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Esclusione di un socio inattivo o irreperibile da una società a responsabilità limitata

quoteUn’esigenza sentita da molte società a responsabilità limitata è quella di escludere un socio che non partecipa in alcun modo alle attività assembleari. Il Comitato Interregionale dei Consigli Notarili delle Tre Venezie ha presentato il 28 settembre 2019 la massima societaria I.H.20 che ha disciplinato tale fattispecie rendendo possibile una clausola statutaria che prevede l’esclusione del socio inattivo o irreperibile.

La fattispecie

Non sono rari i casi in cui una società incappi nella fattispecie del socio inattivo. Il socio si definisce inattivo quando per determinate ragioni si rende irreperibile e non partecipa in alcun modo all’attività sociale e nello specifico all’attività assembleare.

Si pensi al caso frequente in cui un socio ha divergenze con gli altri soci e decide di disinteressarsi della società “abbandonandola” di fatto.
Tale disinteresse può comportare notevoli difficoltà alla società soprattutto nei casi in cui il socio inattivo detenga una partecipazione di maggioranza, tale impedire, per esempio, l’assunzione di una decisione in assemblea per mancanza del quorum costitutivo o deliberativo.

Quali sono i rimedi che la legge prevede in tali casi?

Il legislatore prevede che la società che non riesca ad assumere una decisione in assemblea per impossibilità del suo funzionamento debba considerarsi sciolta. In tal caso l’organo amministrativo ha l’onere di depositare una dichiarazione presso il Registro delle Imprese che dichiari lo scioglimento della società, il quale assume efficacia alla data di iscrizione nel Registro delle Imprese stesso.

Qualora l’organo amministrativo ometta tale adempimento, il Tribunale su istanza di singoli soci o singoli amministratori o, ancora, dei sindaci procederà con la verifica della causa di scioglimento.

Dopo tali formalità, l’assemblea dei soci deve nominare un liquidatore e, nel caso di sua impossibilità, provvederà il Tribunale nominando un liquidatore giudiziale.

È possibile adottare una clausola statutaria che preveda l’esclusione del socio inattivo?

Tradizionalmente l’esclusione del socio può essere deliberata quando si verifichi un grave inadempimento delle obbligazioni derivanti dalla legge o dallo statuto sociale.

Ancora, il socio può essere escluso ove lo statuto, ai sensi dell’art. 2473-bis c.c., abbia previsto una specifica ipotesi di esclusione per giusta causa.

Ora bisogna interrogarsi se l’inattività o irreperibilità del socio rappresenti o meno una giusta causa, e di conseguenza occorre chiedersi se in una società a responsabilità limitata sia più importante l’interesse del singolo a disinteressarsi alle attività sociali ovvero sia conferito maggior rilievo agli interessi sociali.

Il Triveneto con la massima I.H.20 ha stabilito che, in suddetti casi, è necessario tutelare l’interesse sociale a discapito dell’interesse del singolo socio.

In altri termini, secondo il Triveneto è legittimo prevedere come causa di esclusione, ai sensi dell’art. 2473-bis c.c., “la mancata partecipazione, per un periodo di tempo significativo, all’attività assembleare”.

La clausola di esclusione del socio inattivo/irreperibile può essere prevista nell’atto costitutivo?

La clausola di esclusione del socio inattivo/irreperibile può sicuramente essere prevista fin dall’atto costitutivo in quanto sicuramente si ha l’unanimità dei consensi dei soci costituenti.

Prevedere tale clausola fin dalla costituzione della società è un atto di prudenza che permette, nel caso si verificasse il problema in esame, di risolvere lo stallo assembleare con maggior rapidità rispetto al procedimento giudiziario.

Se la società è già costituita cosa si può fare?

La clausola di esclusione può essere introdotta anche con una modifica statutaria. “Ça va sans dire” che per inserire una clausola statutaria bisogna disporre di una maggioranza in assemblea che consenta una modifica dello statuto.

Qualora il socio inattivo abbia una partecipazione rilevante tale da impedire il formarsi di una maggioranza, non sarà possibile modificare lo statuto.

Le società azionarie possono prevedere la su descritta clausola di esclusione?

Il Triveneto ha preso posizione anche in riferimento alle società azionarie. Nel caso delle società azionarie, è possibile prevedere che le azioni siano riscattabili dalla stessa società ovvero dagli altri soci, qualora il socio titolare delle azioni non partecipi per un tempo significativo ad alcuna attività assembleare.

Vi sono limiti nell’introduzione di tale clausola?

Nel diritto societario vige il c.d. principio della parità di trattamento e da ciò consegue che l’operatività della clausola di esclusione si debba riferire a comportamenti successivi all’introduzione della medesima clausola.

Qualora la clausola sia prevista sin dalla costituzione della società non si può ritenere violato il principio di parità di trattamento in quanto tutti i soci sono nelle medesime condizioni.

Il problema sorge quando la clausola viene inserita a maggioranza dall’assemblea durante la vita sociale: qualora la clausola, in qualche modo, si riferisca a comportamenti che un determinato socio ha già manifestato, senza dubbio ciò rappresenterebbe una clausola che viola la parità di trattamento. Conseguentemente la delibera che ha introdotto la clausole di esclusione sarebbe da ritenere annullabile.

Fatta la dovuta precisazione, la clausola può essere legittimamente adottata solo in riferimento a comportamenti dei soci successivi all’adozione della clausola stessa.

Formulario

Può essere escluso il socio nel caso di mancato intervento, per un periodo di tempo significativo, alle assemblee dei soci. Si deve considerare periodo di tempo significativo il mancato intervento in assemblea per un periodo superiore a 24 mesi.

L’esclusione deve essere approvata dai soci con apposita delibera da adottarsi con la maggioranza di cui all’art. 2479 bis c.c.

Per la valida costituzione dell’assemblea e per il calcolo della maggioranza richiesta non si tiene conto della partecipazione del socio della cui esclusione si tratta, il quale tuttavia potrà intervenire alla riunione assembleare ma senza diritto di voto.

Il socio escluso ha diritto alla liquidazione della sua partecipazione; al riguardo si applicano le disposizioni dell’art. 2473 c.c., preclusa la possibilità del rimborso della partecipazione mediante riduzione del capitale sociale“.

La gestione dell’impresa secondo il nuovo codice delle crisi d’impresa.

atto notarile 2In questo blog abbiamo già trattato qui la c.d. “riforma delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza”. In questo articolo vogliamo affrontare un altro aspetto della riforma, ossia le modifiche al codice civile sulla gestione dell’attività d’impresa.

Cosa si intende per gestione dell’attività d’impresa?

L’art. 2086 del codice civile è stato recentemente emendato ed invero, oggi, la sua rubrica recita “Gestione dell’impresa”. Il secondo comma di questo articolo definisce la gestione d’impresa come segue “L’imprenditore, che operi in forma societaria o collettiva, ha il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell’impresa e della perdita della continuità aziendale, nonché di attivarsi senza indugio per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale”. Questa definizione è stata recepita anche in materia di società personali (art. 2257 c.c.), società per azioni (art. 2380-bis c.c.) e società a responsabilità limitata (art. 2475 c.c.).

In altri termini, mentre prima della riforma in commento per svolgere un’attività d’impresa era sufficiente tanta buona volontà, oggi l’imprenditore deve anche dotarsi di un’organizzazione, un’amministrazione e una contabilità che siano adeguate alla dimensione della sua attività d’impresa.

La gestione dell’attività d’impresa è un concetto uguale a quello di amministrazione?

Preme, innanzitutto, affermare che la gestione dell’attività d’impresa e l’amministrazione di una società sono concetti che vanno tenuti ben distinti.

La gestione dell’attività d’impresa, la quale in ogni caso rappresenta un’esclusiva degli amministratori, riguarda il piano organizzativo dell’attività aziendale.

L’amministrazione, invece, inerisce alla gestione della società e alle scelte imprenditoriali e tale potere spetta: esclusivamente agli amministratori, nel caso delle S.p.a. e delle S.a.s; può spettare anche ai soci nelle S.r.l. e nelle S.n.c.

Facciamo degli esempi pratici per capire la differenza tra organizzazione e gestione d’impresa:

1) se una società emette 30.000 fatture all’anno, spetterà esclusivamente all’organo amministrativo decidere quanto personale necessita l’ufficio amministrativo per funzionare correttamente, in quanto questo aspetto riguarda l’organizzazione contabile dell’attività d’impresa;

2) al contrario, decidere se l’attività d’impresa debba presentarsi ad un nuovo mercato all’estero rappresenta una tipica attività di gestione sociale e, conseguentemente, tale scelta può essere rimessa anche ai soci qualora il tipo sociale lo consenta (come nel caso delle S.r.l.).

I patti sociali e gli statuti delle società vanno adeguati?

Se aderiamo all’impostazione qui descritta, che considera concetti distinti la gestione e l’amministrazione di una società commerciale, non sarà necessario adeguare lo statuto sociale o i patti sociali.

L’obbligo di gestione di una società, secondo il nuovo disposto di cui all’art. 2086 c.c., discende solo dalla legge, la quale non prevede alcuna menzione obbligatoria da riportare nei patti sociali e negli statuti.

Tuttavia, si ritiene opportuno che le nuove società costituende richiamino, nei loro patti sociali e nei loro statuti, questo nuovo principio di gestione dell’attività d’impresa, al fine di informare e sensibilizzare la collettività sul nuovo concetto di fare impresa.

Proposte redazionali

Possiamo provare ad abbozzare alcune clausole da inserire nei patti sociali e negli statuti.

Per le società a responsabilità limitata:

ARTICOLO<numero articolo>- LA GESTIONE DELL’IMPRESA

La gestione dell’impresa spetta esclusivamente all’organo amministrativo, il quale ha il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’attività d’impresa svolta dalla società, anche in funzione della rilevazione tempestiva di una eventuale crisi dell’impresa o della perdita della continuità aziendale. In tali casi deve, senza indugio, adottare e attuare uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale.”

Per le società per azioni:

ARTICOLO<numero articolo>- COMPETENZA E POTERI DELL’ORGANO AMMINISTRATIVO

La gestione dell’impresa sociale spetta esclusivamente all’organo amministrativo, il quale:

– compie le operazioni necessarie per l’attuazione dell’oggetto sociale;

– ha il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’attività d’impresa svolta dalla società, anche in funzione della rilevazione tempestiva di una eventuale crisi dell’impresa o della perdita della continuità aziendale. In tali casi deve, senza indugio, adottare e attuare uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale”.

Per le società in nome collettivo:

ARTICOLO<numero articolo>- LA GESTIONE DELL’IMPRESA

La gestione dell’impresa spetta esclusivamente ai soci amministratori, i quali hanno il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’attività d’impresa svolta dalla società, anche in funzione della rilevazione tempestiva di una eventuale crisi dell’impresa o della perdita della continuità aziendale. In tali casi devono, senza indugio, adottare e attuare uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale”.

Per le società in accomandita semplice:

ARTICOLO <numero articolo>- LA GESTIONE DELL’IMPRESA

La gestione dell’impresa spetta esclusivamente ai soci accomandatari, i quali hanno il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’attività d’impresa svolta dalla società, anche in funzione della rilevazione tempestiva di una eventuale crisi dell’impresa o della perdita della continuità aziendale. In tali casi devono, senza indugio, adottare e attuare uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale”.

 

I vari tipi di procura: il caso particolare della procura institoria

cessioneLa procura notarile è l’atto con cui un soggetto “delega” a un altro soggetto la possibilità di agire in sua vece per il compimento di uno o più atti giuridici.[1]

Nel primo caso si parla di procura speciale, ossia relativa ad un singolo atto o a una parte specifica degli affari di chi conferisce la procura. Nel secondo caso, ossia quando si vuol far valere la delega per tutti gli affari del soggetto richiedente, si parla di procura generale.

I documenti necessari alla sottoscrizione di una procura notarile variano in base al tipo ed alle finalità della stessa:

  • per la sottoscrizione di una procura generale è necessario munirsi di documento d’identità, codice fiscale e generalità complete del delegante
  • per la delega speciale servono documento di riconoscimento, codice fiscale e generalità della persona a cui si vuole conferire la procura sono comunque sempre richiesti, oltre a quelli occorrenti in base al caso specifico[2].

La procura non è un contratto in quanto per la sua validità non necessita di accettazione da parte del rappresentato, ma è un negozio unilaterale  che attribuisce un potere ad un altro soggetto, il rappresentante, un potere che quest’ultimo potrà usare verso i terzi.

Il rappresentante potrà, quindi, usare i poteri che gli sono stati conferiti oppure disinteressarsene; certo è che nel momento in cui deciderà di agire in conformità del potere conferitogli non potrà più disinteressarsene senza andare incontro a delle responsabilità.

Viene, allora, da chiedersi quali saranno gli obblighi del rappresentante, visto che riceve solo un potere;
qui il discorso si fa più “fumoso”, perché risulta evidente che il solo conferimento della procura non garantisce il rappresentato circa la riuscita dell’incarico che ha conferito; ed allora sarà buona norma far accompagnare la procura ad un altro negozio giuridico, un contratto, tra lui ed il rappresentante in modo che entrambi sappiano da subito cosa devono e non devono fare e quali obblighi dovranno osservare, questo contratto è, di solito, il mandato.

Inoltre viene definito “falsus procurator” chi agisce come rappresentante senza averne i poteri e, sempre in tale veste, conclude un contratto con un terzo.

È ovvio che il falsamente rappresentato non può essere obbligato alla osservanza del contratto concluso dal falso rappresentante, ma potrebbe essere comunque interessato a questo come nel caso in cui il contratto sia comunque conveniente.

In aiuto viene l’articolo 1399 c.c.  che consente al falsamente rappresentato di far proprio il contratto concluso dal falsus procurator attraverso la ratifica.

Un caso particolare, inoltre, è quello della procura institoria che, ai sensi dell’art. 2203 c.c., è l’atto pubblico o la scrittura privata autenticata con cui un imprenditore attribuisce al delegante il potere di compiere tutti gli atti inerenti all’esercizio dell’impresa, fatti salvi i limiti voluti dalle parti. Infatti con il termine institore la legge individua il lavoratore posto a capo dell’impresa o di un suo ramo al fine di esercitare funzioni gestionali, prescindendo dalla stabilità del rapporto interno, finendo con l’essere un alter   ego dell’imprenditore.

Essa va a repertorio e raccolta e sconta la seguente tassazione: 200 euro di imposta di registro, 30 euro di bollo, 90 euro per i diritti alla competente camera di commercio più l’onorario variabile (determinato dal professionista) e l’I.V.A. al 22 % sull’onorario stesso. Il bollo si paga anche per l’iscrizione nel registro delle imprese e non viene corrisposto al momento della registrazione tramite modello unico informatico. Esso varia a seconda che siano coinvolte società di capitali o società di persone: ammonta a 65 euro nel primo caso e a 59 euro nel secondo.

Un atto contenente più procure institorie rientra negli atti che contengono più disposizioni non aventi per oggetto prestazioni a contenuto patrimoniale, così come quello in cui sono nominati una pluralità di institori, sconta una sola imposta di registro.

Al fine di rendere completa la trattazione è bene fare cenno ad un altro tipo di procura. La procura alle liti è un negozio giuridico riconosciuto nei confronti della parte privata, sia essa ricorrente, interveniente o resistente, persona fisica o giuridica, in cui conferisce, al difensore abilitato, un apposito incarico, mediante:

  • atto pubblico;
  • scrittura privata autenticata od anche in calce;
  • a margine di un atto del processo.

I soggetti abilitati all’assistenza tecnica dinanzi alle Commissioni tributarie vengono individuati dall’articolo 12, comma 3, d.Lgs. 546/1992, il quale distingue tali soggetti in funzione: a) della materia oggetto di controversia b) dalle specifiche controversie c) della categoria di contribuente[3].

Pietro Domenico Cea notaio

[1]E’ un negozio giuridico unilaterale, autonomo, recettizio; sul punto Diener, Il contatto in generale, Milano, 2002, 572; Mosco, La rappresentanza volontaria nel diritto privato, p. 113; Messineo, Il contratto in generale, p. 244; Carresi, Il contratto, p. 175-176; Bigliazzi Geri,Voce Procura (dir. priv.), p. 1005.

[2]In realtà la procura può anche essere generica qualora autorizzi al compimento di atti limitati ad un solo tipo negoziale; Mirabelli, Dei contratti in generale, p.373; Auciello, La volontaria giurisdizione e il regime patrimoniale della famiglia, p. 120; Pugliatti, Studi sulla rappresentanza, p. 170.

[3]Alpa, Riv. Tri. Dir. civ, 2015, p. 60

FARE UNA SOCIETÀ DI CAPITALI CON UN SOLO EURO: REALTÀ O ILLUSIONE?

quoteGentile notaio, sono un giovane di 32 anni. Ho sentito che si può fare una società a responsabilità limitata con agevolazioni speciali e con un euro soltanto! È vero che ci sono questi vantaggi? Come si può procedere?

Il nostro giovane lettore ci consente di introdurre un poco di chiarezza su un argomento non irrilevante e sul quale si è parlato molto, spesso a sproposito, generando una notevole confusione.

La società a responsabilità semplificata è stata introdotta nel 2012 con il “decreto liberalizzazioni” sotto il governo Monti. Lo scopo ufficiale era originariamente quello di favorire l’entrata nel mondo del lavoro da parte dei giovani aventi età non superiore a 35 anni. A seguito di modificazioni tosto introdotte, è stato tuttavia eliminato questo limite, anche perché è apparso subito evidente come non sarebbe stato molto chiaro che cosa sarebbe accaduto a questi “giovani” e alle loro società una volta passato il predetto limite d’età.

Ma quali sono le caratteristiche di questa società “semplificata”?

Anzitutto si tratta di una società di capitali, nella quale cioè il denaro conferito è posto a garanzia dei creditori, i quali non possono dunque rivolgersi al patrimonio personale dei soci (come invece è possibile nelle c.d. società “di persone” come ad esempio la società in nome collettivo), ma devono soddisfarsi solo sul capitale. Ebbene: nella srl “semplificata” la misura di questo capitale (che al minimo nella srl “normale” è di 10.000 euro) può essere ridotta da tale importo fino a 1 euro. Dunque problemi tutti risolti anche per chi non ha soldi? Non si direbbe proprio: quale fornitore, quale banca, quale cliente si fiderà mai di chi può mettere a disposizione come massimo capitale di rischio la somma di un euro? Alla fine se si decidesse di fare davvero qualcosa di concreto (comprare una scrivania, un’automobile, un registratore di cassa, uno scaffale) occorrerà per il socio pur sempre aprire il proprio portafogli, oppure dare garanzie personali a chi fa credito.

E per il resto? Forse che il Fisco, notoriamente non prodigo con chi fa impresa, si sia commosso, decidendosi ad elargire benefici, agevolazioni, sovvenzioni?

Nossignore: le aliquote di tassazione (IRES) sono le stesse delle altre società “ordinarie”, come anche le tasse e le imposte annuali, l’IRAP, le concessioni governative. E per i dipendenti eventualmente assunti dalla nostra “SRLS”? Anche in questo caso, nulla di nulla. Così non sono stati previsti sconti per i contributi previdenziali INPS, per le erogazioni in favore dell’INAIL. E per la tenuta della contabilità? Niente da fare pure per questa: non ci sono speciali semplificazioni per agevolare il compito e l’onere del commercialista. E per il notaio? Qui le novità sono invece molto rilevanti. Infatti lo schema dell’atto è fisso e invariabile: non è permesso articolare uno statuto sociale dal contenuto complesso, magari disciplinando in maniera peculiare il diritto di voto o la cedibilità delle quote. Ma la cosa più “attrattiva” per il cliente è un’altra: qui infatti il legislatore ha previsto che l’attività notarile debba essere prestata senza onorario. In altre parole, davanti al notaio si paga soltanto l’imposta di registro che va allo Stato (questa senza sconti), mentre il professionista deve lavorare gratis (o meglio: deve erogare la propria prestazione a proprie spese, immaginandosi che continui a pagare lo stipendio alle impiegate che lo aiutano). Insomma, qualche agevolazione per chi vuole fare una srl semplificata c’è, ma non te la offre lo Stato. Quest’ultimo ha posto l’onere su qualcun altro. Specchio dei nostri tempi o specchi per le allodole?

Daniele Minussi

“SARTORIALITÀ” DELLE SOCIETÀ A RESPONSABILITÀ LIMITATA

lingua attoLa disciplina della Società a Responsabilità Limitata (“Srl”) è stata profondamente innovata grazie ad alcuni interventi normativi che si sono avvicendati nel corso dell’ultimo anno. Gli interventi normativi sono dedicati in modo particolare alle piccole medie imprese (“Pmi”). Si tratta, precisamente, del Decreto legge 24 aprile 2017 n. 50 convertito in legge grazie alla Legge 21 giugno 2017 n. 96, nonché del D. Lgs 3 agosto 2017 n. 129. La legge, di cui sopra, richiama espressamente la legge sulle Start-up innovative e gli incubatori certificati e specificatamente l’art. 26, comma 2 – 3 – 5 e 6, della L. 18 ottobre 2012, n. 179.

Cosa sono le PMI?

La definizione di Piccola media impresa è contenuta nella Raccomandazione 2003/361/CE del 6 maggio 2003, che include nelle Pmi tutte le imprese che: 1) occupino meno di 250 persone;  2) abbiano un fatturato annuo che non superi i 50 milioni di euro; 3) abbiano un totale di bilancio annuo che non supera i 43 milioni di euro. In considerazione dell’economia delle imprese sotto forma di S.r.l. la disciplina delle Pmi è applicabile alla quasi totalità delle Società a responsabilità limitata italiane.

Quali sono le deroghe al codice civile?

La disciplina delle Pmi è una vera e propria deroga al Codice Civile. Difatti, il legislatore usa proprio il termine “in deroga”. Lo scopo delle deroghe è quella di consentire alla volontà dei soci  di poter rendere ancora più flessibile la struttura delle S.r.l.  Ciò consente alla S.r.l. di essere molto più simile alle S.p.a., mantenendo, comunque, tutti i pregi delle S.r.l. ordinarie, come i costi di gestione più bassi rispetto alle società per azioni. È solo il caso di specificare che le deroghe al Codice Civile sono applicabili sia alle S.r.l. ordinarie (con capitale di euro 10.000,00) sia quelle a capitale ridotto, non alle S.r.l.s, non avendo queste uno statuto modificabile per volontà dei soci.

Che cosa è possibile derogare rispetto alla ordinaria disciplina?

Lo statuto di una SRL PMI, può prevedere categorie di quote fornite di diritti diversi e, nei limiti imposti dalla legge, può determinarne il contenuto liberamente anche in deroga a quanto previsto dall’articolo 2468, commi secondo e terzo, del codice civile. Allo stesso modo la società a responsabilità limitata può creare categorie di quote che non attribuiscano diritti di voto o che attribuiscano al socio diritti di voto in misura non proporzionale alla partecipazione da questi detenuta ovvero diritti di voto limitati a particolari argomenti oppure, ancora, subordinati al verificarsi di particolari condizioni non meramente potestative.

Inoltre, in deroga a quanto previsto dall’articolo 2468, comma primo, del codice civile, le quote di partecipazione della società possono costituire oggetto di offerta al pubblico di prodotti finanziari (c.d. crowdfunding), anche attraverso portali per la raccolta di capitali nei limiti previsti dalle leggi speciali.

È anche possibile, in deroga al divieto di operazioni sulle proprie partecipazioni stabilito dall’articolo 2474 c.c. acquistare proprie quote qualora l’operazione sia compiuta in attuazione di piani di incentivazione che prevedano l’assegnazione delle medesime quote di partecipazione a dipendenti, collaboratori o componenti dell’organo amministrativo, prestatori di opera e servizi anche professionali.

Applicazioni pratiche

Nella determinazione del contenuto delle quote di categoria delle s.r.l. PMI, ossia nella determinazione dei “diritti diversi” ad esse attribuiti, l’autonomia statutaria incontra i limiti generali del diritto societario (come il divieto di patto leonino di cui all’art. 2265 c.c.), oppure l’impossibilità di limitare o escludere cause di recesso legale.

La dottrina ha elaborato le seguenti possibili fattispecie.

I diritti diversi che connotano una categoria di quote possono avere ad oggetto diritti inerenti alla circolazione delle quote. È possibile sia attribuire ad una sola categoria di quote il diritto previsto da una clausola limitativa della circolazione delle altre partecipazioni sociali, nonché il diritto di esercitare la prelazione in caso di alienazione di una di esse o il diritto di esprimere un gradimento.

È, anche, possibile assoggettare solo una categoria di quote ad obblighi, oneri o soggezioni: lo statuto può prevedere che solo per una categoria di quote vi sia l’obbligo di concedere la prelazione ai titolari di un’altra categoria di quote o ad altri soci singolarmente individuati o il divieto di alienazione in mancanza di gradimento o la soggezione al diritto di riscatto spettante a un’altra categoria di quote o ad altri soci singolarmente individuati.

È, altresì, possibile creare quote a voto maggiorato o a voto multiplo, nonché prevedere, in relazione alla misura o alla quantità di quote possedute da uno stesso soggetto, limitare o scaglionare il diritto di voto.

I “diritti diversi” possono consistere, anche, nella limitazione o eliminazione di diritti del socio non insopprimibili per disposizione imperativa di legge o inderogabile inerenza al tipo. Una categoria di quote nelle s.r.l. PMI può pertanto essere contraddistinta dalla limitazione o dall’assenza del diritto di sottoscrizione di aumenti di capitale a pagamento, salva l’osservanza dell’art. 2482-ter c.c. oppure la limitazione delle facoltà di informazione e consultazione previste dall’articolo 2476, comma 2, c.c. per il periodo in cui sia nominato un  organo di controllo sulla gestione.

A questo link un esempio di statuto.

Indennità di fine rapporto del lavoratore deceduto e profili successori

contratto clausoleIn caso di decesso del lavoratore dipendente sono previste delle indennità a favore degli eredi che verranno trattate qui di seguito.

In caso di morte del lavoratore, durante il rapporto di lavoro, quali sono le indennità spettanti agli eredi?

Oggetto dell’erogazione nei confronti degli eredi, sono due diverse indennità, ovvero l’indennità sostitutiva di preavviso (regolata dall’art. 2118 c.c.) e l’indennità di fine rapporto (regolata dall’art. 2120 c.c.)

Quando e come è dovuta l’indennità di preavviso di cui all’art. 2118 c.c.?

L’indennità sostitutiva di preavviso è dovuta in misura equivalente all’importo della retribuzione che sarebbe dovuta per il periodo di preavviso, in caso di cessazione del rapporto di lavoro, con riferimento alla posizione conseguita dal lavoratore, poiché, con la morte, il lavoratore è privato della possibilità stessa del preavviso.

I presupposti necessari, ai fini dell’erogazione dell’indennità di cui all’art. 2122 c.c. sono – quindi – l’esistenza di un rapporto di lavoro al momento del decesso e la morte del lavoratore.

Cosa succede nel caso in cui il rapporto di lavoro si sia già estinto al momento del decesso?

Qualora il rapporto di lavoro si fosse già estinto prima della morte del lavoratore, l’indennità di fine rapporto farebbe già parte del suo patrimonio e rispetto ad essa si darebbe luogo alla successione ordinaria mortis causa, sotto forma o, di somma di denaro se già erogata dal datore di lavoro, o, di credito se non ancora corrisposta. Pertanto, in caso di decesso successivamente alla fine del rapporto di lavoro, il diritto non si acquista iure proprio, bensì iure successionis, il che implica che il lavoratore ne può disporre anche con testamento, con i limiti previsti dalla Legge in tema di diritti dei legittimari.

Posso disporre in maniera diretta per testamento dell’indennità di fine rapporto?

Non sempre è possibile disporne, in quanto il lavoratore può disporre mortis causa mediante testamento, ed in qualunque sua forma (olografo o pubblico), dell’indennità ex art. 2122  c.c. solo se tale indennità è già entrata a far parte del suo patrimonio, e quindi sotto la condizione che al momento della redazione del testamento il rapporto di lavoro sia già cessato.

Il lavoratore/testatore, tuttavia, potrà disporre dell’indennità di fine rapporto liberamente, in mancanza dei soggetti rientranti nelle categorie di cui all’art. 2122 c.c, ovvero nei casi in cui non sia sposato, non abbia prole a carico, e non siano in vita parenti entro il terzo grado od affini entro il secondo.

Vi sono delle modalità “indirette” per disporre dell’indennità, in presenza di coniuge o prole a carico, ed in favore di terzi soggetti?

No. l’unico modo per disporne tramite testamento è quello di effettuare un legato, ovvero una disposizione a titolo particolare tramite testamento, di tali diritti a terzi, sotto la condizione dell’assenza dei soggetti indicati dall’art. 2122 c.c.

Se l’eredità è damnosa, posso rinunciare e ottenere comunque il diritto alla liquidazione dell’indennità sostitutiva e di fine rapporto?

Si, in quanto tali indennità si acquistano non in ragione della successione del defunto, bensì quale diritto proprio, e, pertanto, sono da intendersi non ricadenti all’interno dell’asse ereditario, pertanto, la liquidazione è dovuta a prescindere dall’accettazione dell’eredità, in qualunque sua forma, e, anche nel caso l’erede vi rinunzi.

Il convivente, ha diritto all’indennità di cessazione?

No, allo stato attuale, il soggetto convivente, pur se la convivenza sia stata registrata ai sensi del L. 76/2016 (c.d. L. “Cirinnà”), non ha diritto ad alcuna corresponsione delle indennità sostitutiva di preavviso e dell’indennità di fine rapporto.

Il coniuge divorziato ha diritto a tali prestazioni?

Perché il coniuge divorziato abbia diritto all’indennità sostitutiva di preavviso e all’indennità di fine rapporto, nei limiti di Legge, è necessario che sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, passata in giudicato, ed il richiedente superstite non abbia contratto nuovo nozze, e, al momento del decesso del prestatore di lavoro, sia stato titolare dell’assegno c.d. divorzile, come previsto dall’art. 5 L. 898/1970 (c.d. Legge sul Divorzio). Il diritto alle suddette indennità spetta, comunque, solo nel caso in cui esse siano maturate dopo la proposizione della domanda di divorzio, e purché l’assegno divorzile avesse carattere periodico.

Non ha invece diritto all’indennità il coniuge separato e non divorziato, pur se il medesimo coniuge separato goda al momento della cessione del rapporto di lavoro dell’assegno di mantenimento. Il coniuge separato, in ogni caso, mantiene, fino alla sentenza di  scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, i diritti successori.

È possibile stipulare un atto notarile, con cui vengono, durante la vita del prestatore di lavoro, divise le relative quote di indennità previste dall’art. 2118 c.c. e 2120 c.c. tra gli aventi diritto?

No, ai sensi dell’art. 2122 co.4 c.c. è nullo ogni patto anteriore alla morte del prestatore di lavoro, con cui i suoi eredi, o, comunque gli aventi diritto alla liquidazione in seguito alla morte del lavoratore, dispongono di tali indennità, pertanto, se stipulato, anche mediante scrittura privata, non autenticata dal Notaio, tale negoziazione non ha alcun effetto.

In caso di disaccordo tra gli aventi diritto, come si procede alla ripartizione delle indennità?

Di regola, a seguito del decesso del prestatore di lavoro, se a questi sopravvivono il coniuge, i figli, e, se conviventi, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo, e tra loro non vi sia accordo per la ripartizione, dovrà essere instaurato un giudizio di cognizione civile avanti il Tribunale, nel quale il Giudice valuterà la distribuzione delle indennità, sulla base del bisogno di ciascuno, ed in particolare, tenendo conto anche dei mutamenti patrimoniali dei beneficiari, avvenuti dopo la morte del prestatore di lavoro.

 

 

 

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