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Coefficienti del diritto di usufrutto/uso/abitazione a termine per il 2021

Calcolo usufrutto a termine: quali sono i coefficienti del diritto di usufrutto/uso/abitazione a termine per il 2021?
(dal 1° gennaio 2021 il tasso di interesse legale è pari allo 0,01%)

Durata in anni Valore usufrutto uso abitazione (%) Valore nuda proprietà  (%)   Durata in anni Valore usufrutto uso abitazione (%) Valore nuda proprietà (%)
1 0,01 99,99 46 0,46 99,54
2 0,02 99,98 47 0,47 99,53
3 0,03 99,97 48 0,48 99,52
4 0,04 99,96 49 0,49 99,51
5 0,05 99,95 50 0,50 99,50
6 0,06 99,94 51 0,51 99,49
7 0,07 99,93 52 0,52  99,48
8 0,08 99,92 53 0,53 99,47
9 0,09 99,91 54 0,54 99,46
10 0,10 99,90 55 0,55 99,45
11 0,11 99,89 56 0,56 99,44
12 0,12 99,88 57 0,57 99,43
13 0,13 99,87 58 0,58 99,42
14 0,14 99,86 59 0,59 99,41
15 0,15 99,85 60  0,60 99,40
16 0,16 99,84 61 0,61 99,39
17 0,17 99,83 62 0,62 99,38
18 0,18 99,82 63 0,63 99,37
19 0,19 99,81 64 0,64 99,36
20 0,20 99,80 65 0,65 99,35
21 0,21 99,79 66 0,66 99,34
22 0,22 99,78 67 0,67 99,33
23 0,23 99,77 68 0,68 99,32
24 0,24 99,76 69 0,69 99,31
25 0,25 99,75 70 0,70 99,30
26 0,26 99,74 71 0,71 99,29
27 0,27 99,73 72 0,72 99,28
28 0,28 99,72 73 0,73 99,27
29 0,29 99,71 74 0,74 99,26
30 0,30 99,70 75 0,75 99,25
31 0,31 99,69 76 0,76 99,24
32 0,32 99,68 77 0,77 99,23
33 0,33 99,67 78 0,78 99,22
34 0,34 99,66 79 0,79 99,21
35 0,35 99,65 80 0,80 99,20
36 0,36 99,64 81 0,81 99,19
37 0,37 99,63 82 0,82 99,18
38 0,38 99,62 83 0,83 99,17
39 0,39 99,61 84 0,84 99,16
40  0,40 99,60 85 0,85 99,15
41 0,41 99,59 86 0,86 99,14
42 0,42 99,58 87 0,87 99,13
43 0,43 99,57 88 0,88 99,12
44 0,44 99,56 89 0,89 99,11
45 0,45 99,55 90 0,90 99,10

 

La tabella si prefigge lo scopo di facilitare la determinazione del valore del diritto usufrutto/uso/abitazione al fine di ottenere la corretta base imponibile per pagare le imposte di registro, di donazione, di successione, ipotecaria e catastale. In particolare la tabella va utilizzata per il caso del diritto di usufrutto/uso/abitazione a termine. Il principio di fondo è che il valore del diritto di usufrutto/uso/abitazione è tanto più elevato quanto più è lungo il periodo della sua durata.

Quando possiamo usare la tabella?

La tabella va usata quando la legge consente di assumere il valore catastale come base imponibile per il calcolo dell’imposta nei seguenti atti:

  • trasferimento della proprietà con riserva del diritto usufrutto/uso/abitazione a termine;
  • costituzione a qualsiasi titolo del diritto di usufrutto/uso/abitazione a termine;
  • rinuncia al diritto di usufrutto/uso/abitazione a termine.

Se non fosse possibile utilizzare il valore catastale, la base imponibile sarà rappresentata dal prezzo determinato in atto e la tabella avrà rilevanza solo per aiutare le parti nella determinazione del valore del diritto di usufrutto/uso/abitazione a termine.

usufrutto a termine

Usufrutto a termine: come avviene il calcolo?

Al fine di determinare il valore del diritto di usufrutto/uso/abitazione a termine è necessario, in primo luogo, determinare il valore della piena proprietà. Successivamente va preso come moltiplicatore la percentuale individuata nella suddetta tabella in relazione alla durata del diritto di usufrutto.

Nel caso sia possibile avvalersi del valore catastale, si calcola il valore della piena proprietà che si ottiene moltiplicando la rendita catastale per il coefficiente relativo alla categoria catastale di appartenenza.

Esempio di calcolo del valore del diritto di usufrutto a favore di persona fisica per una durata di anni 40 anni relativo a una abitazione per un atto ove sia possibile avvalersi del valore catastale:

1) calcolo del valore di piena proprietà:

– 1.000 (rendita catastale) x 126 (coefficiente catastale) = 126.000

2) calcolo del valore del diritto di usufrutto a termine per anni 40:

– 126.000 (valore piena proprietà) x 0,40% (percentuale usufrutto come da tabella) = 504

3) calcolo imposta

– 504 (valore usufrutto) x 9% (aliquota ex art. 1, Tar. I, Dpr 131/1986) = 45,36 da arrotondare ad euro 1.000 ai sensi dell’art. 10 D.Lgs. 23/2011. (imposta di registro da versare all’erario).

Osservazioni

Il valore come sopra determinato non può essere mai essere superiore a quello che del valore del diritto di usufrutto/uso/abitazione vitalizio. In altri termini, si usa il valore più basso tra il risultato derivante dal calcolo relativo all’usufrutto vitalizio e il calcolo relativo all’usufrutto a termine. Infine, si precisa che il diritto di usufrutto costituito a favore di una persona giuridica non può essere fissato per una durata superiore agli anni trenta.

Coefficienti del diritto di usufrutto vitalizio per il 2021

Calcolo usufrutto vitalizio: ecco la tabella per la determinazione dei diritti di usufrutto, abitazione, uso vitalizi
(dal 1° gennaio 2021 il tasso di interesse legale è pari allo 0,01%)

Età usufruttuario Coefficiente % nuda proprietà % usufrutto
Da 0 a 20 9500 5% 95%
Da 21 a 30 9000 10% 90%
Da 31 a 40 8500 15% 85%
Da 41 a 45 8000 20% 80%
Da 46 a 50 7500 25% 75%
Da 51 a 53 7000 30% 70%
Da 54 a 56 6500 35% 65%
Da 57 a 60 6000 40% 60%
Da 61 a 63 5500 45% 55%
Da 64 a 66 5000 50% 50%
Da 67 a 69 4500 55% 45%
Da 70 a 72 4000 60% 40%
Da 73 a 75 3500 65% 35%
Da 76 a 78 3000 70% 30%
Da 79 a 82 2500 75% 25%
Da 83 a 86 2000 80% 20%
Da 87 a 92 1500 85% 15%
Da 93 a 99 1000 90% 10%

 

La tabella si prefigge lo scopo di facilitare la determinazione del valore del diritto usufrutto/uso/abitazione al fine di ottenere la corretta base imponibile per pagare le imposte di registro, di donazione, di successione, ipotecaria e catastale. In particolare la tabella va utilizzata per il caso del diritto di usufrutto/uso/abitazione di durata vitalizia.
Il principio è che il valore della nuda proprietà è pari al valore della piena proprietà diminuito del valore dell’usufrutto/uso/abitazione.
I valori variano in relazione all’età del beneficiario: più giovane è il beneficiario, maggiore è il valore del diritto di usufrutto/abitazione/uso vitalizio in quanto maggiore è l’aspettativa di vita dello stesso e dunque la durata del diritto.

calcolo usufrutto vitalizio

Quando possiamo usare la tabella?

La tabella va usata quando la legge consente di assumere il valore catastale come base imponibile per il calcolo dell’imposta nei seguenti atti:

  • trasferimento della proprietà con riserva del diritto usufrutto/uso/abitazione;
  • costituzione a qualsiasi titolo del diritto di usufrutto/uso/abitazione;
  • rinuncia al diritto di usufrutto/uso/abitazione.

Se non fosse possibile utilizzare il valore catastale, la base imponibile sarà rappresentata dal prezzo determinato in atto e la tabella avrà rilevanza solo per aiutare le parti nella determinazione del valore del diritto di usufrutto/uso/abitazione.

Come avviene il calcolo dell’usufrutto vitalizio?

Al fine di determinare il valore del diritto di usufrutto/uso/abitazione è necessario, in primo luogo, determinare il valore della piena proprietà. Successivamente va individuata l’età dell’usufruttuario e va preso come moltiplicatore la percentuale individuata nella suddetta tabella. Nel caso sia possibile avvalersi del valore catastale, si calcola il valore della piena proprietà che si ottiene moltiplicando la rendita catastale per il coefficiente relativo alla categoria catastale di appartenenza.

Esempio di calcolo del valore del diritto di usufrutto di una persona che ha 50 anni compiuti, relativo a un acquisto di abitazione per un atto ove sia possibile avvalersi del valore catastale:

1) calcolo del valore di piena proprietà:

– 1.000 (rendita catastale) x 126 (coefficiente catastale) = 126.000 euro

2) calcolo del valore del diritto di usufrutto/uso/abitazione di usufruttuario con 50 anni di età:

– 126.000 (valore piena proprietà) x 75% (percentuale usufrutto come da tabella) = 94.500 euro

3) calcolo imposta

– 94.500 (valore usufrutto) x 9% (aliquota ex art. 1, Tar. I, Dpr 131/1986) = 8.505  euro (imposta di registro da versare all’erario).

Cosa accade se il diritto di usufrutto è costituito (o riservato) a favore di più soggetti?

Usufrutto costituito a favore di più persone senza patto di reciproco accrescimento (nel qual caso alla morte di ciascun co-usufruttuario la quota corrispondente di loro spettanza non si accrescerà a favore dei superstiti). In tal caso è necessario procedere alla determinazione del valore dell’usufrutto per ciascun usufruttuario, secondo le modalità sopra previste: è come se si costituissero tanti usufrutti separati, pro-quota, quanti sono gli usufruttuari e il valore complessivo dell’usufrutto si ottiene sommando il valore dei singoli usufrutti.

 Usufrutto con diritto di accrescimento (ossia con la previsione che in caso di morte di uno degli usufruttuari la sua quota di diritto si accresce a favore dei superstiti). Se il diritto reale è costituito congiuntamente a favore di più persone con diritto di accrescimento tra loro, il valore dell’usufrutto è determinato applicando i superiori coefficienti avendo riguardo all’età del solo beneficiario più giovane.

Usufrutto congiuntivo vitalizio il cui termine finale coincide con la morte del primo usufruttuario. Se il diritto reale è costituito a favore di più persone ed è stabilito che lo stesso cessi con la morte di una qualsiasi di esse, il valore dell’usufrutto è determinato applicando i superiori coefficienti avendo riguardo all’età del solo beneficiario più anziano.

È possibile un usufrutto vitalizio a favore di società?

La risposta è negativa. Il valore dell’usufrutto a favore di persona giuridica deve tenere conto che non può durare più di 30 anni, quindi, si applicano i criteri della rendita a tempo determinato ossia il valore dell’usufrutto è pari al valore attuale dell’annualità, calcolato al saggio legale di interesse, ma in nessun caso superiore a 10.000 volte l’annualità (in quanto il tasso di interesse legale è dello 0,01%).

Armi ereditate: cosa fare?

Quando si apre una successione, occorre capire cosa fare con le armi ereditate. Accade spesso, infatti, che il de cuius fosse nel possesso di armi o munizioni, sia regolarmente che irregolarmente detenute. La legge prescrive un obbligo generale di denuncia della detenzione di armi: tale obbligo serve a tenere traccia, da parte dell’Autorità di pubblica sicurezza, di tutte le armi detenute sul territorio italiano.

armi ereditate cosa fare

Chi eredita armi, munizioni o materie esplodenti, ovvero le ritrova presso l’abitazione del defunto, è tenuto a darne comunicazione all’autorità di sicurezza rivolgendosi all’ufficio locale di pubblica sicurezza ovvero al comando dei carabinieri, portando con sé la denuncia di detenzione delle armi del defunto – se rinvenuta – unitamente a una dichiarazione sostitutiva del certificato di morte del de cuius. Una volta effettuata la denuncia circa la detenzione dell’arma del de cuius, l’erede, se sprovvisto di porto d’armi e desidera tenere l’arma presso la propria abitazione, deve presentare un’apposita richiesta al questore che rilascerà uno specifico nulla osta che autorizza l’acquisto, a qualsiasi titolo, e alla detenzione di armi. Detto documento ha validità di 30 giorni dal rilascio e permette di trasportare le armi fino alla propria abitazione.

Qualora l’erede non voglia tenere le armi può optare per due soluzioni differenti: venderle o cederle a terzi ovvero rottamarle. Si precisa, visto la delicatezza dell’argomento, che la mancata denuncia della detenzione di armi costituisce reato punito con l’arresto da tre a dodici mesi o con l’ammenda fino a 371,00 euro. In aggiunta a ciò, chi ha avuto notizia che in un luogo da lui abitato si trovano armi o munizioni e omette di farne denuncia alle autorità, è punito con l’arresto fino a due mesi o con l’ammenda fino a 258 euro.

L’azione di riduzione e la rinuncia tacita

La tutela dei legittimari, ovvero coloro che debbono in ogni caso addivenire alla successione del defunto, si attua con l’azione di riduzione, prevista dall’art. 549 c.c. L’azione di riduzione, in particolare, quanto ad operatività ed efficacia, si distingue in tre fasi distinte, ovvero l’azione di riduzione in senso stretto, l’azione di restituzione contro i beneficiari delle disposizioni ridotte e l’azione di restituzione contro i terzi acquirenti.
In questo breve articolo, ci occuperemo della prima fase, ovvero l’esercizio dell’azione di riduzione che, va esercitata contro le disposizioni lesive delle quota dei legittimari, e in particolare, in primo luogo, con essa si procede alla riduzione delle quote legali ab intestato (ex art. 553 c.c.), e solo in seguito, qualora non fosse sufficiente detta riduzione, si passa alla riduzione delle disposizioni testamentarie lesive, e, infine, qualora nemmeno con questa riduzione si riesca a integrare la quota di legittima lesa, si procede alla riduzione delle donazioni effettuate in vita dal defunto, partendo dalle più recenti fino a quelle più risalenti nel tempo.

rinuncia azione di riduzione

Chi esercita l’azione di riduzione?

L’azione di riduzione può essere esercitata solo dal legittimario leso o pretermesso, e, quindi, in particolare, possono esercitare l’azione di riduzione solamente i figli e il coniuge del defunto, o in mancanza di prole i genitori del defunto medesimo. Pertanto la categoria dei legittimati attivi all’esercizio dell’azione coincide con le categorie dei legittimari.

Quando si perde il diritto di agire con l’azione di riduzione?

L’azione di riduzione si prescrive nel termine ordinario di anni dieci, o, come vedremo in caso di rinuncia, tacita od espressa. Detto termine, tuttavia, inizia a decorrere da momenti diversi, a seconda che la disposizione lesiva sia una donazione o una disposizione testamentaria. Nel caso la lesione derivi da donazioni effettuate in vita dal defunto, il termine decorre dalla data di apertura della successione, ovvero dalla data della morte. Diversamente, se la lesione deriva da una disposizione testamentaria il legittimario fino a quando il chiamato in base al testamento non accetta l’eredità, il legittimario pretermesso non sarebbe legittimato a esperire l’azione di riduzione. Quindi in questo caso il dies a quo parte dalla data di accettazione dell’eredità del beneficiario della disposizione lesiva: l’accettazione di eredità è infatti irrevocabile, e, pertanto, da tale momento la lesione diventa “definitivamente attuale”.

Qual è la funzione dell’azione di riduzione?

La funzione dell’azione di riduzione è quella di permettere al legittimario, leso o pretermesso, di conseguire una quota di eredità di valore corrispondente alla quota riservatagli dalla Legge o, nel caso non sia pretermesso, ma “solamente” leso, di ottenere un’integrazione della quota di eredità già attribuitagli, per legge o per testamento, ma rivelatasi insufficiente, in modo che il suo valore raggiunga quello riservatogli dalla Legge. Tale funzione si realizza con una sentenza di accertamento costitutivo che conclude il giudizio di riduzione avanti il Tribunale.

È possibile rinunziare all’azione di riduzione?

Certo, i legittimari lesi o pretermessi, possono rinunciare all’azione di riduzione, ma solamente dopo la morte del soggetto della cui eredità di tratta. La rinuncia all’azione di riduzione, infatti, è diritto potestativo, e liberamente rinunziabile, e ha per effetto quello di rendere definitive e intangibili le situazioni giuridiche già determinata dal de cuius. Naturalmente, prima di procedere alla rinuncia è necessario sempre recarsi dal proprio Notaio di fiducia, o da un legale, per valutare l’opportunità della stessa, e, solo in caso di effettiva volontà si procedere con atto pubblico notarile debitamente trascritto nei Registri Immobiliari.

Si può revocare la rinuncia all’azione di riduzione?

No, una volta rinunciata l’azione di riduzione non è possibile tornare indietro, e ciò per tutelare la circolazione dei beni oggetto dell’eredità relitta. Se così non fosse, in qualsiasi momento, il legittimario leso o pretermesso, che cambiasse idea, potrebbe porre in pericolo le alienazioni effettuate medio tempore dai beneficiari delle disposizioni lesive o delle donazioni effettuate in vita dal de cuius.

Rinuncia all’azione di riduzione e rinuncia di eredità sono la stessa cosa?

No, sono istituti radicalmente diversi, in quanto la rinuncia di eredità attiene al diritto di accettare l’eredità relitta, mentre l’azione di riduzione è un’azione a tutela del legittimario che, pur chiamato nell’eredità, sia stato leso nell’aspetto quantitativo dei suoi diritti, perché, ad esempio, il testatore ha attribuito a questi una quota inferiore a quella prevista dalla Legge. La rinuncia di eredità, poi, può essere revocata fino a quando il chiamato in subordine non abbia accettato. La rinuncia all’azione di riduzione, d’altro canto, può essere effettuata, anche dal chiamato, accettante, che abbia avuto dal defunto, meno di quanto la Legge riserva.

È possibile incappare “involontariamente” nella rinuncia tacita all’azione di riduzione?

Mentre la rinuncia di eredità, a differenza dell’accettazione, non può avvenire tacitamente, e, quindi, nessuno, inconsapevolmente può rinunciare all’eredità nella quale sia stato chiamato in forza di Legge o di un testamento, è possibile che un comportamento concludente del legittimario leso o pretermesso gli possa precludere l’esercizio in giudizio dell’azione di riduzione. È necessario quindi, qualora i propri diritti siano stati lesi, attenersi a un comportamento stragiudiziale particolarmente accorto. Non è sufficiente, tuttavia, un qualsiasi comportamento per aversi rinuncia tacita all’azione di riduzione, ma, per comportare la rinuncia il comportamento, come sancito dalla la giurisprudenza di legittimità[1], deve sostanziarsi manifestazione inequivoca, ovvero chiara e precisa, di volontà da parte del legittimario leso.

Cosa si intende per comportamento “inequivoco”?

È comportamento inequivoco il comportamento dell’erede incompatibile con la volontà di agire nei confronti dei beneficiari delle disposizioni lesive per ridurre le stesse, e, pertanto, ad esempio, l’accettazione di un legato in sostituzione di legittima ai sensi dell’art. 551 c.c. anche per facta concludentia, effettuato dal legittimario, impedisce l’esercizio dell’azione di riduzione. La volontà di eseguire le disposizioni testamentarie lesive, da parte dell’erede leso, inoltre, comporta rinunzia tacita all’azione di riduzione, e così ad esempio è il comportamento con cui il legittimario immette volontariamente nel possesso, il beneficiario della disposizione lesiva.
Diversamente, una mera tolleranza, temporanea, all’utilizzo dei beni oggetto della disposizione lesiva, già nella disponibilità del beneficio, non comporta rinunzia tacita all’azione di riduzione, né tantomeno, sembrerebbe, a parere di chi scrive, comportare rinuncia tacita la vendita di un bene ereditario, attribuito al legittimario leso, se la lesione si è materializzata in favore di altri legittimari: l’accettazione tacita di eredità, infatti, va distinta dalla rinunzia all’azione di riduzione tacita, in quanto la prima comporta l’impossibilità di dismettere la chiamata ereditaria, mentre, la seconda non presuppone come condizione indifferibile l’accettazione di eredità con beneficio di inventario.

La vendita di un bene ereditario, comporta, quindi rinunzia tacita all’azione di riduzione oltre all’accettazione tacita di eredità?

A parere di chi scrive, essa comporta rinuncia all’azione di riduzione, solo se la disposizione lesiva è effettuata a favore di non coerede. Giacché, infatti, l’art. 564 c.c., prevede come condizione dell’esercizio dell’azione di riduzione nei confronti del terzo non coerede, l’accettazione di eredità beneficiata, la vendita di un bene ereditario, comportando l’accettazione tacita, preclude al legittimario leso l’esercizio dell’azione di riduzione verso il terzo non coerede.

[1]Cass. Civ. Sez. II, 5 gennaio 2018 n. 168

La fotocopia di testamento olografo

Nell’ambito della mia attività professionale mi è stato chiesto, più volte, di pubblicare la fotocopia di un testamento olografo da parte di potenziali eredi di un defunto. Si pensi al caso in cui il testatore in vita abbia consegnato – ai soggetti interessati – una o più fotocopie del documento; in tali casi può accadere che all’apertura della successione il testamento originale sia irreperibile, specie quando gli eredi legittimi, danneggiati dal testamento, hanno accesso alle carte del de cuius. Con questo articolo scopriremo le implicazioni tecniche di tale fattispecie.

fotocopia testamento olografo

È possibile pubblicare la fotocopia di un testamento olografo?

La risposta è negativa. Il notaio potrà pubblicare solo quei documenti riconducibili alla nozione di testamento, indipendentemente da loro eventuali vizi, formali o sostanziali che siano: la pubblicazione del testamento olografo è quel procedimento atto a garantire la conservazione e la pubblicità della scheda testamentaria mediante la sua allegazione a un atto pubblico di un notaio, avente la forma di un verbale. Detta pubblicazione dà luogo alla sola eseguibilità del testamento, senza incidere sulla validità (o invalidità) della scheda.

La fotocopia di un testamento può valere come documento ufficiale?

Essendo la fotocopia priva delle caratteristiche del negozio mortis causa, non potrà essere allegata in sostituzione del documento originale: potrà, al più, essere utilizzata dal soggetto interessato per provare giudizialmente l’esistenza del testamento.

Se non si trova l’originale di un testamento? Presunzione di revoca da parte del testatore

In aggiunta a quanto sopra, è bene precisare, altresì, che il mancato ritrovamento del documento originale fa conseguire una presunzione che il testatore abbia voluto revocare il testamento. Tale presunzione può essere superata soltanto dando prova in giudizio che vi sia stata una distruzione incolpevole del testamento prima della morte del testatore. Il testatore, infatti, ha l’onere di conservare l’originale del testamento e di rendere conseguentemente possibile la sua esecuzione dopo la sua morte.

I rischi del testamento olografo

Il testamento olografo ha pari validità di un testamento pubblico ma, a differenza di quest’ultimo, porta con sé maggiori rischi a carico dei potenziali eredi: ciò è conseguenza del fatto che, spesso, il testamento olografo è scritto da persone prive di conoscenze giuridiche. Inoltre, il testatore può scrivere le sue ultime volontà su un foglio di carta qualunque, non essendo prevista alcuna forma di conservazione obbligatoria. Il combinato disposto della potenziale ignoranza giuridica del testatore e l’assenza di conservazione possono causare gravi conseguenze sulla sorte dei beni ereditari. Infine, l’assenza di una forma legale di conservazione, può comportare rischi di smarrimento, alterazione da parte di terzi o il furto del documento.

Come rendere sicuro un testamento olografo

Tutti i rischi sopra descritti, derivanti dalla forma olografa del testamento, possono essere superati facendo ricorso al deposito della scheda testamentaria presso un notaio: tale deposito può essere fiduciario o formale. Il notaio, a costi modesti, può conservare fiduciariamente la scheda testamentaria fornendo anche la consulenza per la sua redazione. Tuttavia, il deposito fiduciario, non offre data certa e pone delle criticità in caso di morte del notaio o di suo pensionamento; si noti come, per questi motivi, anche il deposito fiduciario non è privo di insidie.
È bene optare, quindi, per il deposito formale presso il notaio: questo riceverà il testamento, previa redazione di un verbale notarile in forma pubblica, ove si darà atto che, una determinata persona in una determinata data, ha consegnato al notaio rogante la scheda testamentaria. In questo modo il testamento olografo non verrà smarrito, alterato o rubato e in caso di pensionamento/morte del notaio verrà affidato all’archivio notarile competente per territorio che ne curerà la pubblicazione alla morte del testatore.

Quanto costa aprire una successione?

La successione non ha un costo fisso poiché varia a seconda del valore del patrimonio e del rapporto che legava il successore al defunto (coniuge, figlio, parente, amico, ecc). 
Le principali imposte di successione che gli eredi sono chiamati a versare sono:

  1. imposta di successione;
  2. imposta di trascrizione;
  3. imposta catastale.


costo successione

L’imposta di successione si calcola sulla base imponibile che è data dal valore complessivo di tutti i beni e di tutti i diritti del defunto sottratti i debiti e gli oneri deducibili (esempio: i costi per le spese funerarie fino a 1.023,91 euro e per le spese mediche documentate sostenute dai successori negli ultimi sei mesi per la cura del defunto).
 L’imposta ipotecaria, come quella catastale, viene calcolata solo sul valore degli immobili.

Ci sono anche casi in cui le imposte succitate non sono dovute, come nel caso in cui:

  • il beneficiario vi rinunci a mezzo di apposita dichiarazione ricevuta da un notaio ovvero dal cancelliere del Tribunale nel cui circondario si è aperta la successione. La rinunzia sarà iscritta in un apposito registro;
  • nel caso in cui a succedere siano il coniuge e/o i parenti in linea retta o nel caso in cui l’attivo ereditario non superi i 100.000,00 euro e non vi siano nel patrimonio del defunto beni immobili o diritti reali sugli immobili.

 In altri casi, invece, la dichiarazione di successione non deve neanche essere presentata, come nel caso in cui i successori ereditino soltanto beni mobili e il valore complessivo di essi sia inferiore alla franchigia prevista secondo il tipo di rapporto parentale.

Quando non si pagano le imposte di trascrizione e catastale?

Non ha nessun costo in termini di imposta ipotecaria e catastale la successione senza beni immobili in quanto l’imposta di trascrizione e quella catastale sono dovute al fisco solo se nella successione ricadono beni immobili: la prima è pari al 2%, la seconda all’1% del valore che i beni immobili avevano alla morte. Si precisa che per i beni muniti di rendita è possibile pagare tali imposte sulla base del valore catastale. Dette imposte sono dovute invece in misura fissa (200 euro ciascuna), se il successore può usufruire della cosiddetta agevolazione prima casa.

Costo successione: chi paga le spese funebri?

Le spese funebri sono un debito che ricade sul patrimonio ereditario e, di conseguenza, sugli eredi. Le spese funebri competono agli eredi, ciascuno in proporzione alla propria quota di eredità.
 Nella pratica, però, succede quasi sempre che un chiamato all’eredità anticipi la spesa del funerale e della sepoltura, spesa che poi provvederà a ripartire con tutti gli altri eredi: egli ha quindi diritto a essere rimborsato da coloro i quali accetteranno l’eredità secondo le rispettive quote. La divisione delle spese funebri avviene secondo le rispettive quote di eredità e non per quote uguali. 

La legge prevede inoltre la possibilità di scaricare dalle tasse le spese funebri: l’importo massimo su cui calcolare la detrazione è di 1.550 euro per ciascun decesso (detrazione massima pari a 294 euro), anche se la spesa è ripartita in più anni.