Perché è necessario trascrivere l’accettazione tacita di eredità?

Quando si deve fare l’accettazione tacita di eredità?

Chiunque desideri vendere un immobile di cui sia entrato in possesso per successione, se non ha mai accettato espressamente l’eredità, deve trascrivere l’accettazione tacita dell’eredità per garantire al suo acquirente che il suo acquisto non possa mai essere messo in discussione.

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Cos’è l’accettazione dell’eredità?

Secondo il nostro sistema legislativo, il chiamato all’eredità, in forza di legge e/o testamento, per definirsi erede e quindi ottenere i beni ereditari deve accettare l’eredità. L’accettazione dell’eredità può essere fatta:

  • espressamente, quando il chiamato con un atto formale dichiara di accettare una determinata eredità;
  • tacitamente, quando il chiamato all’eredità compie un atto che fa presupporre, senza incertezze, la sua volontà di accettare e che non avrebbe comunque potuto compiere se non avesse assunto la qualità di erede.

L’eredità si acquista automaticamente, invece, quando il chiamato all’eredità si trova nel possesso dei beni ereditari e non fa eseguire l’inventario entro tre mesi dalla morte oppure quando sottrae o nasconde beni dell’eredità. 

Perché il notaio è tenuto a trascrivere l’accettazione tacita dell’eredità?

Quando si stipuli un atto di compravendita che abbia per oggetto immobili (terreni o fabbricati) che provengano da una successione, il notaio è tenuto a trascrivere l’accettazione tacita di eredità, salvo il caso in cui l’acquisto ereditario non risulti già trascritto in forza di un’accettazione espressa o tacita.
Il motivo principale per il quale è necessaria tale formalità è la tutela dell’acquirente, e dell’eventuale banca mutuante, dalla fattispecie dell’erede apparente. È, infatti, possibile che chi vende sia erede solo apparentemente e, quindi, chi acquista potrebbe subire l’azione di petizione di eredità da parte dell’erede vero[1] ed essere tenuto, così, a restituirgli il bene. Tale rischio, però, non si realizza se viene eseguita la trascrizione dell’accettazione tacita di eredità a favore dell’erede apparente purché l’acquirente dell’immobile sia in buona fede.

Vi sono altri motivi per i quali si rende opportuno trascrivere l’accettazione tacita di eredità?

La trascrizione dell’accettazione tacita di eredità si rende opportuna anche per i seguenti altri motivi:

  • rispetto del principio di continuità delle trascrizioni: in assenza della trascrizione dell’accettazione tacita di eredità, le successive trascrizioni o iscrizioni a carico dell’acquirente non producono effetto e, quindi, quest’ultimo non può far valere il proprio acquisto davanti ai terzi e l’eventuale ipoteca iscritta sul bene a favore di una banca mutuante non si costituisce, cioè non ha valore;
  • l’istituto della c.d. pubblicità sanante non si costituisce. Tale istituto consente a colui che acquista in buona fede un bene immobile di salvare il proprio acquisto anche nel caso in cui i titoli di provenienza siano invalidi, purché siano decorsi cinque anni dalla trascrizione dall’atto viziato di nullità e non sia stata trascritta una domanda giudiziale di impugnativa dell’atto stesso;
  • nel caso il bene immobile sia oggetto di procedura esecutiva, il Giudice delle Esecuzioni, rilevando l’assenza della trascrizione dell’accettazione tacita di eredità, deve dichiarare l’improcedibilità della procedura e ordinare la cancellazione del pignoramento.

La trascrizione del certificato relativo alla dichiarazione di successione è assimilabile alla trascrizione dell’accettazione tacita dell’eredità?

La dichiarazione di successione e la trascrizione del relativo certificato hanno una valenza esclusivamente fiscale e, per espressa previsione normativa, non producono alcun effetto civilistico.

Vi sono limiti temporali oltre i quali la trascrizione dell’accettazione tacita di eredità non è più necessaria?

La prassi più diffusa è quella di eseguire la trascrizione dell’accettazione tacita di eredità nei 20 anni dalla morte del defunto. Oltre i 20 anni, infatti, l’acquirente ha la possibilità far valere l’istituto dell’usucapione tutelando, così, i diritti da lui acquistati sui singoli beni. L’azione di petizione di eredità, tuttavia, è imprescrittibile e conseguentemente la tesi più prudente consiglia di procedere alla trascrizione dell’accettazione di eredità anche quando sono decorsi 20 anni dalla morte del defunto. Ciò perché non è possibile avere la certezza dell’assenza di eventuali cause di sospensione/interruzione dei termini dell’usucapione.
Sicuramente è errata la prassi che ritiene di dover effettuare la trascrizione dell’accettazione tacita di eredità solo entro i dieci anni dalla morte del defunto.

Quanto costa l’accettazione tacita di eredità?

Per l’esecuzione della trascrizione dell’accettazione tacita di eredità sono dovuti degli oneri fiscali e degli oneri professionali. Gli oneri fiscali per ciascuna conservatoria dei registri immobiliari sono i seguenti:

  • euro 200,00 di imposta ipotecaria;
  • euro 59,00 di imposta di bollo;
  • euro 35,00 di tassa ipotecaria.

Gli oneri professionali variano da professionista a professionista e variano da 100 e 300 euro (oltre ad IVA) per ciascuna formalità.

Che cosa serve per eseguire la formalità?

Al notaio che esegue la trascrizione dell’accettazione tacita di eredità deve essere consegnato un certificato di morte del defunto.

Norme di riferimento:

– articoli 475, 476, 484, 485, 527, 533 e ss., 2648, 2650, 2652, 2660, 2829 del Codice Civile
– art. 5, comma 2, D.Lgs. 31-10-1990, n. 347
– Circolare n. 128/T del 2-5-1995

[1] Esempio: Tizio, senza moglie e figli, muore nel 2016 lasciando come erede legittimo il cugino Caio, il quale apparentemente acquista l’appartamento del defunto sito in Lecco. Caio nel 2017 vende l’immobile a Mevio e per risparmiare, e contro il consiglio del notaio, non viene eseguita la trascrizione dell’accettazione tacita di eredità.

Nel 2018 Sempronio scopre che Tizio lo aveva istituito erede con un testamento che fa pubblicare da un notaio. Sempronio con un’azione di petizione di eredità agisce contro Mevio che subisce l’evizione del bene.

La successione testamentaria

È necessario innanzitutto precisare che la successione ereditaria può essere regolata dalla legge o da uno o più testamenti. La successione per legge, c.d anche “ab intestato” è disciplinata allo scopo di tutelare l’interessa della famiglia. La successione testamentaria, invece, soddisfa l’interesse, anche non economico, individuale del testatore a disporre soggettivamente e oggettivamente del suo patrimonio per il tempo che avrà cessato di vivere.
Quindi la successione testamentaria è la successione regolata da un testamento che può assumere la forma di testamento olografo (scritto interamente di pugno dal testatore, debitamente datato e sottoscritto dal medesimo soggetto) pubblico o segreto.

successione testamentaria

Nel nostro ordinamento vige il principio di uguaglianza delle forme testamentarie. Quindi, è possibile per il testatore scegliere indistintamente una forma rispetto all’altra per raggiungere la propria volontà. A mezzo del testamento, il testatore può disporre per il tempo che verrà dopo la propria morte di tutto o parte del suo patrimonio. Nel secondo caso, pertanto, di disposizione parziale, la successione verrà regolata in parte anche dalla legge.

La successione necessaria

La successione necessaria può definirsi come quella quota di cui il testatore non può disporre liberamente, poiché la legge prevede determinati soggetti – facenti parte del nucleo famigliare più stretto – che il testatore deve soddisfare. La quota di cui il testatore non può disporre liberamente si chiama quota di legittima o necessaria e coloro che ne hanno diritto, sono denominati legittimari o riservatari o eredi necessari.

Soggetti riservatari e modo di calcolo della quota

Il Codice Civile individua all’art. 536 elenca quali siano i soggetti legittimari. Questi sono: il coniuge, i figli legittimi ai quali sono equiparati i figli legittimati, naturali e i figli adottivi, e infine gli ascendenti legittimi. Non sono compresi tra i legittimari i fratelli, le sorelle.
La legge oltre a riservare la quota di eredità può attribuire a determinati legittimari anche altri diritti nella successione; detti legittimari sono:

  1. il coniuge che, oltre alla quota di eredità, gli spetta anche il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare nonché il diritto d’uso sui mobili che la corredano ex art. 540, 2° comma;
  2. il coniuge separato con addebito a condizione che al momento dell’apertura della successione abbia ancora diritto agli alimenti (artt. 548, 2° comma e 585, 2° comma);
  3. figli naturali non riconoscibili, ai quali spetta un diritto di credito a carico dell’eredità (art. 594).

Dal punto di vista della natura giuridica, quindi, la categoria degli “altri diritti riservati ai legittimari” non è omogenea, considerando che essa comprende sia diritti di natura reale, sia diritti di credito.
La quota disponibile varia a seconda del tipo di legittimario nonché dall’eventuale concorso tra legittimari e talora anche dal numero degli aventi diritto. La legge prevede, comunque, che il testatore possa sempre disporre liberamente di una quota minima pari ad 1/4 del proprio patrimonio, ma questa può aumentare a seconda di quanti legittimari concorrano nella successione.

Capacità di fare testamento

Il legislatore non dà una nozione di capacità di testare, ma al 1° comma dell’art. 591 stabilisce che possono disporre per testamento tutti coloro che non sono dichiarati incapaci dalla legge. Gli incapaci in senso giuridico sono quei soggetti che la legge ha previsto di sostituire con un altro soggetto per porre in essere rapporti giuridici. Ciò discende dal fatto che il testamento rientra fra i c.d. atti personalissimi per i quali, cioè, è esclusa la rappresentanza.
Comunque, un testamento compiuto da persona incapace non è nullo ma semplicemente annullabile e, ciò, lo si evince espressamente dall’ultimo comma dell’art. 591 il quale prescrive un termine di prescrizione di 5 anni per impugnare il testamento fatto da tale soggetto.
Quanto al tempo circa la capacità di testare va verificato nel momento in cui il soggetto ha redatto la scheda testamentaria.
La capacità di testare, quindi, costituisce la regola generale mentre l’incapacità costituisce l’eccezione. I casi di incapacità previsti dal 2° comma dell’art. 591 hanno carattere tassativo.
L’elenco dei soggetti incapaci di testare è tassativo. Questi sono:

  • minori anche se emancipati (emancipato è il minore autorizzato a contrarre matrimonio),
  • interdetti giudiziali (soggetti considerati da un giudice infermi di mente) e incapaci naturali (soggetti che oggettivamente sono infermi di mente ma per i quali non è intervenuta una sentenza di un giudice);
  • gli enti (ad es. società, fondazioni, associazioni, enti locali, enti regionali).

Non sono invece considerati incapaci di testare i soggetti inabilitati e i beneficiari di amministrazione di soggetto, salvo che il provvedimento giudiziario di apertura della tutela non preveda espressamente il divieto di testare.
Fino a non poco tempo fa anche gli interdetti legali (cioè i soggetti condannati all’ergastolo o a una pena detentiva non inferiore a 5 anni) non potevano testare. La norma del Codice penale è stata modifica per il principio per il quale la pena deve essere riabilitativa. Pertanto, oggi, anche a detti soggetti è permesso testare.

Capacità di ricevere per testamento

In linea generale esiste un’equiparazione fra la capacità di succedere e la capacità di ricevere per testamento. La regola generale è che, qualunque soggetto o ente esistente al momento dell’apertura del testamento ha la capacità di ricevere per testamento. Vi sono però dei casi marginai di incapacità c.d. relative poiché non costituiscono incapacità generalizzata di succedere, ma solo relativa alla successione di un determinato soggetto.
Alla regola sopra esposta fanno eccezione i casi che seguono:

  1. è riconosciuta la possibilità di succedere per legge e per testamento ai nascituri concepiti all’apertura della successione. I nascituri non concepiti figli di una determinata persona vivente al momento della apertura della successione hanno, poi, eccezionalmente, anche, la capacità di succedere, ma limitatamente a mezzo del testamento;
  2. è riconosciuta la possibilità di succedere solo per testamento alle persone giuridiche e gli enti non riconosciuti;
  3. inoltre ai sensi dell’art. 14, 2° comma, del Codice Civile è possibile disporre per testamento la costituzione di una fondazione. Mediante interpretazione di detto articolo di legge, la dottrina ha riconosciuto che il testatore possa designare quale suo successore, anche, persone giuridiche non ancora costituite, salvo circoscrivere che l’ente giuridico sia determinato o facilmente determinabile.

Imposte di successione

I beneficiari di una successione sono soggetti passivi di imposta. Il legislatore fiscale ha previsto che come ogni trasferimento, anche il trasferimento di beni derivanti da successione è soggetto a tassazione in quanto trasferimento di ricchezza. È da precisare che, rispetto ad altri Stati, l’Italia vanta di una delle tassazioni più agevolate e bassa. La normativa di settore prevede tre diverse aliquote di imposta a seconda dei soggetti beneficiari.
Queste aliquote possono essere sintetizzate nella tabella di cui sotto.

Coniuge e parenti in linea retta 4%
Fratello sorella 6%
Altro parente fino al 4° grado, affine in linea retta, affine in linea collaterale fino al 3° grado 6%
Portatore di handicap Legge n. 104/92 4%, 6%, 8%, a seconda della parentela
Altro soggetto 8%

 

La legge prevede per i parenti stretti, oltre a una aliquota agevolata, anche un’esenzione dal pagamento dell’aliquota fino al concorrere di un certo valore. Questa è la c.d. “franchigia”.

Per i soggetti della prima riga (coniuge e parenti in linea retta) è previsto che essi non siano soggetti a pagamento dell’imposta di successione per quanto acquistato per successione fino a concorrenza di euro 1.000.000,00 per soggetto, mentre per i fratelli e le sorelle è previsto che non si applichi l’imposta per acquisti a titolo di successione che abbiano un valore fino ad euro 100.000,00.
Per i soggetti portatori di handicap la legge prevede una franchigia pari ad euro 1.500.000,00.

 

Coefficienti del diritto di usufrutto/uso/abitazione a termine per il 2021

Calcolo usufrutto a termine: quali sono i coefficienti del diritto di usufrutto/uso/abitazione a termine per il 2021?
(dal 1° gennaio 2021 il tasso di interesse legale è pari allo 0,01%)

Durata in anni Valore usufrutto uso abitazione (%) Valore nuda proprietà  (%)   Durata in anni Valore usufrutto uso abitazione (%) Valore nuda proprietà (%)
1 0,01 99,99 46 0,46 99,54
2 0,02 99,98 47 0,47 99,53
3 0,03 99,97 48 0,48 99,52
4 0,04 99,96 49 0,49 99,51
5 0,05 99,95 50 0,50 99,50
6 0,06 99,94 51 0,51 99,49
7 0,07 99,93 52 0,52  99,48
8 0,08 99,92 53 0,53 99,47
9 0,09 99,91 54 0,54 99,46
10 0,10 99,90 55 0,55 99,45
11 0,11 99,89 56 0,56 99,44
12 0,12 99,88 57 0,57 99,43
13 0,13 99,87 58 0,58 99,42
14 0,14 99,86 59 0,59 99,41
15 0,15 99,85 60  0,60 99,40
16 0,16 99,84 61 0,61 99,39
17 0,17 99,83 62 0,62 99,38
18 0,18 99,82 63 0,63 99,37
19 0,19 99,81 64 0,64 99,36
20 0,20 99,80 65 0,65 99,35
21 0,21 99,79 66 0,66 99,34
22 0,22 99,78 67 0,67 99,33
23 0,23 99,77 68 0,68 99,32
24 0,24 99,76 69 0,69 99,31
25 0,25 99,75 70 0,70 99,30
26 0,26 99,74 71 0,71 99,29
27 0,27 99,73 72 0,72 99,28
28 0,28 99,72 73 0,73 99,27
29 0,29 99,71 74 0,74 99,26
30 0,30 99,70 75 0,75 99,25
31 0,31 99,69 76 0,76 99,24
32 0,32 99,68 77 0,77 99,23
33 0,33 99,67 78 0,78 99,22
34 0,34 99,66 79 0,79 99,21
35 0,35 99,65 80 0,80 99,20
36 0,36 99,64 81 0,81 99,19
37 0,37 99,63 82 0,82 99,18
38 0,38 99,62 83 0,83 99,17
39 0,39 99,61 84 0,84 99,16
40  0,40 99,60 85 0,85 99,15
41 0,41 99,59 86 0,86 99,14
42 0,42 99,58 87 0,87 99,13
43 0,43 99,57 88 0,88 99,12
44 0,44 99,56 89 0,89 99,11
45 0,45 99,55 90 0,90 99,10

 

La tabella si prefigge lo scopo di facilitare la determinazione del valore del diritto usufrutto/uso/abitazione al fine di ottenere la corretta base imponibile per pagare le imposte di registro, di donazione, di successione, ipotecaria e catastale. In particolare la tabella va utilizzata per il caso del diritto di usufrutto/uso/abitazione a termine. Il principio di fondo è che il valore del diritto di usufrutto/uso/abitazione è tanto più elevato quanto più è lungo il periodo della sua durata.

Quando possiamo usare la tabella?

La tabella va usata quando la legge consente di assumere il valore catastale come base imponibile per il calcolo dell’imposta nei seguenti atti:

  • trasferimento della proprietà con riserva del diritto usufrutto/uso/abitazione a termine;
  • costituzione a qualsiasi titolo del diritto di usufrutto/uso/abitazione a termine;
  • rinuncia al diritto di usufrutto/uso/abitazione a termine.

Se non fosse possibile utilizzare il valore catastale, la base imponibile sarà rappresentata dal prezzo determinato in atto e la tabella avrà rilevanza solo per aiutare le parti nella determinazione del valore del diritto di usufrutto/uso/abitazione a termine.

usufrutto a termine

Usufrutto a termine: come avviene il calcolo?

Al fine di determinare il valore del diritto di usufrutto/uso/abitazione a termine è necessario, in primo luogo, determinare il valore della piena proprietà. Successivamente va preso come moltiplicatore la percentuale individuata nella suddetta tabella in relazione alla durata del diritto di usufrutto.

Nel caso sia possibile avvalersi del valore catastale, si calcola il valore della piena proprietà che si ottiene moltiplicando la rendita catastale per il coefficiente relativo alla categoria catastale di appartenenza.

Esempio di calcolo del valore del diritto di usufrutto a favore di persona fisica per una durata di anni 40 anni relativo a una abitazione per un atto ove sia possibile avvalersi del valore catastale:

1) calcolo del valore di piena proprietà:

– 1.000 (rendita catastale) x 126 (coefficiente catastale) = 126.000

2) calcolo del valore del diritto di usufrutto a termine per anni 40:

– 126.000 (valore piena proprietà) x 0,40% (percentuale usufrutto come da tabella) = 504

3) calcolo imposta

– 504 (valore usufrutto) x 9% (aliquota ex art. 1, Tar. I, Dpr 131/1986) = 45,36 da arrotondare ad euro 1.000 ai sensi dell’art. 10 D.Lgs. 23/2011. (imposta di registro da versare all’erario).

Osservazioni

Il valore come sopra determinato non può essere mai essere superiore a quello che del valore del diritto di usufrutto/uso/abitazione vitalizio. In altri termini, si usa il valore più basso tra il risultato derivante dal calcolo relativo all’usufrutto vitalizio e il calcolo relativo all’usufrutto a termine. Infine, si precisa che il diritto di usufrutto costituito a favore di una persona giuridica non può essere fissato per una durata superiore agli anni trenta.

Coefficienti del diritto di usufrutto vitalizio per il 2021

Calcolo coefficienti usufrutto vitalizio: ecco la tabella per la determinazione dei diritti di usufrutto, abitazione, uso vitalizi
(dal 1° gennaio 2021 il tasso di interesse legale è pari allo 0,01%)

Età usufruttuario Coefficiente % nuda proprietà % usufrutto
Da 0 a 20 9500 5% 95%
Da 21 a 30 9000 10% 90%
Da 31 a 40 8500 15% 85%
Da 41 a 45 8000 20% 80%
Da 46 a 50 7500 25% 75%
Da 51 a 53 7000 30% 70%
Da 54 a 56 6500 35% 65%
Da 57 a 60 6000 40% 60%
Da 61 a 63 5500 45% 55%
Da 64 a 66 5000 50% 50%
Da 67 a 69 4500 55% 45%
Da 70 a 72 4000 60% 40%
Da 73 a 75 3500 65% 35%
Da 76 a 78 3000 70% 30%
Da 79 a 82 2500 75% 25%
Da 83 a 86 2000 80% 20%
Da 87 a 92 1500 85% 15%
Da 93 a 99 1000 90% 10%

 

La tabella usufrutto si prefigge lo scopo di facilitare il calcolo valore usufrutto /uso / abitazione al fine di ottenere  la corretta base imponibile per pagare le imposte di registro, di donazione, di successione, ipotecaria e catastale. In particolare la tabella va utilizzata per il caso del diritto di usufrutto/uso/abitazione di durata vitalizia.
Il principio è che il valore della nuda proprietà è pari al valore della piena proprietà diminuito del valore dell’usufrutto/uso/abitazione.
I valori variano in relazione all’età del beneficiario: più giovane è il beneficiario, maggiore è il valore del diritto di usufrutto/abitazione/uso vitalizio in quanto maggiore è l’aspettativa di vita dello stesso e dunque la durata del diritto.

calcolo usufrutto vitalizio

Quando possiamo usare la tabella?

La tabella usufrutto va usata quando la legge consente di assumere il valore catastale come base imponibile per il calcolo dell’imposta nei seguenti atti:

  • trasferimento della proprietà con riserva del diritto usufrutto/uso/abitazione;
  • costituzione a qualsiasi titolo del diritto di usufrutto/uso/abitazione;
  • rinuncia al diritto di usufrutto/uso/abitazione.

Se non fosse possibile utilizzare il valore catastale, la base imponibile sarà rappresentata dal prezzo determinato in atto e la tabella avrà rilevanza solo per aiutare le parti nella determinazione del valore del diritto di usufrutto/uso/abitazione.

Come avviene il calcolo dell’usufrutto vitalizio?

Al fine di determinare il valore del diritto di usufrutto/uso/abitazione è necessario, in primo luogo, determinare il valore della piena proprietà. Successivamente va individuata l’età dell’usufruttuario e va preso come moltiplicatore la percentuale individuata nella suddetta tabella. Nel caso sia possibile avvalersi del valore catastale, si calcola il valore della piena proprietà che si ottiene moltiplicando la rendita catastale per il coefficiente relativo alla categoria catastale di appartenenza. 

Esempio di calcolo del valore del diritto di usufrutto di una persona che ha 50 anni compiuti, relativo a un acquisto di abitazione per un atto ove sia possibile avvalersi del valore catastale:

1) calcolo del valore di piena proprietà:

– 1.000 (rendita catastale) x 126 (coefficiente catastale) = 126.000 euro

2) calcolo del valore del diritto di usufrutto/uso/abitazione di usufruttuario con 50 anni di età:

– 126.000 (valore piena proprietà) x 75% (percentuale usufrutto come da tabella) = 94.500 euro

3) calcolo imposta

– 94.500 (valore usufrutto) x 9% (aliquota ex art. 1, Tar. I, Dpr 131/1986) = 8.505  euro (imposta di registro da versare all’erario).

Cosa accade se il diritto di usufrutto è costituito (o riservato) a favore di più soggetti?

Usufrutto costituito a favore di più persone senza patto di reciproco accrescimento (nel qual caso alla morte di ciascun co-usufruttuario la quota corrispondente di loro spettanza non si accrescerà a favore dei superstiti). In tal caso è necessario procedere alla determinazione del valore dell’usufrutto per ciascun usufruttuario, secondo le modalità sopra previste: è come se si costituissero tanti usufrutti separati, pro-quota, quanti sono gli usufruttuari e il valore complessivo dell’usufrutto si ottiene sommando il valore dei singoli usufrutti.

 Usufrutto con diritto di accrescimento (ossia con la previsione che in caso di morte di uno degli usufruttuari la sua quota di diritto si accresce a favore dei superstiti). Se il diritto reale è costituito congiuntamente a favore di più persone con diritto di accrescimento tra loro, il valore dell’usufrutto è determinato applicando i superiori coefficienti avendo riguardo all’età del solo beneficiario più giovane.

Usufrutto congiuntivo vitalizio il cui termine finale coincide con la morte del primo usufruttuario. Se il diritto reale è costituito a favore di più persone ed è stabilito che lo stesso cessi con la morte di una qualsiasi di esse, il valore dell’usufrutto è determinato applicando i superiori coefficienti avendo riguardo all’età del solo beneficiario più anziano.

È possibile un usufrutto vitalizio a favore di società?

La risposta è negativa. Il valore dell’usufrutto a favore di persona giuridica deve tenere conto che non può durare più di 30 anni, quindi, si applicano i criteri della rendita a tempo determinato ossia il valore dell’usufrutto è pari al valore attuale dell’annualità, calcolato al saggio legale di interesse, ma in nessun caso superiore a 10.000 volte l’annualità (in quanto il tasso di interesse legale è dello 0,01%).

Armi ereditate: cosa fare?

Quando si apre una successione, occorre capire cosa fare con le armi ereditate. Accade spesso, infatti, che il de cuius fosse nel possesso di armi o munizioni, sia regolarmente che irregolarmente detenute. La legge prescrive un obbligo generale di denuncia della detenzione di armi: tale obbligo serve a tenere traccia, da parte dell’Autorità di pubblica sicurezza, di tutte le armi detenute sul territorio italiano.

armi ereditate cosa fare

Chi eredita armi, munizioni o materie esplodenti, ovvero le ritrova presso l’abitazione del defunto, è tenuto a darne comunicazione all’autorità di sicurezza rivolgendosi all’ufficio locale di pubblica sicurezza ovvero al comando dei carabinieri, portando con sé la denuncia di detenzione delle armi del defunto – se rinvenuta – unitamente a una dichiarazione sostitutiva del certificato di morte del de cuius. Una volta effettuata la denuncia circa la detenzione dell’arma del de cuius, l’erede, se sprovvisto di porto d’armi e desidera tenere l’arma presso la propria abitazione, deve presentare un’apposita richiesta al questore che rilascerà uno specifico nulla osta che autorizza l’acquisto, a qualsiasi titolo, e alla detenzione di armi. Detto documento ha validità di 30 giorni dal rilascio e permette di trasportare le armi fino alla propria abitazione.

Qualora l’erede non voglia tenere le armi può optare per due soluzioni differenti: venderle o cederle a terzi ovvero rottamarle. Si precisa, visto la delicatezza dell’argomento, che la mancata denuncia della detenzione di armi costituisce reato punito con l’arresto da tre a dodici mesi o con l’ammenda fino a 371,00 euro. In aggiunta a ciò, chi ha avuto notizia che in un luogo da lui abitato si trovano armi o munizioni e omette di farne denuncia alle autorità, è punito con l’arresto fino a due mesi o con l’ammenda fino a 258 euro.

L’azione di riduzione e la rinuncia tacita

La tutela dei legittimari, ovvero coloro che debbono in ogni caso addivenire alla successione del defunto, si attua con l’azione di riduzione, prevista dall’art. 549 c.c. L’azione di riduzione, in particolare, quanto ad operatività ed efficacia, si distingue in tre fasi distinte, ovvero l’azione di riduzione in senso stretto, l’azione di restituzione contro i beneficiari delle disposizioni ridotte e l’azione di restituzione contro i terzi acquirenti.
In questo breve articolo, ci occuperemo della prima fase, ovvero l’esercizio dell’azione di riduzione che, va esercitata contro le disposizioni lesive delle quota dei legittimari, e in particolare, in primo luogo, con essa si procede alla riduzione delle quote legali ab intestato (ex art. 553 c.c.), e solo in seguito, qualora non fosse sufficiente detta riduzione, si passa alla riduzione delle disposizioni testamentarie lesive, e, infine, qualora nemmeno con questa riduzione si riesca a integrare la quota di legittima lesa, si procede alla riduzione delle donazioni effettuate in vita dal defunto, partendo dalle più recenti fino a quelle più risalenti nel tempo.

rinuncia azione di riduzione

Chi esercita l’azione di riduzione?

L’azione di riduzione può essere esercitata solo dal legittimario leso o pretermesso, e, quindi, in particolare, possono esercitare l’azione di riduzione solamente i figli e il coniuge del defunto, o in mancanza di prole i genitori del defunto medesimo. Pertanto la categoria dei legittimati attivi all’esercizio dell’azione coincide con le categorie dei legittimari.

Quando si perde il diritto di agire con l’azione di riduzione?

L’azione di riduzione si prescrive nel termine ordinario di anni dieci, o, come vedremo in caso di rinuncia, tacita od espressa. Detto termine, tuttavia, inizia a decorrere da momenti diversi, a seconda che la disposizione lesiva sia una donazione o una disposizione testamentaria. Nel caso la lesione derivi da donazioni effettuate in vita dal defunto, il termine decorre dalla data di apertura della successione, ovvero dalla data della morte. Diversamente, se la lesione deriva da una disposizione testamentaria il legittimario fino a quando il chiamato in base al testamento non accetta l’eredità, il legittimario pretermesso non sarebbe legittimato a esperire l’azione di riduzione. Quindi in questo caso il dies a quo parte dalla data di accettazione dell’eredità del beneficiario della disposizione lesiva: l’accettazione di eredità è infatti irrevocabile, e, pertanto, da tale momento la lesione diventa “definitivamente attuale”.

Qual è la funzione dell’azione di riduzione?

La funzione dell’azione di riduzione è quella di permettere al legittimario, leso o pretermesso, di conseguire una quota di eredità di valore corrispondente alla quota riservatagli dalla Legge o, nel caso non sia pretermesso, ma “solamente” leso, di ottenere un’integrazione della quota di eredità già attribuitagli, per legge o per testamento, ma rivelatasi insufficiente, in modo che il suo valore raggiunga quello riservatogli dalla Legge. Tale funzione si realizza con una sentenza di accertamento costitutivo che conclude il giudizio di riduzione avanti il Tribunale.

È possibile rinunziare all’azione di riduzione?

Certo, i legittimari lesi o pretermessi, possono rinunciare all’azione di riduzione, ma solamente dopo la morte del soggetto della cui eredità di tratta. La rinuncia all’azione di riduzione, infatti, è diritto potestativo, e liberamente rinunziabile, e ha per effetto quello di rendere definitive e intangibili le situazioni giuridiche già determinata dal de cuius. Naturalmente, prima di procedere alla rinuncia è necessario sempre recarsi dal proprio Notaio di fiducia, o da un legale, per valutare l’opportunità della stessa, e, solo in caso di effettiva volontà si procedere con atto pubblico notarile debitamente trascritto nei Registri Immobiliari.

Si può revocare la rinuncia all’azione di riduzione?

No, una volta rinunciata l’azione di riduzione non è possibile tornare indietro, e ciò per tutelare la circolazione dei beni oggetto dell’eredità relitta. Se così non fosse, in qualsiasi momento, il legittimario leso o pretermesso, che cambiasse idea, potrebbe porre in pericolo le alienazioni effettuate medio tempore dai beneficiari delle disposizioni lesive o delle donazioni effettuate in vita dal de cuius.

Rinuncia all’azione di riduzione e rinuncia di eredità sono la stessa cosa?

No, sono istituti radicalmente diversi, in quanto la rinuncia di eredità attiene al diritto di accettare l’eredità relitta, mentre l’azione di riduzione è un’azione a tutela del legittimario che, pur chiamato nell’eredità, sia stato leso nell’aspetto quantitativo dei suoi diritti, perché, ad esempio, il testatore ha attribuito a questi una quota inferiore a quella prevista dalla Legge. La rinuncia di eredità, poi, può essere revocata fino a quando il chiamato in subordine non abbia accettato. La rinuncia all’azione di riduzione, d’altro canto, può essere effettuata, anche dal chiamato, accettante, che abbia avuto dal defunto, meno di quanto la Legge riserva.

È possibile incappare “involontariamente” nella rinuncia tacita all’azione di riduzione?

Mentre la rinuncia di eredità, a differenza dell’accettazione, non può avvenire tacitamente, e, quindi, nessuno, inconsapevolmente può rinunciare all’eredità nella quale sia stato chiamato in forza di Legge o di un testamento, è possibile che un comportamento concludente del legittimario leso o pretermesso gli possa precludere l’esercizio in giudizio dell’azione di riduzione. È necessario quindi, qualora i propri diritti siano stati lesi, attenersi a un comportamento stragiudiziale particolarmente accorto. Non è sufficiente, tuttavia, un qualsiasi comportamento per aversi rinuncia tacita all’azione di riduzione, ma, per comportare la rinuncia il comportamento, come sancito dalla la giurisprudenza di legittimità[1], deve sostanziarsi manifestazione inequivoca, ovvero chiara e precisa, di volontà da parte del legittimario leso.

Cosa si intende per comportamento “inequivoco”?

È comportamento inequivoco il comportamento dell’erede incompatibile con la volontà di agire nei confronti dei beneficiari delle disposizioni lesive per ridurre le stesse, e, pertanto, ad esempio, l’accettazione di un legato in sostituzione di legittima ai sensi dell’art. 551 c.c. anche per facta concludentia, effettuato dal legittimario, impedisce l’esercizio dell’azione di riduzione. La volontà di eseguire le disposizioni testamentarie lesive, da parte dell’erede leso, inoltre, comporta rinunzia tacita all’azione di riduzione, e così ad esempio è il comportamento con cui il legittimario immette volontariamente nel possesso, il beneficiario della disposizione lesiva.
Diversamente, una mera tolleranza, temporanea, all’utilizzo dei beni oggetto della disposizione lesiva, già nella disponibilità del beneficio, non comporta rinunzia tacita all’azione di riduzione, né tantomeno, sembrerebbe, a parere di chi scrive, comportare rinuncia tacita la vendita di un bene ereditario, attribuito al legittimario leso, se la lesione si è materializzata in favore di altri legittimari: l’accettazione tacita di eredità, infatti, va distinta dalla rinunzia all’azione di riduzione tacita, in quanto la prima comporta l’impossibilità di dismettere la chiamata ereditaria, mentre, la seconda non presuppone come condizione indifferibile l’accettazione di eredità con beneficio di inventario.

La vendita di un bene ereditario, comporta, quindi rinunzia tacita all’azione di riduzione oltre all’accettazione tacita di eredità?

A parere di chi scrive, essa comporta rinuncia all’azione di riduzione, solo se la disposizione lesiva è effettuata a favore di non coerede. Giacché, infatti, l’art. 564 c.c., prevede come condizione dell’esercizio dell’azione di riduzione nei confronti del terzo non coerede, l’accettazione di eredità beneficiata, la vendita di un bene ereditario, comportando l’accettazione tacita, preclude al legittimario leso l’esercizio dell’azione di riduzione verso il terzo non coerede.

[1]Cass. Civ. Sez. II, 5 gennaio 2018 n. 168