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Il patto di famiglia

Il patto di famiglia è un istituto introdotto dal Legislatore con L. 14 febbraio 2006, n. 55, con cui si mira a facilitare l’imprenditore nel passaggio generazionale dell’impresa; lo scopo è quello di rendere stabile, davanti a eventuali future contestazioni all’apertura della successione, il trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni all’interno di società di persone e/o di capitali.

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Chi sono i soggetti coinvolti nel patto di famiglia?

La Legge concede l’utilizzo dell’istituto a soggetti ben qualificati; le parti sono necessariamente: l’imprenditore, uno o più discendenti (figli o nipoti) e i soggetti che la Legge considera legittimari (ovvero, ai sensi dell’art. 536 c.c., gli ascendenti, la moglie e i figli a cui non viene trasferita l’attività imprenditoriale). Tutti i soggetti di cui sopra, al fine di rendere stabile il negozio, sono chiamati a parteciparvi.

Il patto di famiglia è una donazione?

L’art. 768-bis del Codice Civile parla genericamente di trasferimento dell’attività imprenditoriale. La genericità di tale norma ha fatto sì che la dottrina si sia divisa in tre tesi diverse. Secondo parte della dottrina, il patto di famiglia costituirebbe una donazione e, più precisamente, una donazione modale. Il motivo per cui si è giunti a tale interpretazione è dovuto al fatto che manca nel complesso delle norme relative all’istituto ogni riferimento a un corrispettivo, dall’esclusione alla collazione e all’azione di riduzione dell’oggetto del patto di famiglia. Detto istituto, inoltre, prevede all’art. 768-quater l’obbligo – considerato onere legale – da parte del beneficiario del trasferimento, di liquidare i diritti successori dei soggetti legittimari dell’imprenditore che trasferisce l’attività produttiva.

Una seconda tesi, formulata da altra dottrina, ritiene che il patto abbia una natura di divisione, operando lo stesso un’estromissione dell’attività produttiva dalla futura successione. Infine, una terza tesi, lo ritiene un nuovo contratto tipizzato dal Legislatore che si pone a metà strada tra la donazione e la successione. Questo contratto complesso racchiude in sé un negozio avente natura liberale – il trasferimento dell’attività produttiva – nonché un negozio a causa solutoria, quindi onerosa, consistente nella liquidazione dei diritti successori dei legittimari non beneficiari.

Il patto di famiglia deve essere stipulato per atto notarile?

Ai sensi dell’art. 768-ter c.c., deve essere stipulato per atto pubblico e quindi a mezzo di un Notaio, a pena di nullità.

È necessaria la partecipazione di tutti i legittimari?

Ai sensi dell’art. 768-quater c.c., la legge prescrive che all’atto notarile devono partecipare anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione dell’imprenditore. Tale norma utilizza la parola “devono” e ciò ha destato più di una perplessità tra i primi commentatori della norma. Secondo una tesi restrittiva, il Notaio non potrebbe stipulare un patto di famiglia a cui non partecipino tutti i legittimari non assegnatari dell’azienda o della partecipazione societaria. Secondo una tesi più liberale, invece, è possibile stipulare il patto di famiglia, anche in mancanza di uno o più legittimari, e nel patrimonio del legittimario non presente nascerebbe così un diritto di credito; tale credito, però, potrebbe variare nel caso in cui il legittimario non presente contestasse il valore attribuito dall’imprenditore e dal beneficiario all’attività produttiva.

Serve una perizia?

La perizia in cui un tecnico valuti il valore dell’azienda o della partecipazione societaria può essere utile, ma non è necessaria; il valore dell’attività produttiva trasferita è decisa di concerto con tutti i soggetti che la legge ritiene necessari per la stipulazione.

Chi deve liquidare i diritti di legittima dei legittimari non assegnatari?

L’art. 768-quater c.c. pone la liquidazione dei diritti dei legittimari in capo al beneficiario del patto di famiglia. Ciò non toglie che di detta liquidazione possa farsene carico il c.d. disponente (quindi l’imprenditore). In quest’ultimo caso, però, ciò che viene liquidato dall’imprenditore deve necessariamente considerarsi adempimento del terzo e, a seconda del caso specifico, detta liquidazione configura un mutuo o una donazione a seconda che vi sia, da parte del beneficiario del patto di famiglia, un obbligo di restituzione o meno al disponente di quanto liquidato. In ogni caso è possibile che l’obbligo di liquidazione venga meno qualora gli altri legittimari vi rinuncino.

Cosa succede se vengono a esistere nuovi legittimari dell’imprenditore?

Nel caso in cui sopravvengano nuovi legittimari, il legislatore all’art. 768-sexies c.c. ha previsto che il patto di famiglia rimanga stabile e valido ma, il beneficiario del trasferimento, avrà l’obbligo di liquidare i legittimari sopravvenuti secondo la quota di loro spettanza.

Quali sono i vantaggi del patto di famiglia rispetto alla donazione?

Prima di tutto il patto di famiglia è un accordo che coinvolge l’intero ambito familiare consegnando al negozio una stabilità definitiva che la donazione non può assicurare, essendo questa sempre opponibile e soggetta al rischio dell’azione di riduzione. 
È doveroso ricordare, infatti, che il patto di famiglia introduce un’importante deroga al principio dei patti successori, i quali vietano ogni patto che abbia a oggetto una successione non ancora apertasi. Inoltre, sempre in funzione di rendere il negozio stabile nel tempo e, quindi, garantire la continuità della gestione imprenditoriale da parte del soggetto prescelto dall’imprenditore, è espressamente disciplinato che i beni trasferiti al beneficiario siano espressamente esclusi dall’obbligo di collazione e dall’esercizio dell’azione di riduzione.

Il patto di famiglia è un negozio definitivo?

La ratio del complesso delle norme è quello di rendere il negozio del patto di famiglia definitivo e duraturo nel tempo. Ciò non toglie che l’imprenditore possa riservarsi il controllo del bene trasferito mediante la riserva di usufrutto oppure prevedendo la facoltà di esercitare unilateralmente il diritto di recesso. Come ogni negozio nascente dal consenso di più parti, l’art. 768-septies c.c. prevede che gli intervenuti nel patto di famiglia possano sciogliere – con un nuovo negozio – gli effetti prodotti dal patto.

Le società cooperative

Cos’é la Società Cooperativa?

La società cooperativa costituisce un’impresa sia in senso economico, perché combina insieme vari fattori della produzione (lavoro, materia prime, capitale, ecc) che in senso giuridico, in quanto in essa si ritrova l’esercizio professionale di un’attività economica, volta alla produzione o allo scambio di beni o servizi. Si tratta di società a capitale variabile, con scopo mutualistico e iscritte presso l’Albo delle Società Cooperative.

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Cos’è lo scopo mutualistico?

Il carattere distintivo di questo tipo di società, rispetto a tutti gli altri tipi, risiede soprattutto nello scopo economico: le società lucrative hanno come finalità la produzione di utili ossia il c.d. lucro oggettivo da distribuire tra i soci realizzando il c.d. lucro soggettivo. Diversamente, nelle società cooperative vige il c.d. scopo “mutualistico” che consiste nell’intento di “fornire beni o servizi o occasioni di lavoro direttamente ai membri dell’organizzazione a condizioni più vantaggiose di quelle che otterrebbero dal mercato” come riportato nella Relazione Ministeriale al Codice Civile del 1942. Tutto ciò si realizza quando è consentito al socio di assicurarsi, tramite la partecipazione alla cooperativa, il diritto al godimento dei servizi prodotti dalla società tramite l’esercizio in comune di un’impresa ovvero il diritto di prestare la propria opera lavorativa.

Chi sono le parti della società?

Per far sì che si realizzi lo scopo mutualistico è necessario che assumano la qualità di imprenditore le stesse persone che normalmente sono controparti dell’impresa, ossia clienti e consumatori. In conseguenza di quanto appena detto, l’impresa verrà esercitata in modo collettivo dalle stesse persone che poi usufruiranno dei servizi prodotti dalla stessa società. Con ciò non si intende significare che destinatari dei beni o dei servizi prodotti siano esclusivamente i soci della cooperativa: in tal senso si afferma che queste società sono caratterizzate da uno scopo prevalente ma non esclusivamente mutualistico. Da quanto fin qui scritto, si afferma che il risultato perseguito dai soci non consiste nel lucro oggettivo, come sopra definito, bensì nel soddisfacimento di un comune bisogno economico.

A quanto ammonta il capitale minimo di una società cooperativa?

Dette cooperative, come ricordato nell’incipit, sono a capitale variabile, ciò significa che non è previsto un tetto minimo stabilito ex lege, diversamente da quanto previsto per gli altri tipi di società. Questo è possibile dal momento che il capitale sociale, in questo tipo di società, svolge una funzione – in parte diversa – rispetto a quella svolta nelle società di capitali. La funzione di garanzia del patrimonio, per i creditori sociali, risulta assolta dal meccanismo in forza del quale i dividendi possono essere distribuiti e le riserve assegnate ai soci solo qualora il rapporto tra patrimonio netto e il complessivo indebitamento della società sia superiore a un quarto.

Qual è la natura giuridica?

Il dibattito in dottrina è acceso ma sembra prevalere la tesi secondo cui tutte le società cooperative e mutualistiche sono pur sempre una specie del più ampio genere società, dal momento che la mutualità è un carattere dell’impresa e non un carattere organizzativo. Anche in questo tipo vige il vantaggio economico individuato nell’offerta, a favore dei soci, di beni o servizi ovvero occasioni di lavoro, a condizioni favorevoli.

Come si costituisce una società cooperativa?

Il procedimento di costituzione della società cooperativa ricalca, in linea di massima, quello delle società di capitali. La differenza principale si sostanzia nell’impossibilità, per le cooperative, di essere costituite tramite atto unilaterale poiché esse possono essere costitute solo tramite contratto.
È inoltre previsto che per costituire una società cooperativa siano necessari almeno nove soci; tale numero può essere ridotto a tre qualora i medesimi siano tutte persone fisiche e la società cooperativa decida di adottare le norme della s.r.l. Qualora, successivamente alla costituzione, il numero di soci diminuisse sotto il minimo previsto per legge, esso deve essere integrato nel termine massimo di un anno; in caso di mancata ricostituzione la società si scioglie e deve essere posta in stato di liquidazione.
Alla luce di quanto fin qui affermato è possibile individuare due tipi di cooperative: la prima – ordinaria – con non meno di nove soci; l’altra – semplificata – che può avere un numero minimo di tre soci, a patto che adotti il modello organizzativo delle società a responsabilità limitata.

La partecipazione nelle società a responsabilità limitata

Nelle società a responsabilità limitata (srl) la partecipazione del socio è rappresentata dalle quote. La quota è, pertanto, un valore nominale espresso in euro corrispondente alla percentuale del conferimento in rapporto all’intero capitale sociale.

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Cos’è una quota di srl?

La quota di s.r.l. è un bene immateriale soggetto a registrazione del Registro delle Imprese. Al titolare della quota di partecipazione a una S.r.l. competono un fascio di diritti patrimoniali e amministrativi. La quota è suscettibile di diversi diritti, anche parziari. Quindi, questa può essere in proprietà di un determinato soggetto o in comunione tra diversi soggetti. Detta quota può essere gravata, anche, da altri diritti, come il diritto reale minore dell’usufrutto oppure il diritto reale di credito del pegno. Non è possibile, invece, costituire altri tipi di diritti reali come l’uso, l’abitazione, la superficie o l’enfiteusi o l’ipoteca che attengono alla sfera dei beni immobili. La qualità di socio è riconosciuta solamente nel soggetto proprietario, sia esso pieno sia esso nudo.
I soggetti a favore dei quali sono stati costituiti gli altri diritti di usufrutto e di pegno sono titolari, secondo il titolo di costituzione del diritto, di tutti o solo alcuni dei diritti patrimoniali o amministrativi derivanti dalla quota quali il diritto di conseguire gli utili, il diritto di voto e, quindi, di partecipare alle assemblee.

Le quote di partecipazione sono trasferibili?

Il regime legale di circolazione delle partecipazioni sociali nella S.r.l. prevede la libera trasferibilità sia per atto tra vivi che per successione. È facoltà dei soci decidere, sia in sede di costituzione sia successivamente, se limitare oppure escludere la trasferibilità delle quote sia nei trasferimenti per atto tra vivi sia per successione. Il principio cardine del diritto delle S.r.l. prevede che più diventa gravoso il diritto di trasferire la propria quota più il socio viene tutelato con il diritto di recedere dalla società.

Quanto alle limitazioni di circolazione delle quote, lo Statuto delle S.r.l. può prevedere vari mezzi giuridici per evitare che all’interno della società entrino soggetti potenzialmente non graditi. Gli istituti di maggior ricorrenza sono:

  • la prelazione propria e impropria con cui il socio venditore si impegna a preferire nella vendita gli altri soci o anche soggetti terzi ritenuti preventivamente graditi;
  • il gradimento tecnico con cui i soci decidono preventivamente i requisiti oggettivi e soggettivi dei soggetti che possono entrare a far parte della società;
  • il gradimento mero con cui i soci convengono che la valutazione dei soggetti che vorranno acquistare la quota in futuro è demandata a un preciso organo il quale si esprime senza necessità di motivazione;
  • il divieto assoluto di trasferimento con il quale i soci impediscono qualsiasi tipo di trasferimento oppure solo alcune tipologie di trasferimento.

In ogni caso di trasferimento impossibilitato, è garantito di converso il diritto di recesso al socio a cui non è stata data la possibilità di trasferire la quota.

Divisibilità delle quote di srl

Nelle S.r.l. il criterio di divisione del capitale è un criterio soggettivo. Pertanto in questa forma societaria vige un principio opposto alle S.p.a. dove la partecipazione è suddivisa in azioni. Indi, il capitale sociale delle S.r.l. è suddiviso in base al numero dei soci. Nel caso, però, due soggetti costituiscano una comunione su una quota, essi sono considerati dalla legge come un unico soggetto per l’esercizio dei diritti sociali.
Il regime legale delle quote è quello della divisibilità. Solo un patto contrario contenuto nello Statuto della società può prevedere l’indivisibilità. Questo patto ha la finalità di evitare il frazionamento della quota e, indi, la dispersione della forza plutocratica. In tal modo, il socio ha il potere di disporre di tutto o niente. Si deve dare atto, però, che negli ultimi anni, dottrina autorevole si è spinta fino a estremizzare il concetto di divisibilità delle quote, oltre alla naturale divisione del capitale sociale in base al criterio soggettivo/personalistico.

Il dato normativo a suffragio della tesi di cui sopra è l’introduzione delle categorie di quote portanti diversi diritti, di cui si è parlato nell’articolo sulla sartorialità delle Sr.l.

Con la previsione di quote portanti diversi diritti, potenzialmente un socio potrebbe detenere diverse categorie di quote sia ordinarie sia per così dire “non ordinarie” o di categoria, distinte tra loro proprio dai diversi diritti che conferiscono. In tale maniera, la volontà privata potrebbe addirittura prevedere il frazionamento delle quota con previsione di numero e valore nominale frazionario. Con tale affermazione la dottrina ha caratterizzato il principio di divisibilità del capitale sociale nelle S.r.l., avvicinando il concetto di quota a quella di azione, con l’unico limite rappresentato dall’esclusione del voto divergente ossia il potere di esprimere sia un voto favorevole che contrario in sede di una medesima deliberazione giustificata dalla titolarità di quote frazionate.

Espropriazione della quota di srl

Anche la quota di S.r.l., come tutti i beni aventi valore patrimoniale, possono essere oggetto di espropriazione ossia di vendita forzata al fine di soddisfare le legittime pretese di uno o più creditori che hanno agito in giudizio. Ai sensi di legge la quota di S.r.l. può essere oggetto di pignoramento, il quale è il primo atto formale del procedimento giudiziario di esecuzione forzata, con cui si intima al debitore di non disporre del bene in pregiudizio del creditore. Il Legislatore ha contemperato la disciplina dell’espropriazione con la disciplina delle società a responsabilità limitata, caratterizzata da una forte personalizzazione. Infatti la legge prevede che nel caso in cui vi siano limiti di circolazione delle partecipazioni, la vendita forzata è disposta dal Giudice delle esecuzioni solo qualora il creditore, il debitore e la società non si accordino sulla vendita.

Inoltre, in ogni caso, qualora il soggetto aggiudicatario non sia gradito ai soci superstiti, la vendita forzata è priva di effetti se la società, entro dieci giorni dall’aggiudicazione, presenta un acquirente che offra il medesimo prezzo determinato in sede giudiziaria. Spesso le società, per evitare tale inconveniente, disciplina tra le cause di esclusione di un socio il pignoramento della quota, in maniera tale da evitare l’ingresso in società di terzi estranei potenzialmente non graditi, ma proteggendo, comunque, i diritti di terzi creditori che possono soddisfarsi sulla liquidazione della quota derivante dall’esclusione.

Atto notarile di cessione di quota di srl

L’atto notarile di cessione di una o più quote di una srl può avere la forma dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata, pertanto ai fini dell’iscrizione nel registro imprese, non è efficace una scrittura privata semplice. All’atto notarile devono partecipare necessariamente il venditore e l’acquirente. Nel caso in cui vi fossero delle limitazioni alla circolazione delle azioni, affinché si possa correttamente stipulare l’atto sarà necessario che l’eventuale gradimento, da parte dell’organo preposto a esprimerlo, sia già stato concesso (salvo condizionare sospensivamente l’atto di cessione al rilascio del gradimento nei casi di assoluta emergenza) oppure gli altri soci abbiano rinunciato a esercitare il loro diritto di prelazione. Nel caso di prelazione è possibile che la rinuncia di cui sopra sia, anche, espressa in atto.

Le imposte indirette dell’atto di cessione della quota sociale rendono tale atto poco oneroso. Infatti ogni cessione sconta l’imposta di registro in misura fissa pari a euro 200,00 oltre euro 15 di imposta di bollo da versare all’Agenzia delle Entrate, nonché un’imposta di bollo pari a euro 65,00, diritti di Camera di Commercio nella misura di euro 90,00 oltre oneri notarili in base al valore dell’atto. L’attenzione nelle cessioni di quote deve porsi, però, sulle imposte dirette, cioè sulle imposte che riguardano il reddito della persona fisica che sta cedendo la quota. Infatti, la cessione della quota concretizza una possibilità di guadagno e quindi, potrebbe contribuire a formare i c.d. “redditi diversi”.  Questo guadagno è definito “plusvalenza” ossia la differenza tra la somma investita per formare capitale e la somma realizzata con la cessione.

Si deve distinguere, dunque, la cessione della quota al valore nominale dalla cessione al valore reale o, comunque, superiore al valore nominale. La cessione della quota al valore nominale (cioè al valore corrispondente al capitale sociale ceduto) non crea plusvalenza. Ciò poiché il valore dell’investimento (conferimento a capitale) risulta pari al valore di realizzo. La cessione della quota a un valore superiore al valore nominale della quota, invece, concretizza un arricchimento del soggetto cedente che, in quanto produttivo di ricchezza, viene tassato dal legislatore. Dal 1º gennaio 2019, il legislatore per le cessioni di partecipazioni qualificate, applica indistintamente un’imposta sostitutiva pari al 26% della plusvalenza formatasi con la cessione.

Al fine di evitare l’imposta sostitutiva di cui sopra, il legislatore negli ultimi anni, nel periodo intercorrente tra il 1º gennaio e il 30 giugno di ogni anno, permette ai privati di rivalutare la propria quota societaria mediante perizia giurata e pagamento della minor imposta sostitutiva pari all’11% del maggior valore determinato dal perito.

L’istituto del trust: cos’è e a cosa serve

Il trust è un istituto giuridico di origine anglosassone attraverso il quale un soggetto, definito disponente o “settlor”, per atto tra vivi o a causa di morte, separa il suo patrimonio destinando alcuni beni al perseguimento di specifici interessi, a favore di determinati beneficiari o per il raggiungimento di uno scopo determinato, e trasferisce la titolarità e la gestione di questi beni a un altro soggetto, definito gestore o “trustee”. Il trust rientra a pieno titolo, pertanto, nella categoria degli strumenti di tutela e protezione del patrimonio.

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Quale legge si applica al trust?

Il trust non è direttamente disciplinato dal nostro sistema normativo, ma è comunque uno strumento giuridico legittimo e attuabile in virtù della ratifica da parte dell’Italia della Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, entrata in vigore il 1° gennaio 1992. Pertanto, il trust è riconosciuto nel nostro ordinamento giuridico come istituto di diritto privato, ma non è regolamentato dalla legge italiana.
È compito del disponente o del gestore scegliere la legge applicabile fra gli ordinamenti giuridici stranieri che legiferano in modo specifico sul trust (quali, ad esempio, l’Inghilterra). Se, tuttavia, settlor o trustee non effettuano tale scelta, si deve applicare la legge con cui il trust ha più strette connessioni (luogo di gestione, collocazione dei beni, residenza del trustee, residenza del beneficiario, etc.).
In Italia può essere riconosciuto:
– un trust istituito all’estero;
– un trust costituito in Italia per beni situati all’estero;
– un trust istituito da cittadini stranieri in Italia su beni che si trovano in Italia.

Dibattuta è, invece, la possibilità di realizzare un trust c.d. puro o interno, cioè costituito in Italia, da un cittadino italiano e avente a oggetto beni siti nel nostro Paese.
Prima della ratifica della Convenzione e in mancanza di un’apposita legge, gli scopi raggiunti nel mondo anglosassone con l’istituto in esame, nel nostro Paese sono stati perseguiti mediante altri simili strumenti giuridici, quali il fondo patrimoniale, il mandato senza rappresentanza, il contratto a favore del terzo e il negozio fiduciario, quest’ultimo anche nella forma della società fiduciaria.

Quali sono gli effetti?

L’effetto principale del trust è la segregazione patrimoniale: i beni conferiti vanno a formare un patrimonio separato rispetto al patrimonio personale non solo del settlor, ma anche del trustee, cosicché i beni vincolati non possano essere aggrediti dai creditori del disponente o del gestore e neppure da quelli del beneficiario.
Effetto peculiare del trust risiede nello sdoppiamento della proprietà: la titolarità dei beni del trust e dei relativi diritti viene attribuita al gestore, tuttavia i beni destinati restano segregati nel trust e, come già detto, diventano estranei al patrimonio personale sia del settlor che del trustee. Il trust, infatti, viene amministrato dal trustee unicamente nell’interesse dei beneficiari individuati dal disponente o per il perseguimento degli scopi indicati dallo stesso.

Quali sono i soggetti coinvolti? Settlor e trustee 

Il settlor è colui che istituisce il trust, destinandovi determinati suoi beni e così ottenendo la separazione dalla parte di suo patrimonio conferita in trust da quella che resta nella sua sfera patrimoniale (effetto segregativo). Il settlor determina anche la durata che, fatto salvo il trust di destinazione (di cui si leggerà infra), non può essere perpetua. Il trust è irrevocabile da parte del disponente, a meno che non sia diversamente stabilito nell’atto istitutivo.
Il settlor può segregare in trust generalmente qualsiasi tipo di bene. Spesso si sente parlare, un po’ impropriamente, solo di trust immobiliare, mentre invece tale istituto può avere a oggetto non solo beni immobili, ma anche beni mobili registrati, beni mobili non registrati, quote societarie (in particolare S.r.l.) e crediti.
Il trustee, invece, è il soggetto che diventa proprietario dei beni a lui affidati, in relazione ai quali ha poteri di amministrazione e disposizione, secondo le istruzioni impartite dal disponente e in base alla legge scelta per regolamentare il trust; ha, inoltre, l’obbligo di rendere conto della gestione al disponente, al beneficiario e all’eventuale guardiano (figura di cui si leggerà infra) laddove previsto.
Il beneficiario può essere determinato o indeterminato (cioè determinato successivamente dal settlor); si distinguono poi i beneficiari immediati (quelli che traggono immediata utilità dal trust) dai beneficiari mediati.

Cosa ne può formare oggetto?

È possibile istituire anche un trust privo di beneficiario: si tratta del trust di destinazione, in cui i beni sono appunto destinati esclusivamente al perseguimento di uno scopo ritenuto meritevole di tutela.
L’atto costitutivo può anche prevedere che il disponente mantenga la titolarità dei beni vincolati e, indi, assuma lui stesso i poteri e gli obblighi di attuazione dello scopo di destinazione. In tali casi si parla di trust autodichiarato, dove le figure di settlor e trustee confluiscono in capo al medesimo soggetto e in forza del quale si determina un vincolo di destinazione all’interno dello stesso patrimonio del disponente, senza trasferimento della titolarità dei diritti vincolati a terzi.
Nel trust, infine, viene spesso prevista la figura del guardiano o “protector“, al quale possono essere attribuite dal settlor diverse funzioni, quali: esercitare poteri amministrativi di concerto con il gestore; esprimere il benestare sulle decisioni assunte dal trustee; impartire direttive o istruzioni al gestore; supervisionare l’attività di amministrazione del trust.

Caratteristiche del trust

Oltre a quanto già sopra indicato, ecco alcuni dei caratteri principali dell’istituto:

  • i beni del trust divengono di proprietà del trustee (a eccezione del trust autodichiarato, la cui ammissibilità è comunque discussa), ma si tratta di proprietà strumentale alla realizzazione delle finalità del trust;
  • il trustee è obbligato solo verso il beneficiario e non anche verso il disponente;
  • il trust non si costituisce solo per contratto, ma anche per atto unilaterale (come un testamento);
  • i beni del trust formano una massa separata (e perciò protetta) dal patrimonio di settlor, trustee e beneficiario, e, in ragione di ciò, non possono essere aggrediti dai loro creditori particolari.

L’ultima caratteristica enunciata rappresenta l’effetto segregativo e al contempo protettivo del trust. In merito a tale effetto, tuttavia, va evidenziato come il nostro legislatore abbia anche delineato specifiche situazioni che non è possibile proteggere, cioè per le quali il trust non può trovare attuazione, quali ad esempio gli atti soggetti all’azione revocatoria ordinaria (art. 2901 codice civile) o fallimentare (artt. 64 e 67 R.D. n. 267/1942).

Atto notarile: quali sono i costi?

Il trust, qualora abbia a oggetto immobili, aziende ovvero partecipazioni sociali, perché possa essere pubblicizzato, deve essere stipulato per atto pubblico, con il ministero di un notaio.

In termini di tassazione indiretta, l’atto notarile istitutivo è soggetto all’imposta sulle donazioni e successioni di cui al D.lgs. n. 346/1990 e questo perché l’art. 2, comma 47, D.L. n. 262/2006 ha previsto che tale imposta si applichi anche a tutti gli atti di costituzione di vincoli di destinazione, fra i quali rientra il trust. In particolare, per il calcolo dell’imposta, il comma 49 del medesimo art. 2 prevede determinate aliquote (4%, 6% ed 8%) da applicare sul valore netto complessivo dei beni e dei diritti vincolati, valore quindi eccedente specifiche soglie di franchigia (euro 100.000, 1.000.000 o 1.500.000). Aliquote e franchigie variano in base al rapporto che sussiste fra disponente e beneficiario ed in base alla condizione del beneficiario.
Oltre alla suddetta imposta, si devono aggiungere: le imposte ipotecaria e catastale, in misura fissa di euro 200 ciascuna, se il trust ha a oggetto beni immobili; e l’imposta di bollo che, a secondo della tipologia dei beni vincolati e trasferiti in titolarità al gestore, può variare (euro 156, 225, 230 o 300).

Nell’ipotesi in cui il trust venga realizzato senza trasferimento strumentale dei diritti vincolati in favore del trustee, si ottiene il vantaggio fiscale della non applicazione dell’imposta sulle donazioni e successioni. In questo modo la costituzione del trust, che si sostanzia nel solo negozio istitutivo, rientra fra gli atti soggetti a registrazione in termine fisso, che vuol dire: imposta fissa di registro per euro 200; imposta ipotecaria, in misura fissa di euro 200, se il trust ha ad oggetto beni immobili; e imposta di bollo per euro 45.

Nel caso specifico del trust autodichiarato, ove disponente e gestore coincidono e sempre che si ritenga ammissibile, vi sono tutt’ora dubbi se debba farsi applicazione dell’imposta proporzionale sulle donazioni e successioni (posizione dell’Amministrazione Finanziaria) oppure dell’imposta fissa di registro (come sostenuto della Giurisprudenza Tributaria).

Dall’esame della tassazione indiretta del trust autodichiarato, una più recente Giurisprudenza, sia di legittimità (Cassazione Civile, Sezione Tributaria, Sentenze n° 1131/2019 e n° 21614/2016) che di merito (Commissione Tributaria Provinciale di Pesaro, Sentenza n° 387/2017), ha sostenuto che l’imposta proporzionale sulle donazioni e successioni si applichi unicamente quando, dopo aver il disponente posto in essere il trasferimento strumentale di quanto vincolato al trustee e una volta raggiunte le finalità del trust stesso, disciplini altresì l’effettiva e finale attribuzione (o trasferimento di titolarità) dei beni e relativi diritti segregati in favore del beneficiario finale. Secondo tale recente impostazione, avallata anche da parte della dottrina (rivista Ipsoa – Wolters Kluwer “Trusts e attività fiduciarie”, pubblicazioni n. 6/2019 e n. 5/2017), è infatti il beneficiario (e non il disponente o il trustee) il soggetto passivo delle imposte di successione e donazione, in termini sostanziali e procedimentali. In sintesi, a parere di questo orientamento: se il settlor pone in essere un trust autodichiarato, oppure se prevede unicamente il trasferimento strumentale dei beni e diritti vincolati al trustee, si applica l’imposta di registro in misura fissa; se, invece, il settlor, contestualmente al trasferimento strumentale al trustee, disciplina anche un trasferimento finale della proprietà dei medesimi beni e diritti vincolati direttamente in favore del beneficiario individuato, allora (e solo in questa ipotesi) si applicheranno le imposte di donazione e successione, con franchigie e aliquote parametrate al grado di parentela esistente tra settlor e beneficiario finale.

Conclusioni

Anche se il nostro ordinamento è ancora carente di una normativa ad hoc, il trust trova oggi in Italia copiosa applicazione e gode di grande successo operativo. Questo perché si tratta di uno strumento giuridico semplice e flessibile nella sua attuazione, oltre che per finalità di tipo tradizionale (scopi familiari, benefici e/o solidali), anche per finalità lucrative.
È necessario rivolgersi a un professionista come il notaio non solo per la stipulazione dell’atto, ma anche per avere un parere e consigli tecnici, in campo giuridico e fiscale, di modo da poter realizzare al meglio i propri interessi.

Le assemblee di società di capitali al tempo del covid-19

Di particolare interesse in questo periodo è la questione relativa all’emergenza sanitaria e con essa le misure apprestate per il contenimento del Covid-19 che hanno riguardato, fra le altre, anche le assemblee delle società di capitali e, conseguentemente, l’attività degli studi notarili in questo determinato settore.

società

Decreto Cura Italia: si può veramente parlare di novità?

In verità, non si può parlare di vera e propria novità. Il Decreto Legge Cura Italia n. 18/2020 non disciplina nuove fattispecie giuridiche ma, grazie a determinate deroghe, permette l’utilizzo di istituti già ben conosciuti in maniera massiva e generalizzata, con alcuni elementi di novità.

Che cosa è previsto, allora, per le società di capitali?

La norma di riferimento è l’art. 106 del Cura Italia. Il legislatore è intervenuto principalmente in due aree specifiche: la prima riguardante l’approvazione del bilancio e la seconda le modalità di svolgimento delle assemblee.

Quanto all’approvazione del bilancio, il Decreto prevede, in deroga agli articoli 2364, comma secondo, e 2478-bis c.c., che le società possano approvare il bilancio d’esercizio entro 180 giorni, e non entro 120 giorni, dalla chiusura dell’esercizio sociale.

Quanto alle modalità di approvazione di delibere assembleari è stato previsto che le  S.p.A., le S.a.p.a, le S.r.l., le Cooperative e le Mutue Assicuratrici possano essere approvate mediante:

  • voto prestato in via elettronica o per corrispondenza;
  • assemblea che si riunisce mediante mezzi di telecomunicazione;
  • assemblea costituita con il notaio (o altro soggetto verbalizzante) e il presidente dell’assemblea ubicati in luoghi diversi.

Le assemblee possono essere ricevute dal notaio sia in modalità contestuale sia in modalità differita.

Cosa sono il voto per corrispondenza e il voto elettronico?

Il voto per corrispondenza è la modalità attraverso la quale il titolare del diritto di voto, informato in anticipo sulle proposte di deliberazione, esprime il proprio voto antecedentemente alla votazione che si svolgerà in assemblea. A tal riguardo, l’avviso di convocazione deve indicare la possibilità di esercitare il diritto di voto per corrispondenza e i modi per ottenere la scheda di voto.

Di diversa portata è il voto elettronico. Il voto elettronico si differenzia rispetto al voto per corrispondenza perché è un voto espresso in tempo reale nel corso dell’assemblea mediante sistemi informatici (ad esempio un messaggio firmato digitalmente e inviato mediante PEC).

Tali metodologie sono innovative perché preludono un progressivo abbandono del metodo collegiale come tradizionalmente inteso. Evidentemente chi vota per corrispondenza privilegia l’aspetto di voler, comunque, concorrere alla formazione della volontà assembleare pur nell’affievolimento del diritto alla partecipazione all’adunanza nella quale si forma detta volontà. Peraltro, l’espressione del voto per corrispondenza comporta che chi esprime detto voto concorre, oltre che ovviamente alla formazione del quorum deliberativo, anche alla formazione del quorum costitutivo.

Che cosa si intende per assemblea completamente telematica?

Un’importante novità del Decreto Legge Cura Italia non è tanto la possibilità che l’assemblea possa tenersi telematicamente, procedura questa già disciplinata da tempo. La vera innovazione, piuttosto, riguarda le prassi operative delle assemblee c.d. telematiche.

In primo luogo, l’assemblea c.d. a distanza può essere tenuta anche in deroga alle disposizioni statutarie. Ciò significa che anche se tale modalità di riunione è vietata statutariamente, in questo periodo di emergenza la società se ne può comunque avvalere.
In secondo luogo, allo scopo di evitare assembramenti, non è necessaria la presenza fisica nello stesso posto di tutti i soggetti coinvolti. Perciò, il notaio potrà trovarsi, differentemente dalla passata disciplina, in un luogo diverso rispetto a quello ove si trovi il Presidente dell’assemblea. Fino ad oggi, infatti, si è sempre ritenuto che l’assemblea c.d. “telematica” fosse legittima solo nel caso in cui il soggetto verbalizzante (il notaio) si trovasse nello stesso luogo del presidente dell’assemblea.

Quest’ultimo aspetto è significativo da più punti di vista in quanto:

– il notaio non deve attestare l’identità personale del Presidente in atto, in quanto un’assemblea così fatta dà luogo a un atto sottoscritto dal solo notaio; resta inteso che il notaio verbalizzate dovrà, comunque, aver cura di identificare il presidente della riunione (ad esempio facendosi inviare il documento di identità e facendo una videochiamata con applicazioni quali WhatsApp, Facetime o Zoom prima della riunione, per accertarsi che la persona sia effettivamente quella rappresentata nel documento);

– il luogo di stipula e, quindi, il luogo di convocazione risulterà essere quello ove si trova il notaio (o il soggetto verbalizzante), salvo precisare che secondo parte della dottrina il luogo di stipula è rappresentata dalla web room virtuale ove l’assemblea si svolge.

Modifiche statutarie di S.R.L. assunte mediante consultazione scritta o consenso espresso per iscritto.

Controversa risulta l’interpretazione del terzo comma dell’art. 106 del Cura Italia. In forza di tale comma, è consentito alle S.r.l., anche in deroga allo statuto e a quanto previsto dall’art. 2479, quarto  comma, del Codice civile, che l’espressione del voto avvenga mediante consultazione scritta ovvero consenso espresso per iscritto. In altri termini, in questo periodo di emergenza, le S.r.l. possono abdicare al sistemare assembleare per modificare lo Statuto Sociale, usando appunto le modalità appena citate. In particolare:

– la consultazione scritta prevede un unico documento contenente un progetto di decisione, che viene fatto circolare fra tutti i soci, che lo sottoscrivono in tempi diversi;

– nel consenso espresso per iscritto, ciascun socio provvede ad esprimere separatamente il proprio consenso nella copia del documento che viene trasmesso individualmente a ciascuno di essi.

Resta inteso che la norma non è tale da derogare il controllo di legalità del notaio, previsto dall’art. 2480 c.c., come richiamato dall’art. 2436 c.c., ragion per cui, nel caso di modifiche statutarie, si dovrà procedere a far omologare la decisione dei soci così assunta dal notaio. Questo intervento è, altresì, necessario per dare una forma idonea all’atto per accedere al Registro Imprese. L’atto notarile avrà la forma di un atto di deposito della documentazione, comprovante l’avvenuta decisione dei soci e contenente la dichiarazione dell’organo amministrativo che vi è la maggioranza necessaria all’assunzione della decisione.

Le novità in merito alle assemblee sono permanenti?

Ad oggi, le novità e le deroghe alla disciplina ordinaria in materia assembleare non hanno carattere definitivo e saranno applicabili per le assemblee convocate sino al 31 luglio 2020.

Vi è da sottolineare che in nessun caso le deroghe in materia societaria possono essere, ad oggi, applicate in ambiti negoziali di tipo immobiliare o testamentario.

Esempio redazionale di un verbale di assemblea dei soci contestuale ex art. 106 del Cura Italia
Repertorio n.   Raccolta n.

VERBALE DI ASSEMBLEA DEI SOCI
DI SOCIETÀ A RESPONSABILITÀ LIMITATA
REPUBBLICA ITALIANA

Il giorno venti aprile duemilaventi.
In Lecco, via Balicco n. 61.

Io sottoscritto Dott. Guido Brotto notaio in Lecco, iscritto nel Ruolo del Collegio Notarile dei Distretti Riuniti di Como e Lecco,

PROCEDO

alla contestuale redazione del verbale di assemblea dei soci della società:

“ALFA S.R.L.”,

società di nazionalità italiana, con sede in Lecco, Corso Promessi Sposi n. 7, con capitale sociale di euro 10.000,00 interamente versato, codice fiscale 0101010101010 coincidente con il numero di iscrizione presso il Registro delle Imprese di Como-Lecco, nonché iscritta al R.E.A. al n. LC-345678, convocata in questo giorno, luogo, alle ore nove in punto e nella quale si è discusso e deliberato sul seguente

ORDINE DEL GIORNO

* trasferimento della sede sociale nel comune di Milano;
* deliberazioni inerenti e conseguenti;

SU RICHIESTA

dell’Amministratore Unico Rossi Mario, nato a Padova (PD) il giorno 8 maggio 1954, di cittadinanza italiana, domiciliato per la carica presso la sede sociale, collegato in videoconferenza, ai sensi dell’art. 106 D.L. 18/2020, a mezzo dell’applicazione zoom.

Io notaio, pertanto, come sopra richiesto, do atto che sono presente di persona solo io notaio, come consentito dall’art. 106 D.L. 18/2020 e che ai sensi dell’art. 23 dello statuto sociale, assume la Presidenza dell’Assemblea il suddetto presidente della società, il quale

CONSTATA

1) che questa assemblea è stata indetta irritualmente, ai sensi dell’art. 2479-bis, ultimo comma, del codice civile e dell’art. 24 del vigente Statuto sociale;

2) che sono presenti in audioconferenza, in deroga alle previsioni statutarie ai sensi dell’art. 106 del D.L. 18/2020, i soci rappresentanti il 100% (cento per cento) del capitale sociale, in persona dei soci indicati nel foglio presenze che si allega al presente atto sotto la lettera “A”;

3) che è presente in audioconferenza, in deroga alle previsioni statutarie ai sensi dell’art. 106 del D.L. 18/2020, l’amministratore unico in persona di Mario Rossi;

4) che la società legittimamente non ha un organo di controllo;

ACCERTA

l’identità e la legittimazione dei presenti con mezzi idonei, previa verifica della stabilità e della funzionalità del collegamento in videoconferenza,

DICHIARA

validamente costituita la presente assemblea in forma totalitaria, essendo presente tutto il capitale sociale ed essendo presenti ovvero informati tutti i componenti delle cariche sociali e dichiarandosi tutti sufficientemente informati nessuno si oppone alla trattazione di quanto posto all’ordine del giorno.

Prende la parola il Presidente il quale, anche nella qualità di Amministratore unico della società, chiarisce le ragioni per le quali si rende necessario trasferire la sede legale da Lecco a Milano. Il Presidente precisa che nella vecchia sede non continuerà alcuna attività.

Il presidente precisa che la presente delibera avendo ad oggetto una modifica statutaria, ai sensi dell’art. 2479-bis, terzo comma, c.c., è adottata con il voto favorevole di almeno la metà del capitale sociale, non essendoci previsioni statutarie che richiedano maggioranze più elevate.

Il presidente dell’assemblea precisa che:

– l’avviso di convocazione, ai sensi dell’art. 106 D.L. 18/2020, consente ai soci il voto per corrispondenza e che il socio Tizio, si è avvalso di detta facoltà, ed ha inviato con mezzi idonei, la sua  scheda di voto favorevole alla delibera;
– il testo di proposta della delibera è stato inviato al domicilio dei soci in tempi e modalità idonee.

Il presidente dell’assemblea, dopo esauriente discussione, invita quindi i soci ad esprimere le loro intenzioni di voto.

Risultano aver votato:

A favore: tutti i soci presenti;
Astenuto: nessun socio;
Contrario: nessun socio.

Vengono proclamati i risultati delle votazioni e l’Assemblea con votazione assunta con voto orale palese e per corrispondenza come accertato personalmente dal Presidente, all’unanimità

DELIBERA

– I –

di trasferire la sede legale da Lecco a Milano. Ai fini dell’iscrizione nel registro delle imprese, l’indirizzo della sede sociale è stabilito in Via Intra n. 3.

– II –

di prendere atto che l’art. 2 dello statuto sociale rimane adeguato come segue:

“Art. 2 – SEDE SOCIALE

La società ha sede sociale in Milano”.

– III –

di dare mandato all’Organo gestorio pro tempore in carica della società a dare esecuzione alla deliberazione testé assunta ed a provvedere alle pubblicazioni di legge del presente verbale, con facoltà di introdurre quelle modifiche che fossero eventualmente richieste in sede di provvedimenti di legge o da pubbliche Autorità, con particolare riferimento all’iscrizione del presente Atto presso il competente Registro delle imprese.

Null’altro essendovi da deliberare in relazione agli argomenti di cui al suesposto ordine del giorno, il Presidente accertati gli esiti delle votazioni ne proclama i risultati e dichiara sciolta l’Assemblea alle ore nove e dieci minuti.

Il presidente dell’assemblea precisa che il sistema di collegamento remoto adottato ha:

– garantito l’identificazione dei presenti;
– consentito il rispetto del metodo collegiale, dei principi di buona fede e del principio di parità tra soci;
– consentito agli intervenuti di partecipare alla discussione e alla votazione in relazione a quanto trattato nell’ordine del giorno.

Io notaio, quale soggetto verbalizzante, attesto che il sistema di collegamento mi ha permesso di percepire adeguatamente gli eventi assembleari oggetto di verbalizzazione.

Mario Rossi consegna telematicamente a me notaio lo statuto sociale nella sua forma aggiornata per allegarlo al presente atto sotto la lettera “B”.
Si specifica che la società non è titolare di diritti reali su beni mobili registrati né di diritti reali immobiliari.
Le spese del presente verbale sono a carico della società.

Io notaio ho ricevuto il presente verbale, che consta di foglio scritto su  pagine in parte da persona di mia fiducia sotto la mia direzione e in parte da me notaio.

Sottoscritto alle ore

L’aumento di capitale sociale a pagamento

Con l’aumento oneroso del capitale sociale (anche detto aumento di capitale sociale a pagamento) si realizza un’ipotesi di aumento sia nominale del capitale sia del patrimonio sociale che consegue a nuovi conferimenti patrimoniali da parte dei soci. In questo modo, viene immessa dai soci nuova liquidità nelle casse della società. L’aumento del capitale, in questo caso, avviene mediante sottoscrizione e conferimento di entità che possono essere, oltre che valutabili economicamente, anche utili alla società.

aumento di capitale a pagamento

Perché è utile l’aumento di capitale a pagamento?

L’aumento di capitale sociale a pagamento realizza una forma di finanziamento permanente a fondo e, quindi, senza vincolo di restituzione. L’aumento di capitale si pone, pertanto, quale strumento, post costituzione della società, di attribuzione di elementi attivi, al fine di esercitare l’attività economica. Questa funzione generica viene declinata dalla legge prevedendo che l’aumento di capitale possa, anche, essere utilizzato quale strumento per acquisire beni o servizi da soggetti terzi che diventano soci, oppure riportare il capitale sociale alla consistenza antecedente alla sopravvenienza di una perdita.

Come si realizza l’aumento oneroso di capitale sociale?

L’aumento oneroso del capitale sociale è un’operazione straordinaria a formazione progressiva. La legge prevede varie fasi successive che possono realizzarsi contemporaneamente oppure con intervalli di tempo prolungati. Questa operazione si realizza mediante una proposta espressa dall’organo amministrativo in seno all’assemblea e con la conseguente accettazione da parte dei soci, con le maggioranze richieste dalla legge per la modifica del contratto sociale. Una volta approvata la delibera ai soci, è data opportunità entro un determinato termine stabilito in delibera di sottoscrivere l’aumento di capitale e di liberarlo eseguendo i conferimenti.

Che cosa è possibile conferire con l’aumento di capitale a pagamento?

Il capitale sociale può essere aumentato onerosamente, conferendo innanzitutto denaro. La legge prevede, nel caso in cui consentito dallo Statuto, che possano essere conferiti anche beni o servizi. Nel caso di conferimento di beni o servizi si parla comunemente di conferimento in natura. Il conferimento in natura altro non è che la liberazione dell’aumento mediante attribuzione alla società del diritto di proprietà di beni immobili, mobili, universalità di beni (ad esempio l’azienda) o di altri diritti, anche di godimento, su detti beni.

Nelle società di persone e nelle società a responsabilità limitata è possibile conferire, da parte di uno o più soci, anche la propria opera. Con tale tipo di conferimento in natura la legge vuole facilitare alle piccole e medie imprese l’acquisizione della forza lavorativa necessaria per lo svolgimento dell’attività economica, coinvolgendo nel rischio di impresa il socio lavoratore. In tale maniera, il socio, pur non ricevendo una retribuzione, ha il diritto di conseguire l’utile e, man mano che svolge la propria opera, libera il conferimento.

Affinché si possa conferire in natura, la legge richiede per le società di capitali la predisposizione, da parte di un professionista abilitato, di una perizia di stima giurata che attesti che il valore conferito sia almeno pari al valore dell’aumento da sottoscriversi. Per il conferimento dell’opera nelle S.r.l., oltre alla perizia di cui sopra, la legge richiede anche la consegna di una fideiussione bancaria a garanzia del conferimento.

Quali tipi di conferimento in natura sono discussi?

Vi sono tipi particolari di conferimenti in natura che in passato sono stati oggetto di studio da parte della dottrina e che oggi sono ritenuti beni legittimamente conferibili. Qui di seguito un elenco sintetico:

  • conferimento di garanzie reali o personali;
  • conferimento di beni immobili sottoposti al vincolo di interesse storico ed artistico;
  • conferimento di contratto;
  • conferimento di know – how;
  • conferimento di partecipazioni di società di persone.

Al contrario, vi sono determinati beni che non possono essere oggetto di conferimento nelle società, come il nome, mentre la ditta e l’avviamento sono conferibili solo unitamente all’azienda.

Come viene garantito il socio nell’aumento oneroso del capitale sociale?

La legge obbliga il socio a conferire una volta sola: al momento della costituzione. Questo obbligo non è ripetuto durante la vita della società. La legge prevede il diritto di opzione per le S.p.A., o diritto di sottoscrizione per le S.r.l., che garantisce ai soci di poter mantenere la medesima percentuale di partecipazione al capitale sociale, a patto di sottoscrivere e liberare l’aumento deliberato. Il diritto d’opzione e di sottoscrizione non sono, però, diritti assoluti, ma possono essere soppressi o limitati quando l’interesse della società è superiore. Le ipotesi in cui questi diritti possono essere esclusi o limitati sono previste dalla legge e vengono disciplinate in maniera diversa tra S.p.A. e S.r.l.

Nelle S.p.A., il diritto di opzione può essere escluso o limitato:

  • quando la delibera di aumento prevede un conferimento in natura;
  • quando l’interesse della società lo esige.

In questi casi, a garanzia dei soci ai quali il diritto d’opzione viene escluso o limitato, la legge prescrive, in capo all’organo amministrativo, l’obbligo di predisporre una relazione che illustri i motivi dell’esclusione o della limitazione, nonché la predisposizione di una perizia di stima che attesti il valore dell’eventuale conferimento in natura. Oltre a ciò, l’organo amministrativo deve prevedere un sovrapprezzo delle azioni di nuova emissione che ha la funzione di compensare il valore nominale delle azioni con il valore reale del patrimonio sociale, evitando così un indebito arricchimento dei soggetti a cui è destinato l’aumento con limitazione o esclusione del diritto d’opzione.

Nelle S.r.l., l’esclusione e la limitazione del diritto di sottoscrizione è una scelta rimessa unicamente agli amministratori, salvo che non sia prevista o esclusa nello Statuto la facoltà di offrire a terzi le quote sociali. La legge non richiede all’organo amministrativo relazioni illustrative delle ragioni dell’offerta a terzi dell’aumento. Sarà, invece, richiesta la perizia di stima, qualora l’aumento preveda un conferimento in natura. Anche il sovrapprezzo, che nelle S.p.A. è obbligatorio, nelle S.r.l. è del tutto facoltativo.

I soci che non concorrano all’approvazione della delibera di aumento con offerta ai terzi sono tutelati con il diritto di recesso ai sensi dell’art. 2473 c.c..

Quali sono le modalità di esecuzione dell’aumento a pagamento?

Le società azionarie possono eseguire l’aumento a pagamento con due modalità distinte e alternative tra loro:

– aumento del valore nominale delle azioni in circolazione;
– emissione di nuove azioni da offrirsi in sottoscrizione ai soci proporzionalmente.

Contrariamente a quello che avviene in caso di aumento gratuito, ove è espressamente previsto che le azioni di nuova emissione debbano avere le stesse caratteristiche di quelle già in circolazione in ossequio al principio di omogeneità, prescritto all’art. 2442, secondo comma, c.c.., nell’aumento a pagamento la società può decidere di emettere anche azioni di categoria se questa è prevista all’interno dello Statuto.

Le società a responsabilità limitata, come le società di persone, invece, in ossequio al principio dell’unicità della quota di partecipazione dei soci, potranno eseguire l’aumento soltanto mediante l’aumento del valore nominale delle quote di partecipazione spettanti a ciascun socio.

A chi compete la deliberazione di aumento gratuito?

La competenza a deliberare un aumento oneroso del capitale sociale è in capo all’assemblea dei soci. In particolare, l’assemblea straordinaria, nel caso di società azionaria, e di un’assemblea dei soci con i quorum previsti per le modifiche dello statuto, nel caso di società a responsabilità limitata. Nelle società di persone, invece, ai sensi dell’art. 2252 c.c., essendo l’aumento del capitale sociale una modifica del contratto sociale, la decisione richiede l’unanimità dei consensi. La competenza dell’aumento del capitale sociale può essere delegata dall’assemblea delle società di capitali all’organo amministrativo. Questa soluzione demanda la decisione agli amministratori che possono scegliere il momento più opportuno per aumentare il capitale sociale, secondo le indicazioni espresse dall’assemblea dei soci.

È necessario un bilancio infrannuale aggiornato?

La legge non prescrive la necessità di munirsi di idoneo bilancio infrannuale aggiornato per deliberare un aumento gratuito del capitale sociale. Tuttavia, è quanto meno opportuno redigere una situazione patrimoniale aggiornata per verificare che il capitale sociale non sia stato intaccato da perdite.

Ci possono essere più aumenti di capitale sociale deliberati e pendenti?

Nelle società di capitali vige il divieto di cui agli artt. 2438 c.c. (per le S.p.A.) e 2481, ult. comma, c.c.. (per le S.r.l.). Questo divieto è posto a garanzia dei terzi che non devono essere ingannati sulla consistenza del capitale sociale. Secondo quanto prescritto dalla legge non è possibile aumentare il capitale sociale in pendenza di un altro aumento. L’interpretazione della dottrina maggioritaria ritiene che la società possa deliberare più aumenti di capitale sociale, sia a pagamento che gratuiti, ma quelli successivi al primo non possono essere eseguiti  se quello precedente sia stato sottoscritto ma non ancora liberato. Questo aspetto non assume rilievo nel caso di delibere immediatamente efficaci come le delibere di aumento del capitale sociale gratuito.

L’aumento oneroso del capitale sociale è immediatamente efficace?

L’aumento oneroso del capitale sociale non è immediatamente efficace. Come detto all’inizio, la fattispecie si caratterizza per essere composta da fasi successive che possono esaurirsi in un unico contesto oppure, anche, protrarsi nel tempo. Esistono modalità di aumento di capitale a pagamento, come l’aumento per tranches che possono durare da alcuni mesi fino a qualche anno. Nel caso di aumento per tranches, la società decide di suddividere un unico aumento in più frazioni ad esempio per facilitare ai soci il reperimento dei liquidi per la sottoscrizione delle partecipazioni.

È necessario il notaio per aumentare onerosamente il capitale sociale?

La delibera di aumento a pagamento del capitale sociale di S.r.l. e S.p.A. dà luogo ad una modifica statutaria per la quale è necessaria l’omologa notarile. L’assemblea dei soci, quindi, deve avvenire alla presenza del notaio il quale omologherà la delibera e procederà alla sua iscrizione nel registro delle imprese. Lo stesso vale nelle società di persone, per il quale l’atto pubblico notarile è necessario per modificare il contratto sociale.

Cosa accade se una delle partecipazioni dei soci è gravata da pegno, usufrutto o sequestro?

Nel caso una partecipazione sia gravata da pegno/usufrutto/sequestro, il vincolo non si estende alle azioni di nuova emissione assegnate al socio o alla sua maggior quota, poiché trattasi di apporto patrimoniale nuovo.