi dell’art. 768-ter c.c., deve essere stipulato per atto pubblico e quindi a mezzo di un Notaio, a pena di nullità.

È necessaria la partecipazione di tutti i legittimari?

Ai sensi dell’art. 768-quater c.c., la legge prescrive che all’atto notarile devono partecipare anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione dell’imprenditore. Tale norma utilizza la parola “devono” e ciò ha destato più di una perplessità tra i primi commentatori della norma. Secondo una tesi restrittiva, il Notaio non potrebbe stipulare un patto di famiglia a cui non partecipino tutti i legittimari non assegnatari dell’azienda o della partecipazione societaria. Secondo una tesi più liberale, invece, è possibile stipulare il patto di famiglia, anche in mancanza di uno o più legittimari, e nel patrimonio del legittimario non presente nascerebbe così un diritto di credito; tale credito, però, potrebbe variare nel caso in cui il legittimario non presente contestasse il valore attribuito dall’imprenditore e dal beneficiario all’attività produttiva.

Serve una perizia?

La perizia in cui un tecnico valuti il valore dell’azienda o della partecipazione societaria può essere utile, ma non è necessaria; il valore dell’attività produttiva trasferita è decisa di concerto con tutti i soggetti che la legge ritiene necessari per la stipulazione.

Chi deve liquidare i diritti di legittima dei legittimari non assegnatari?

L’art. 768-quater c.c. pone la liquidazione dei diritti dei legittimari in capo al beneficiario del patto di famiglia. Ciò non toglie che di detta liquidazione possa farsene carico il c.d. disponente (quindi l’imprenditore). In quest’ultimo caso, però, ciò che viene liquidato dall’imprenditore deve necessariamente considerarsi adempimento del terzo e, a seconda del caso specifico, detta liquidazione configura un mutuo o una donazione a seconda che vi sia, da parte del beneficiario del patto di famiglia, un obbligo di restituzione o meno al disponente di quanto liquidato. In ogni caso è possibile che l’obbligo di liquidazione venga meno qualora gli altri legittimari vi rinuncino.

Cosa succede se vengono a esistere nuovi legittimari dell’imprenditore?

Nel caso in cui sopravvengano nuovi legittimari, il legislatore all’art. 768-sexies c.c. ha previsto che il patto di famiglia rimanga stabile e valido ma, il beneficiario del trasferimento, avrà l’obbligo di liquidare i legittimari sopravvenuti secondo la quota di loro spettanza.

Quali sono i vantaggi del patto di famiglia rispetto alla donazione?

Prima di tutto il patto di famiglia è un accordo che coinvolge l’intero ambito familiare consegnando al negozio una stabilità definitiva che la donazione non può assicurare, essendo questa sempre opponibile e soggetta al rischio dell’azione di riduzione. 
È doveroso ricordare, infatti, che il patto di famiglia introduce un’importante deroga al principio dei patti successori, i quali vietano ogni patto che abbia a oggetto una successione non ancora apertasi. Inoltre, sempre in funzione di rendere il negozio stabile nel tempo e, quindi, garantire la continuità della gestione imprenditoriale da parte del soggetto prescelto dall’imprenditore, è espressamente disciplinato che i beni trasferiti al beneficiario siano espressamente esclusi dall’obbligo di collazione e dall’esercizio dell’azione di riduzione.

Il patto di famiglia è un negozio definitivo?

La ratio del complesso delle norme è quello di rendere il negozio del patto di famiglia definitivo e duraturo nel tempo. Ciò non toglie che l’imprenditore possa riservarsi il controllo del bene trasferito mediante la riserva di usufrutto oppure prevedendo la facoltà di esercitare unilateralmente il diritto di recesso. Come ogni negozio nascente dal consenso di più parti, l’art. 768-septies c.c. prevede che gli intervenuti nel patto di famiglia possano sciogliere – con un nuovo negozio – gli effetti prodotti dal patto.

Le società cooperative

Cos’é la Società Cooperativa?

La società cooperativa costituisce un’impresa sia in senso economico, perché combina insieme vari fattori della produzione (lavoro, materia prime, capitale, ecc) che in senso giuridico, in quanto in essa si ritrova l’esercizio professionale di un’attività economica, volta alla produzione o allo scambio di beni o servizi. Si tratta di società a capitale variabile, con scopo mutualistico e iscritte presso l’Albo delle Società Cooperative.

cooperative

Cos’è lo scopo mutualistico?

Il carattere distintivo di questo tipo di società, rispetto a tutti gli altri tipi, risiede soprattutto nello scopo economico: le società lucrative hanno come finalità la produzione di utili ossia il c.d. lucro oggettivo da distribuire tra i soci realizzando il c.d. lucro soggettivo. Diversamente, nelle società cooperative vige il c.d. scopo “mutualistico” che consiste nell’intento di “fornire beni o servizi o occasioni di lavoro direttamente ai membri dell’organizzazione a condizioni più vantaggiose di quelle che otterrebbero dal mercato” come riportato nella Relazione Ministeriale al Codice Civile del 1942. Tutto ciò si realizza quando è consentito al socio di assicurarsi, tramite la partecipazione alla cooperativa, il diritto al godimento dei servizi prodotti dalla società tramite l’esercizio in comune di un’impresa ovvero il diritto di prestare la propria opera lavorativa.

Chi sono le parti della società?

Per far sì che si realizzi lo scopo mutualistico è necessario che assumano la qualità di imprenditore le stesse persone che normalmente sono controparti dell’impresa, ossia clienti e consumatori. In conseguenza di quanto appena detto, l’impresa verrà esercitata in modo collettivo dalle stesse persone che poi usufruiranno dei servizi prodotti dalla stessa società. Con ciò non si intende significare che destinatari dei beni o dei servizi prodotti siano esclusivamente i soci della cooperativa: in tal senso si afferma che queste società sono caratterizzate da uno scopo prevalente ma non esclusivamente mutualistico. Da quanto fin qui scritto, si afferma che il risultato perseguito dai soci non consiste nel lucro oggettivo, come sopra definito, bensì nel soddisfacimento di un comune bisogno economico.

A quanto ammonta il capitale minimo di una società cooperativa?

Dette cooperative, come ricordato nell’incipit, sono a capitale variabile, ciò significa che non è previsto un tetto minimo stabilito ex lege, diversamente da quanto previsto per gli altri tipi di società. Questo è possibile dal momento che il capitale sociale, in questo tipo di società, svolge una funzione – in parte diversa – rispetto a quella svolta nelle società di capitali. La funzione di garanzia del patrimonio, per i creditori sociali, risulta assolta dal meccanismo in forza del quale i dividendi possono essere distribuiti e le riserve assegnate ai soci solo qualora il rapporto tra patrimonio netto e il complessivo indebitamento della società sia superiore a un quarto.

Qual è la natura giuridica?

Il dibattito in dottrina è acceso ma sembra prevalere la tesi secondo cui tutte le società cooperative e mutualistiche sono pur sempre una specie del più ampio genere società, dal momento che la mutualità è un carattere dell’impresa e non un carattere organizzativo. Anche in questo tipo vige il vantaggio economico individuato nell’offerta, a favore dei soci, di beni o servizi ovvero occasioni di lavoro, a condizioni favorevoli.

Come si costituisce una società cooperativa?

Il procedimento di costituzione della società cooperativa ricalca, in linea di massima, quello delle società di capitali. La differenza principale si sostanzia nell’impossibilità, per le cooperative, di essere costituite tramite atto unilaterale poiché esse possono essere costitute solo tramite contratto.
È inoltre previsto che per costituire una società cooperativa siano necessari almeno nove soci; tale numero può essere ridotto a tre qualora i medesimi siano tutte persone fisiche e la società cooperativa decida di adottare le norme della s.r.l. Qualora, successivamente alla costituzione, il numero di soci diminuisse sotto il minimo previsto per legge, esso deve essere integrato nel termine massimo di un anno; in caso di mancata ricostituzione la società si scioglie e deve essere posta in stato di liquidazione.
Alla luce di quanto fin qui affermato è possibile individuare due tipi di cooperative: la prima – ordinaria – con non meno di nove soci; l’altra – semplificata – che può avere un numero minimo di tre soci, a patto che adotti il modello organizzativo delle società a responsabilità limitata.

La partecipazione nelle società a responsabilità limitata

Nelle società a responsabilità limitata (srl) la partecipazione del socio è rappresentata dalle quote. La quota è, pertanto, un valore nominale espresso in euro corrispondente alla percentuale del conferimento in rapporto all’intero capitale sociale.

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Cos’è una quota di srl?

La quota di s.r.l. è un bene immateriale soggetto a registrazione del Registro delle Imprese. Al titolare della quota di partecipazione a una S.r.l. competono un fascio di diritti patrimoniali e amministrativi. La quota è suscettibile di diversi diritti, anche parziari. Quindi, questa può essere in proprietà di un determinato soggetto o in comunione tra diversi soggetti. Detta quota può essere gravata, anche, da altri diritti, come il diritto reale minore dell’usufrutto oppure il diritto reale di credito del pegno. Non è possibile, invece, costituire altri tipi di diritti reali come l’uso, l’abitazione, la superficie o l’enfiteusi o l’ipoteca che attengono alla sfera dei beni immobili. La qualità di socio è riconosciuta solamente nel soggetto proprietario, sia esso pieno sia esso nudo.
I soggetti a favore dei quali sono stati costituiti gli altri diritti di usufrutto e di pegno sono titolari, secondo il titolo di costituzione del diritto, di tutti o solo alcuni dei diritti patrimoniali o amministrativi derivanti dalla quota quali il diritto di conseguire gli utili, il diritto di voto e, quindi, di partecipare alle assemblee.

Le quote di partecipazione sono trasferibili?

Il regime legale di circolazione delle partecipazioni sociali nella S.r.l. prevede la libera trasferibilità sia per atto tra vivi che per successione. È facoltà dei soci decidere, sia in sede di costituzione sia successivamente, se limitare oppure escludere la trasferibilità delle quote sia nei trasferimenti per atto tra vivi sia per successione. Il principio cardine del diritto delle S.r.l. prevede che più diventa gravoso il diritto di trasferire la propria quota più il socio viene tutelato con il diritto di recedere dalla società.

Quanto alle limitazioni di circolazione delle quote, lo Statuto delle S.r.l. può prevedere vari mezzi giuridici per evitare che all’interno della società entrino soggetti potenzialmente non graditi. Gli istituti di maggior ricorrenza sono:

  • la prelazione propria e impropria con cui il socio venditore si impegna a preferire nella vendita gli altri soci o anche soggetti terzi ritenuti preventivamente graditi;
  • il gradimento tecnico con cui i soci decidono preventivamente i requisiti oggettivi e soggettivi dei soggetti che possono entrare a far parte della società;
  • il gradimento mero con cui i soci convengono che la valutazione dei soggetti che vorranno acquistare la quota in futuro è demandata a un preciso organo il quale si esprime senza necessità di motivazione;
  • il divieto assoluto di trasferimento con il quale i soci impediscono qualsiasi tipo di trasferimento oppure solo alcune tipologie di trasferimento.

In ogni caso di trasferimento impossibilitato, è garantito di converso il diritto di recesso al socio a cui non è stata data la possibilità di trasferire la quota.

Divisibilità delle quote di srl

Nelle S.r.l. il criterio di divisione del capitale è un criterio soggettivo. Pertanto in questa forma societaria vige un principio opposto alle S.p.a. dove la partecipazione è suddivisa in azioni. Indi, il capitale sociale delle S.r.l. è suddiviso in base al numero dei soci. Nel caso, però, due soggetti costituiscano una comunione su una quota, essi sono considerati dalla legge come un unico soggetto per l’esercizio dei diritti sociali.
Il regime legale delle quote è quello della divisibilità. Solo un patto contrario contenuto nello Statuto della società può prevedere l’indivisibilità. Questo patto ha la finalità di evitare il frazionamento della quota e, indi, la dispersione della forza plutocratica. In tal modo, il socio ha il potere di disporre di tutto o niente. Si deve dare atto, però, che negli ultimi anni, dottrina autorevole si è spinta fino a estremizzare il concetto di divisibilità delle quote, oltre alla naturale divisione del capitale sociale in base al criterio soggettivo/personalistico.

Il dato normativo a suffragio della tesi di cui sopra è l’introduzione delle categorie di quote portanti diversi diritti, di cui si è parlato nell’articolo sulla sartorialità delle Sr.l.

Con la previsione di quote portanti diversi diritti, potenzialmente un socio potrebbe detenere diverse categorie di quote sia ordinarie sia per così dire “non ordinarie” o di categoria, distinte tra loro proprio dai diversi diritti che conferiscono. In tale maniera, la volontà privata potrebbe addirittura prevedere il frazionamento delle quota con previsione di numero e valore nominale frazionario. Con tale affermazione la dottrina ha caratterizzato il principio di divisibilità del capitale sociale nelle S.r.l., avvicinando il concetto di quota a quella di azione, con l’unico limite rappresentato dall’esclusione del voto divergente ossia il potere di esprimere sia un voto favorevole che contrario in sede di una medesima deliberazione giustificata dalla titolarità di quote frazionate.

Espropriazione della quota di srl

Anche la quota di S.r.l., come tutti i beni aventi valore patrimoniale, possono essere oggetto di espropriazione ossia di vendita forzata al fine di soddisfare le legittime pretese di uno o più creditori che hanno agito in giudizio. Ai sensi di legge la quota di S.r.l. può essere oggetto di pignoramento, il quale è il primo atto formale del procedimento giudiziario di esecuzione forzata, con cui si intima al debitore di non disporre del bene in pregiudizio del creditore. Il Legislatore ha contemperato la disciplina dell’espropriazione con la disciplina delle società a responsabilità limitata, caratterizzata da una forte personalizzazione. Infatti la legge prevede che nel caso in cui vi siano limiti di circolazione delle partecipazioni, la vendita forzata è disposta dal Giudice delle esecuzioni solo qualora il creditore, il debitore e la società non si accordino sulla vendita.

Inoltre, in ogni caso, qualora il soggetto aggiudicatario non sia gradito ai soci superstiti, la vendita forzata è priva di effetti se la società, entro dieci giorni dall’aggiudicazione, presenta un acquirente che offra il medesimo prezzo determinato in sede giudiziaria. Spesso le società, per evitare tale inconveniente, disciplina tra le cause di esclusione di un socio il pignoramento della quota, in maniera tale da evitare l’ingresso in società di terzi estranei potenzialmente non graditi, ma proteggendo, comunque, i diritti di terzi creditori che possono soddisfarsi sulla liquidazione della quota derivante dall’esclusione.

Atto notarile di cessione di quota di srl

L’atto notarile di cessione di una o più quote di una srl può avere la forma dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata, pertanto ai fini dell’iscrizione nel registro imprese, non è efficace una scrittura privata semplice. All’atto notarile devono partecipare necessariamente il venditore e l’acquirente. Nel caso in cui vi fossero delle limitazioni alla circolazione delle azioni, affinché si possa correttamente stipulare l’atto sarà necessario che l’eventuale gradimento, da parte dell’organo preposto a esprimerlo, sia già stato concesso (salvo condizionare sospensivamente l’atto di cessione al rilascio del gradimento nei casi di assoluta emergenza) oppure gli altri soci abbiano rinunciato a esercitare il loro diritto di prelazione. Nel caso di prelazione è possibile che la rinuncia di cui sopra sia, anche, espressa in atto.

Le imposte indirette dell’atto di cessione della quota sociale rendono tale atto poco oneroso. Infatti ogni cessione sconta l’imposta di registro in misura fissa pari a euro 200,00 oltre euro 15 di imposta di bollo da versare all’Agenzia delle Entrate, nonché un’imposta di bollo pari a euro 65,00, diritti di Camera di Commercio nella misura di euro 90,00 oltre oneri notarili in base al valore dell’atto. L’attenzione nelle cessioni di quote deve porsi, però, sulle imposte dirette, cioè sulle imposte che riguardano il reddito della persona fisica che sta cedendo la quota. Infatti, la cessione della quota concretizza una possibilità di guadagno e quindi, potrebbe contribuire a formare i c.d. “redditi diversi”.  Questo guadagno è definito “plusvalenza” ossia la differenza tra la somma investita per formare capitale e la somma realizzata con la cessione.

Si deve distinguere, dunque, la cessione della quota al valore nominale dalla cessione al valore reale o, comunque, superiore al valore nominale. La cessione della quota al valore nominale (cioè al valore corrispondente al capitale sociale ceduto) non crea plusvalenza. Ciò poiché il valore dell’investimento (conferimento a capitale) risulta pari al valore di realizzo. La cessione della quota a un valore superiore al valore nominale della quota, invece, concretizza un arricchimento del soggetto cedente che, in quanto produttivo di ricchezza, viene tassato dal legislatore. Dal 1º gennaio 2019, il legislatore per le cessioni di partecipazioni qualificate, applica indistintamente un’imposta sostitutiva pari al 26% della plusvalenza formatasi con la cessione.

Al fine di evitare l’imposta sostitutiva di cui sopra, il legislatore negli ultimi anni, nel periodo intercorrente tra il 1º gennaio e il 30 giugno di ogni anno, permette ai privati di rivalutare la propria quota societaria mediante perizia giurata e pagamento della minor imposta sostitutiva pari all’11% del maggior valore determinato dal perito.

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L’istituto del trust: cos’è e a cosa serve

Il trust è un istituto giuridico di origine anglosassone attraverso il quale un soggetto, definito disponente o “settlor”, per atto tra vivi o a causa di morte, separa il suo patrimonio destinando alcuni beni al perseguimento di specifici interessi, a favore di determinati beneficiari o per il raggiungimento di uno scopo determinato, e trasferisce la titolarità e la gestione di questi beni a un altro soggetto, definito gestore o “trustee”. Il trust rientra a pieno titolo, pertanto, nella categoria degli strumenti di tutela e protezione del patrimonio.

trust

Quale legge si applica al trust?

Il trust non è direttamente disciplinato dal nostro sistema normativo, ma è comunque uno strumento giuridico legittimo e attuabile in virtù della ratifica da parte dell’Italia della Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, entrata in vigore il 1° gennaio 1992. Pertanto, il trust è riconosciuto nel nostro ordinamento giuridico come istituto di diritto privato, ma non è regolamentato dalla legge italiana.
È compito del disponente o del gestore scegliere la legge applicabile fra gli ordinamenti giuridici stranieri che legiferano in modo specifico sul trust (quali, ad esempio, l’Inghilterra). Se, tuttavia, settlor o trustee non effettuano tale scelta, si deve applicare la legge con cui il trust ha più strette connessioni (luogo di gestione, collocazione dei beni, residenza del trustee, residenza del beneficiario, etc.).
In Italia può essere riconosciuto:
– un trust istituito all’estero;
– un trust costituito in Italia per beni situati all’estero;
– un trust istituito da cittadini stranieri in Italia su beni che si trovano in Italia.

Dibattuta è, invece, la possibilità di realizzare un trust c.d. puro o interno, cioè costituito in Italia, da un cittadino italiano e avente a oggetto beni siti nel nostro Paese.
Prima della ratifica della Convenzione e in mancanza di un’apposita legge, gli scopi raggiunti nel mondo anglosassone con l’istituto in esame, nel nostro Paese sono stati perseguiti mediante altri simili strumenti giuridici, quali il fondo patrimoniale, il mandato senza rappresentanza, il contratto a favore del terzo e il negozio fiduciario, quest’ultimo anche nella forma della società fiduciaria.

Quali sono gli effetti?

L’effetto principale del trust è la segregazione patrimoniale: i beni conferiti vanno a formare un patrimonio separato rispetto al patrimonio personale non solo del settlor, ma anche del trustee, cosicché i beni vincolati non possano essere aggrediti dai creditori del disponente o del gestore e neppure da quelli del beneficiario.
Effetto peculiare del trust risiede nello sdoppiamento della proprietà: la titolarità dei beni del trust e dei relativi diritti viene attribuita al gestore, tuttavia i beni destinati restano segregati nel trust e, come già detto, diventano estranei al patrimonio personale sia del settlor che del trustee. Il trust, infatti, viene amministrato dal trustee unicamente nell’interesse dei beneficiari individuati dal disponente o per il perseguimento degli scopi indicati dallo stesso.

Quali sono i soggetti coinvolti? Settlor e trustee 

Il settlor è colui che istituisce il trust, destinandovi determinati suoi beni e così ottenendo la separazione dalla parte di suo patrimonio conferita in trust da quella che resta nella sua sfera patrimoniale (effetto segregativo). Il settlor determina anche la durata che, fatto salvo il trust di destinazione (di cui si leggerà infra), non può essere perpetua. Il trust è irrevocabile da parte del disponente, a meno che non sia diversamente stabilito nell’atto istitutivo.
Il settlor può segregare in trust generalmente qualsiasi tipo di bene. Spesso si sente parlare, un po’ impropriamente, solo di trust immobiliare, mentre invece tale istituto può avere a oggetto non solo beni immobili, ma anche beni mobili registrati, beni mobili non registrati, quote societarie (in particolare S.r.l.) e crediti.
Il trustee, invece, è il soggetto che diventa proprietario dei beni a lui affidati, in relazione ai quali ha poteri di amministrazione e disposizione, secondo le istruzioni impartite dal disponente e in base alla legge scelta per regolamentare il trust; ha, inoltre, l’obbligo di rendere conto della gestione al disponente, al beneficiario e all’eventuale guardiano (figura di cui si leggerà infra) laddove previsto.
Il beneficiario può essere determinato o indeterminato (cioè determinato successivamente dal settlor); si distinguono poi i beneficiari immediati (quelli che traggono immediata utilità dal trust) dai beneficiari mediati.

Cosa ne può formare oggetto?

È possibile istituire anche un trust privo di beneficiario: si tratta del trust di destinazione, in cui i beni sono appunto destinati esclusivamente al perseguimento di uno scopo ritenuto meritevole di tutela.
L’atto costitutivo può anche prevedere che il disponente mantenga la titolarità dei beni vincolati e, indi, assuma lui stesso i poteri e gli obblighi di attuazione dello scopo di destinazione. In tali casi si parla di trust autodichiarato, dove le figure di settlor e trustee confluiscono in capo al medesimo soggetto e in forza del quale si determina un vincolo di destinazione all’interno dello stesso patrimonio del disponente, senza trasferimento della titolarità dei diritti vincolati a terzi.
Nel trust, infine, viene spesso prevista la figura del guardiano o “protector“, al quale possono essere attribuite dal settlor diverse funzioni, quali: esercitare poteri amministrativi di concerto con il gestore; esprimere il benestare sulle decisioni assunte dal trustee; impartire direttive o istruzioni al gestore; supervisionare l’attività di amministrazione del trust.

Caratteristiche del trust

Oltre a quanto già sopra indicato, ecco alcuni dei caratteri principali dell’istituto:

  • i beni del trust divengono di proprietà del trustee (a eccezione del trust autodichiarato, la cui ammissibilità è comunque discussa), ma si tratta di proprietà strumentale alla realizzazione delle finalità del trust;
  • il trustee è obbligato solo verso il beneficiario e non anche verso il disponente;
  • il trust non si costituisce solo per contratto, ma anche per atto unilaterale (come un testamento);
  • i beni del trust formano una massa separata (e perciò protetta) dal patrimonio di settlor, trustee e beneficiario, e, in ragione di ciò, non possono essere aggrediti dai loro creditori particolari.

L’ultima caratteristica enunciata rappresenta l’effetto segregativo e al contempo protettivo del trust. In merito a tale effetto, tuttavia, va evidenziato come il nostro legislatore abbia anche delineato specifiche situazioni che non è possibile proteggere, cioè per le quali il trust non può trovare attuazione, quali ad esempio gli atti soggetti all’azione revocatoria ordinaria (art. 2901 codice civile) o fallimentare (artt. 64 e 67 R.D. n. 267/1942).

Atto notarile: quali sono i costi?

Il trust, qualora abbia a oggetto immobili, aziende ovvero partecipazioni sociali, perché possa essere pubblicizzato, deve essere stipulato per atto pubblico, con il ministero di un notaio.

In termini di tassazione indiretta, l’atto notarile istitutivo è soggetto all’imposta sulle donazioni e successioni di cui al D.lgs. n. 346/1990 e questo perché l’art. 2, comma 47, D.L. n. 262/2006 ha previsto che tale imposta si applichi anche a tutti gli atti di costituzione di vincoli di destinazione, fra i quali rientra il trust. In particolare, per il calcolo dell’imposta, il comma 49 del medesimo art. 2 prevede determinate aliquote (4%, 6% ed 8%) da applicare sul valore netto complessivo dei beni e dei diritti vincolati, valore quindi eccedente specifiche soglie di franchigia (euro 100.000, 1.000.000 o 1.500.000). Aliquote e franchigie variano in base al rapporto che sussiste fra disponente e beneficiario ed in base alla condizione del beneficiario.
Oltre alla suddetta imposta, si devono aggiungere: le imposte ipotecaria e catastale, in misura fissa di euro 200 ciascuna, se il trust ha a oggetto beni immobili; e l’imposta di bollo che, a secondo della tipologia dei beni vincolati e trasferiti in titolarità al gestore, può variare (euro 156, 225, 230 o 300).

Nell’ipotesi in cui il trust venga realizzato senza trasferimento strumentale dei diritti vincolati in favore del trustee, si ottiene il vantaggio fiscale della non applicazione dell’imposta sulle donazioni e successioni. In questo modo la costituzione del trust, che si sostanzia nel solo negozio istitutivo, rientra fra gli atti soggetti a registrazione in termine fisso, che vuol dire: imposta fissa di registro per euro 200; imposta ipotecaria, in misura fissa di euro 200, se il trust ha ad oggetto beni immobili; e imposta di bollo per euro 45.

Nel caso specifico del trust autodichiarato, ove disponente e gestore coincidono e sempre che si ritenga ammissibile, vi sono tutt’ora dubbi se debba farsi applicazione dell’imposta proporzionale sulle donazioni e successioni (posizione dell’Amministrazione Finanziaria) oppure dell’imposta fissa di registro (come sostenuto della Giurisprudenza Tributaria).

Dall’esame della tassazione indiretta del trust autodichiarato, una più recente Giurisprudenza, sia di legittimità (Cassazione Civile, Sezione Tributaria, Sentenze n° 1131/2019 e n° 21614/2016) che di merito (Commissione Tributaria Provinciale di Pesaro, Sentenza n° 387/2017), ha sostenuto che l’imposta proporzionale sulle donazioni e successioni si applichi unicamente quando, dopo aver il disponente posto in essere il trasferimento strumentale di quanto vincolato al trustee e una volta raggiunte le finalità del trust stesso, disciplini altresì l’effettiva e finale attribuzione (o trasferimento di titolarità) dei beni e relativi diritti segregati in favore del beneficiario finale. Secondo tale recente impostazione, avallata anche da parte della dottrina (rivista Ipsoa – Wolters Kluwer “Trusts e attività fiduciarie”, pubblicazioni n. 6/2019 e n. 5/2017), è infatti il beneficiario (e non il disponente o il trustee) il soggetto passivo delle imposte di successione e donazione, in termini sostanziali e procedimentali. In sintesi, a parere di questo orientamento: se il settlor pone in essere un trust autodichiarato, oppure se prevede unicamente il trasferimento strumentale dei beni e diritti vincolati al trustee, si applica l’imposta di registro in misura fissa; se, invece, il settlor, contestualmente al trasferimento strumentale al trustee, disciplina anche un trasferimento finale della proprietà dei medesimi beni e diritti vincolati direttamente in favore del beneficiario individuato, allora (e solo in questa ipotesi) si applicheranno le imposte di donazione e successione, con franchigie e aliquote parametrate al grado di parentela esistente tra settlor e beneficiario finale.

Conclusioni

Anche se il nostro ordinamento è ancora carente di una normativa ad hoc, il trust trova oggi in Italia copiosa applicazione e gode di grande successo operativo. Questo perché si tratta di uno strumento giuridico semplice e flessibile nella sua attuazione, oltre che per finalità di tipo tradizionale (scopi familiari, benefici e/o solidali), anche per finalità lucrative.
È necessario rivolgersi a un professionista come il notaio non solo per la stipulazione dell’atto, ma anche per avere un parere e consigli tecnici, in campo giuridico e fiscale, di modo da poter realizzare al meglio i propri interessi.