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La tutela dei creditori ereditari

La tutela dei creditori ereditari: cosa cambia tra l’accettazione con beneficio d’inventario e la separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede?

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L’accettazione con beneficio di inventario

Ai sensi dell’articolo 490, c.c., è una dichiarazione resa – tramite atto pubblico – a mezzo della quale l’erede dichiara di accettare l’eredità con beneficio in modo da evitare la confusione del suo patrimonio con quello del de cuius; se non optasse per tale scelta, l’accettazione pura e semplice, comporterebbe la confusione del patrimonio dell’erede con quello del defunto, ottenendo così un singolo e unico patrimonio.
 La confusione dei patrimoni non è sempre la scelta migliore, ecco perché, qualora nel patrimonio del de cuius le passività superino le attività, l’erede sarà comunque tenuto a onorarle. In virtù di questa – non così remota – eventualità, risulta conveniente effettuare l’accettazione con beneficio di inventario in modo da non dover rispondere, con il proprio patrimonio, per i debiti che erano del defunto.


Quali sono i soggetti che devono accettare obbligatoriamente con beneficio d’inventario?

In alcuni casi determinate dalla legge, l’accettazione beneficiata non è una facoltà, bensì un obbligo: in particolare, quando si ha a che fare con:

  1. i minori o gli interdetti (Art. 471, c.c.);
  2. i minori emancipati o gli inabilitati (Art. 472, c.c.);
  3. le persone giuridiche, le associazioni, fondazioni e gli enti non riconosciuti a eccezione delle società commerciali (Art. 473, c.c.).

In tutti gli altri casi, non rientranti nelle 3 ipotesi di cui sopra, l’accettazione beneficiata è facoltativa.

Le conseguenze di un’accettazione beneficiata

L’erede conserva – verso l’eredità – tutti i diritti e tutti gli obblighi che aveva verso il defunto, tranne quelli estinti per effetto della morte; in questo modo l’erede soddisferà tutti i crediti che vantava nei confronti del de cuius, ma non sarà tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni a lui pervenuti facendo così ricadere tutte le passività – che in potenza potrebbero gravare sull’eredità – solo sull’attivo dell’asse, senza andare a intaccare il suo personale patrimonio.
 Così facendo, i creditori dell’eredità, nonché i legatari, saranno preferiti rispetto ai creditori personali dell’erede, poiché avranno modo di soddisfarsi per primi sul patrimonio ereditario.

I termini

L’erede che accetta l’eredità con beneficio di inventario può trovarsi o meno nel possesso dei beni ereditari, in tal caso:

  • se l’erede è nel possesso dei beni ereditari, è chiamato a inventariare i beni entro 3 mesi dal giorno dell’apertura della successione ovvero della notizia della devoluta eredità. 
Se non procede con l’inventario entro il termine di cui sopra, si considera “erede puro e semplice” perdendo così tutti i benefici che un’accettazione beneficiata comporta. Si giunge alla medesima situazione qualora, una volta compiuto l’inventario, entro quaranta giorni dal compimento dello stesso, l’erede non dichiara se accetta o rinuncia all’eredità;
  • se l’erede non è nel possesso dei beni ereditari, può fare la dichiarazione di accettazione con beneficio fino al momento in cui tale diritto non si prescrive.

L’inventario consiste in una mera operazione contabile, necessaria per definire il quantum dell’attivo e del passivo ereditario; una volta determinato si procede a soddisfare i creditori del de cuius e i legatari e, per tutto quanto non soddisfatto, l’erede non sarà responsabile, mentre i creditori potranno ancora agire in regresso contro i legatari per le somme loro ancora dovute.

In definitiva, tramite l’accettazione succitata, l’erede eviterà le conseguenze di un’eredità ricca di debiti, che lo costringerebbero a onorarli utilizzando anche il suo patrimonio personale a seguito di confusione patrimoniale. 
Ciò potrebbe accadere per il caso in cui il patrimonio dell’erede sia in positivo, mentre quello del de cuius in negativo: ma potrebbe anche verificarsi l’opposto. Qualora si verificasse una situazione di questo tipo (di un erede con molti debiti), si creerebbero non pochi danni alle pretese creditorie dei creditori dell’eredità nonché dei legatari del de cuius in quanto, a seguito della mancata accettazione con beneficio, i creditori dell’eredità concorreranno con i creditori personali dell’erede. 
Dal momento che nessuna norma può obbligare l’erede ad accettare con beneficio d’inventario, l’unica strada a disposizione dei creditori e dei legatari dell’eredità sarà la richiesta di separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede, evitando così la confusione patrimoniale.

La separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede

I creditori e i legatari del de cuius acquistano un titolo di preferenza sui beni di quest’ultimo rispetto ai creditori personali dell’erede. È chiaro che questo tipo di separazione produce effetti diversi da quanto riportato poco prima: lo scopo è preferire il creditore separatista rispetto ai creditori personali dell’erede. Detta separazione permette ai creditori e ai legatari – che l’hanno esercitata – di soddisfarsi anche sui beni propri dell’erede, cosa che sarebbe stata impossibile se vi fosse stata la confusione dei patrimoni.

La ratio dell’istituto trova il suo fondamento nel generale diritto di garanzia che la legge collega al credito: l’interesse dei creditori del de cuius non può essere pregiudicato dalla morte del suo debitore, che dava sufficiente fiducia di solvibilità, tanto da non far pretendere garanzia specifica sui suoi beni. Anche l’Art. 512, c.c., inoltre, afferma che la separazione assicura il soddisfacimento, con i beni del defunto, dei creditori di lui e dei legatari che l’hanno esercitata, a preferenza dei creditori personali dell’erede.

Il beneficio che si può trarre dalla separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede, giova direttamente ai creditori ereditari e ai legatari, sicché opera anche nel caso in cui l’accettante con il beneficio vi rinunzi (art. 490) o ne decada (art. 505). Ed è proprio per questo motivo che può esservi interesse a fare la separazione dei beni anche nel caso in cui l’erede abbia accettato con beneficio di inventario (art. 490, 2° comma, n. 3).

In conclusione, l’accettazione beneficiata tutela l’erede dall’eredità passiva, mentre la separazione dei beni tutela i creditori dell’eredità dal passivo dell’erede; sono due strumenti che hanno funzioni analoghe in situazioni diametralmente opposte.

La vendita di beni ereditari e la competenza notarile

All’interno del novero degli atti notarili richiesti al Notaio rientra certamente la vendita dei beni ereditari, per cui, ogniqualvolta l’eredità sia stata accettata con beneficio di inventario, il Notaio è legittimato a presentare, su richiesta della parte interessata, il ricorso di volontaria giurisdizione volto a ottenere l’autorizzazione alla vendita dei beni stessi.

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Il Notaio è obbligato a presentare il ricorso?

No. L’attività svolta dal Notaio in questo caso è un’attività connessa al profilo privatistico della sua funzione e quindi alla figura di libero professionista ancorché pubblico ufficiale. La competenza in ordine al ricorso di volontaria giurisdizione è infatti concorrente con quella dell’avvocato, e, anche la stessa parte può presentarlo in proprio, nei casi previsti dalla Legge. Tuttavia, qualora il Notaio sia incaricato di procedere a questo adempimento preliminare, trattandosi di attività pur connessa anche se non obbligatoria, è dovuto il relativo compenso previsto dalla Legge.

Ogni Notaio è competente per la presentazione relativa a qualsiasi atto di vendita di beni ereditari?

No. Il Notaio è competente alla presentazione dei ricorsi in tema di volontaria giurisdizione solo con riferimento ai ricorsi connessi in modo immediato e diretto agli atti da lui stipulandi. Pertanto il Notaio avrà competenza solo qualora sia stato incarico di procedere anche alla stipula di un atto per il quale è necessaria l’autorizzazione giudiziale alla vendita, e quindi, trattandosi di vendita di beni immobili o mobili oggetto di eredità accettata con beneficio di inventario ai sensi di Legge. Non sarà – quindi – competente, alla presentazione del ricorso afferente un atto notarile da stipularsi presso altro Notaio, pur tuttavia il Pubblico Ufficiale incaricato della stipula è competente a presentare ricorsi presso qualunque autorità giudiziaria, senza che ciò di per sé violi il principio di territorialità connesso alla competenza notarile, che a oggi è, salvo rare eccezioni, connesso al territorio regionale.

Cosa succede se un bene viene alienato senza autorizzazione giudiziale?

Qualora un bene venga alienato in assenza di autorizzazione, l’erede decadrà dal beneficio di inventario, ai sensi dell’art. 493 c.c., e così anche se sottopone a pegno o ipoteca beni ereditari, o transige relativamente a questi beni senza l’autorizzazione Giudiziaria e senza osservare le forme prescritte dagli artt. 747 e 748 c.p.c.

L’autorizzazione a vendere beni ereditari è sempre necessaria?

No, l’autorizzazione non è sempre necessaria, e in particolare non va chiesta quando l’erede è pienamente capace di agire ed è intenzionato a decadere dal beneficio di inventario, e ciò accade quando non voglia continuare a far propri gli effetti tipici del beneficio, qual’è, ad esempio, la separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede. Non è altresì necessaria l’autorizzazione giudiziale quando l’erede compia un atto di ordinaria amministrazione (ovvero un atto non dispositivo dei beni ereditari). Tale atto, se compiuto in pregiudizio delle ragioni creditorie può dar luogo, al limite, a responsabilità dell’erede beneficiato, ai sensi dell’art. 491, ma non alla decadenza dal beneficio: l’erede, infatti, ha l’onere di buona amministrazione dell’asse ereditario e risponderà comunque solo nei casi di colpa grave. Tale responsabilità determina il solo obbligo di risarcire il danno provocato ai creditori ereditari.

Quali sono gli atti di straordinaria amministrazione per i quali è necessaria l’autorizzazione giudiziale alla vendita?

Gli atti di straordinaria amministrazione sono individuati sulla base del c.d. “criterio normativo” e, quindi, sono da ricomprendere all’interno di tale categoria gli atti per i quali l’ordinamento richiede l’autorizzazione giudiziale: si farà riferimento quindi agli articoli 320, 374 e 375 c.c.. Ugualmente sono da considerarsi atti di straordinaria amministrazione tutti quegli atti che producono effetti analoghi a quelli indicati da questi articoli. Criterio residuale per individuare la straordinarietà dell’atto, e quindi per capire quando occorra l’autorizzazione giudiziale, è la natura dell’atto in relazione agli effetti prodotti: pertanto sarà necessaria l’autorizzazione giudiziale quando l’atto da compiere incide sul capitale e, pertanto, modifica la consistenza patrimoniale del soggetto che lo deve compiere.

Come si fa a individuare il giudice competente al rilascio dell’autorizzazione?

Naturalmente sarà il Notaio a individuare il giudice competente per il rilascio dell’autorizzazione. Ad ogni modo, il criterio discretivo, risiede nella natura ereditaria, o meno, del bene da cedere. Infatti, la competenza spetterà al giudice delle successioni ex art. 747 c.p.c. allorquando la fase ereditaria non sia ancora conclusa, mentre invece, la competenza ad autorizzare la vendita spetterà al giudice degli incapaci, sulla base delle singole disposizioni, qualora la fase ereditaria sia conclusa, e il bene definitivamente acquisito al patrimonio dell’erede.

Quando è da intendersi conclusa la fase ereditaria e quindi i beni definitivamente acquisiti al patrimonio dell’erede?

Per quanto concerne i beni mobili, essi si intendono definitivamente acquisiti al patrimonio dell’erede trascorsi cinque anni dall’accettazione beneficiata, e, pertanto, decorso tale termine non sarà necessaria alcuna autorizzazione alla vendita. Relativamente ai beni immobili, se i creditori vengono liquidati per tramite della liquidazione concorsuale, essi si intendono definitivamente acquisiti al patrimonio dell’erede decorsi tre anni dal momento in cui lo stato di graduazione dell’eredità beneficiata è divenuto definitivo, mentre nel caso di liquidazione c.d. “alla spicciolata”, i beni rimangono ereditari, e come tali abbisognano di autorizzazione per la vendita, fino al decorso del termine di dieci anni dall’apertura della successione.

Il patto di famiglia

Il patto di famiglia è un istituto introdotto dal Legislatore con L. 14 febbraio 2006, n. 55, con cui si mira a facilitare l’imprenditore nel passaggio generazionale dell’impresa; lo scopo è quello di rendere stabile, davanti a eventuali future contestazioni all’apertura della successione, il trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni all’interno di società di persone e/o di capitali.

patto di famiglia

Chi sono i soggetti coinvolti nel patto di famiglia?

La Legge concede l’utilizzo dell’istituto a soggetti ben qualificati; le parti sono necessariamente: l’imprenditore, uno o più discendenti (figli o nipoti) e i soggetti che la Legge considera legittimari (ovvero, ai sensi dell’art. 536 c.c., gli ascendenti, la moglie e i figli a cui non viene trasferita l’attività imprenditoriale). Tutti i soggetti di cui sopra, al fine di rendere stabile il negozio, sono chiamati a parteciparvi.

Il patto di famiglia è una donazione?

L’art. 768-bis del Codice Civile parla genericamente di trasferimento dell’attività imprenditoriale. La genericità di tale norma ha fatto sì che la dottrina si sia divisa in tre tesi diverse. Secondo parte della dottrina, il patto di famiglia costituirebbe una donazione e, più precisamente, una donazione modale. Il motivo per cui si è giunti a tale interpretazione è dovuto al fatto che manca nel complesso delle norme relative all’istituto ogni riferimento a un corrispettivo, dall’esclusione alla collazione e all’azione di riduzione dell’oggetto del patto di famiglia. Detto istituto, inoltre, prevede all’art. 768-quater l’obbligo – considerato onere legale – da parte del beneficiario del trasferimento, di liquidare i diritti successori dei soggetti legittimari dell’imprenditore che trasferisce l’attività produttiva.

Una seconda tesi, formulata da altra dottrina, ritiene che il patto abbia una natura di divisione, operando lo stesso un’estromissione dell’attività produttiva dalla futura successione. Infine, una terza tesi, lo ritiene un nuovo contratto tipizzato dal Legislatore che si pone a metà strada tra la donazione e la successione. Questo contratto complesso racchiude in sé un negozio avente natura liberale – il trasferimento dell’attività produttiva – nonché un negozio a causa solutoria, quindi onerosa, consistente nella liquidazione dei diritti successori dei legittimari non beneficiari.

Il patto di famiglia deve essere stipulato per atto notarile?

Ai sensi dell’art. 768-ter c.c., deve essere stipulato per atto pubblico e quindi a mezzo di un Notaio, a pena di nullità.

È necessaria la partecipazione di tutti i legittimari?

Ai sensi dell’art. 768-quater c.c., la legge prescrive che all’atto notarile devono partecipare anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione dell’imprenditore. Tale norma utilizza la parola “devono” e ciò ha destato più di una perplessità tra i primi commentatori della norma. Secondo una tesi restrittiva, il Notaio non potrebbe stipulare un patto di famiglia a cui non partecipino tutti i legittimari non assegnatari dell’azienda o della partecipazione societaria. Secondo una tesi più liberale, invece, è possibile stipulare il patto di famiglia, anche in mancanza di uno o più legittimari, e nel patrimonio del legittimario non presente nascerebbe così un diritto di credito; tale credito, però, potrebbe variare nel caso in cui il legittimario non presente contestasse il valore attribuito dall’imprenditore e dal beneficiario all’attività produttiva.

Serve una perizia?

La perizia in cui un tecnico valuti il valore dell’azienda o della partecipazione societaria può essere utile, ma non è necessaria; il valore dell’attività produttiva trasferita è decisa di concerto con tutti i soggetti che la legge ritiene necessari per la stipulazione.

Chi deve liquidare i diritti di legittima dei legittimari non assegnatari?

L’art. 768-quater c.c. pone la liquidazione dei diritti dei legittimari in capo al beneficiario del patto di famiglia. Ciò non toglie che di detta liquidazione possa farsene carico il c.d. disponente (quindi l’imprenditore). In quest’ultimo caso, però, ciò che viene liquidato dall’imprenditore deve necessariamente considerarsi adempimento del terzo e, a seconda del caso specifico, detta liquidazione configura un mutuo o una donazione a seconda che vi sia, da parte del beneficiario del patto di famiglia, un obbligo di restituzione o meno al disponente di quanto liquidato. In ogni caso è possibile che l’obbligo di liquidazione venga meno qualora gli altri legittimari vi rinuncino.

Cosa succede se vengono a esistere nuovi legittimari dell’imprenditore?

Nel caso in cui sopravvengano nuovi legittimari, il legislatore all’art. 768-sexies c.c. ha previsto che il patto di famiglia rimanga stabile e valido ma, il beneficiario del trasferimento, avrà l’obbligo di liquidare i legittimari sopravvenuti secondo la quota di loro spettanza.

Quali sono i vantaggi del patto di famiglia rispetto alla donazione?

Prima di tutto il patto di famiglia è un accordo che coinvolge l’intero ambito familiare consegnando al negozio una stabilità definitiva che la donazione non può assicurare, essendo questa sempre opponibile e soggetta al rischio dell’azione di riduzione. 
È doveroso ricordare, infatti, che il patto di famiglia introduce un’importante deroga al principio dei patti successori, i quali vietano ogni patto che abbia a oggetto una successione non ancora apertasi. Inoltre, sempre in funzione di rendere il negozio stabile nel tempo e, quindi, garantire la continuità della gestione imprenditoriale da parte del soggetto prescelto dall’imprenditore, è espressamente disciplinato che i beni trasferiti al beneficiario siano espressamente esclusi dall’obbligo di collazione e dall’esercizio dell’azione di riduzione.

Il patto di famiglia è un negozio definitivo?

La ratio del complesso delle norme è quello di rendere il negozio del patto di famiglia definitivo e duraturo nel tempo. Ciò non toglie che l’imprenditore possa riservarsi il controllo del bene trasferito mediante la riserva di usufrutto oppure prevedendo la facoltà di esercitare unilateralmente il diritto di recesso. Come ogni negozio nascente dal consenso di più parti, l’art. 768-septies c.c. prevede che gli intervenuti nel patto di famiglia possano sciogliere – con un nuovo negozio – gli effetti prodotti dal patto.

Il testamento pubblico

Cos’è il testamento pubblico?

Il testamento pubblico è l’atto con cui il testatore manifesta al notaio le sue ultime volontà, le quali vengono ridotte per iscritto – con forme solenni – dall’ufficiale rogante, alla presenza dei testimoni.

testamento pubblico

I vantaggi del testamento pubblico

È un atto che può essere fatto anche da coloro che non sono in grado di scrivere poiché la materiale attività di stesura è operata dal notaio. Si consideri inoltre l’indubbio vantaggio che tale sistema offre in quanto, senza – ovviamente – poter suggerire il contenuto delle disposizioni, il notaio compie un’approfondita analisi circa l’effettiva volontà del disponente e della ricevibilità delle sue volontà, fungendo quindi da guida tecnica alla parte; in tal modo l’atto finale sarà privo di vizi.

La forma del testamento pubblico: perché è un documento inattaccabile? 

Il testamento pubblico è regolato da precise norme presenti sia nel codice civile che nella legge notarile, le quali prevedono una serie di stringenti requisiti formali atti a conferire solennità e garanzia in merito alle disposizioni in esso contenute. Il fatto che tale atto sia scritto dal notaio e venga ricevuto dallo stesso alla presenza di due testimoni, è sinonimo di certezza. La figura del Pubblico Ufficiale, infatti, consente di accertare scrupolosamente la volontà del testatore e di conferire alle di lui richieste valenza di legale tramite l’atto pubblico. I testimoni, infine, hanno il compito – a mezzo della loro presenza in atto – di garantire che quanto riportato in atto sia quanto voluto dal testatore. Questa procedura consente di riportare per iscritto la volontà del testatore garantendo allo stesso la massima tranquillità e solennità.

La volontà del testatore e le disposizioni nel testamento pubblico

La volontà del testatore è sostanzialmente libera poiché può decidere di inserire sia disposizioni di carattere patrimoniale sia di carattere non patrimoniale. Le prime sono le più frequenti, poiché hanno lo scopo di attuare la ripartizione dei beni ereditari verso uno o più beneficiari (siano essi istituiti a titolo di erede o di legatario). Le seconde, invece, parzialmente disciplinate dal codice, possono constare in disposizioni prive di valore giuridico ma solo morale, che acquistano solennità in virtù della sede in cui vengono espresse e riguardano, per esempio, la designazione del tutore del minore da parte del testatore-genitore; oppure la nomina della figura dell’esecutore testamentario.
Altre ancora possono essere disposizioni morali ossia espressioni con cui il testatore lascia scritte delle raccomandazioni ai suoi eredi o con cui chiede perdono per azioni commesse in passato.

I vizi del testamento pubblico

Il testamento pubblico è nullo per vizio di forma, ossia quando mancano i requisiti fondamentali (presenza del notaio; dei testimoni; eventuale presenza dell’interprete nel caso in cui il testatore non si possa esprimere in modo comprensibile essendo privo, per esempio dell’udito; accertamento della sua idoneità e giuramento dello stesso; dichiarazioni di volontà rilasciato davanti al notaio ed alla costante presenza dei testimoni; redazione per iscritto da parte del notaio con eventuale menzione del fatto che il testatore è impossibilitato a sottoscrivere; lettura alla presenza del testatore e ai testimoni più eventualmente all’interprete da parte del notaio; menzioni delle formalità compiute, luogo, data ed orario di chiusura del testamento, sottoscrizione da parte del testatore, dei testi, dell’eventuale interprete, e del notaio) ovvero ogni qualvolta manchi la redazione per iscritto, da parte del notaio, delle dichiarazioni del testatore o la sottoscrizione del testatore, dei testi e/o del notaio.

I diritti dei legittimari nel testamento pubblico

I legittimari sono le persone a favore delle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti a prescindere da qualsivoglia altra disposizione del de cuius; tali soggetti sono il coniuge, i figli (a cui sono equiparati gli adotti) e gli ascendenti. La quota di questi soggetti non può essere lesa ed è ammesso quindi il rimedio dell’impugnabilità delle disposizioni testamentarie. Anche in questo caso, il ruolo di adeguamento del notaio è fondamentale poiché, grazie al suo intervento, è possibile evitare che si addivenga a tale procedura.

La giurisprudenza sul testamento pubblico

La Cassazione civile sez. II, sentenza n.1649 del 2017, ha stabilito che nel testamento pubblico, le operazioni atte al ricevimento delle disposizioni testamentarie nonché quelle relative alla confezione della scheda sono idealmente distinte ed è quindi possibile svolgere queste azioni in due momenti temporalmente distinti; è quindi ammesso che il notaio possa provvedere a redigere la scheda testamentaria prima dell’atto ma in questo caso è condizione necessaria che il rogante, ai fini della validità, prima di dare lettura della scheda stessa, faccia manifestare nuovamente al testatore la sua volontà alla presenza dei testimoni.

Quanto alle azioni di annullabilità e nullità la Cassazione civile sez. sentenza n. 2489/2019 ha affermato che l’attore titolare della legittimazione e che intende esercitare tali azioni, è chiamato a dimostrare la sussistenza di un interesse concreto nonché proprio ad agire; in virtù di ciò, l’azione non è proponibile in mancanza della prova, da parte dello stesso, della necessità di ricorrere al giudice per evitare una lesione attuale del proprio diritto e conseguente danno.

Oltre al testamento pubblico ricordiamo che esistono anche il testamento olografo e il testamento segreto.

La successione legittima

La successione legittima, disciplinata nel Titolo II del Libro II del Codice Civile (articoli da 565 a 586), opera quando alla morte di una determinata persona non vi sia un testamento e così l’eredità si devolve per legge in favore del coniuge, dei figli e dei parenti fino al sesto grado e, in mancanza di questi, in favore dello Stato.

La successione legittima opera anche quando sussista un testamento, ma questo viene dichiarato nullo o è stato annullato, oppure ancora quando il testamento non contiene disposizioni patrimoniali o ha a oggetto solo una parte del patrimonio ereditario; in quest’ultima ipotesi la successione legittima viene anche detta residuale, perché concorre con la successione testamentaria.

successione legittima

Quali sono i presupposti?

Secondo la dottrina, in senso lato la successione legittima è quella successione che trova il suo fondamento nella legge e in senso stretto è quella successione che trova attuazione tutte le volte in cui manca in tutto o in parte un testamento. Indi, i presupposti per l’operare della successione legittima sono fondamentalmente due:

  • la mancanza in tutto o in parte di un testamento (oppure il suo annullamento o la dichiarazione di sua nullità);
  • la presenza di un valido titolo per succedere.

Chi sono i soggetti successibili?

Ai sensi dell’art. 565 Codice Civile, nella successione legittima l’eredità si devolve al coniuge, ai discendenti legittimi (figli), agli ascendenti legittimi (genitori), ai collaterali (fratelli e sorelle), agli altri parenti fino al sesto grado e allo Stato. L’eredità si devolve in favore di tali soggetti nell’ordine e secondo le regole stabilite nel Titolo II del Libro II del Codice Civile e principio cardine su cui si basa la devoluzione ereditaria è quello secondo cui il grado di parentela più prossimo al defunto esclude i gradi successivi.

Il coniuge

Il nostro legislatore suddivide la figura del successibile coniuge in quattro categorie: quello legato da valido vincolo matrimoniale; quello putativo; quello separato, con o senza addebito; e quello divorziato.

Il coniuge legato da valido vincolo matrimoniale al momento della morte dell’altro coniuge, ha diritto a una quota ereditaria piena: in suo favore si devolve l’intero patrimonio ereditario se non esistono figli, ascendenti o collaterali, 1/2 del patrimonio se concorre con un figlio, 1/3 del patrimonio se concorre con più figli e 2/3 del patrimonio se concorre con altri parenti; in ogni caso, gli spettano sempre anche i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni, ai sensi dell’art. 540, comma 2, Codice Civile. Per putativo, invece, si intende il coniuge che in buona fede ha creduto che il matrimonio col defunto fosse valido, ma che, dopo la morte dell’altro coniuge, scopre che il vincolo matrimoniale invece non era valido; in tale ipotesi e sempre che provi la sua buona fede, il coniuge putativo ha gli stessi diritti ereditari del coniuge legato da valido vincolo matrimoniale.

Per quanto riguarda il coniuge separato, bisogna fare una distinzione. Se il coniuge è separato senza addebito, viene equiparato al coniuge legato da valido vincolo matrimoniale. Se, invece, è separato con addebito, ha diritto unicamente a un assegno periodico e solo se, al momento della morte dell’altro coniuge, godeva degli alimenti in base all’art. 548 Codice Civile. Tale assegno ha una doppia natura: successoria, cioè è posto a carico del defunto ed è commisurato al valore delle sostanze ereditarie; alimentare, perché può essere attribuito solo se si godeva degli alimenti al momento dell’apertura della successione.

Infine, in merito al coniuge divorziato, una volta che interviene la sentenza di divorzio, il vincolo matrimoniale viene meno (scioglimento o cessazione degli effetti civili) e non si è più coniugi. Tuttavia, se il coniuge divorziato superstite, al momento della morte dell’altro coniuge divorziato, godeva degli alimenti, gli spetta la corresponsione di un assegno di mantenimento: anche questo assegno ha natura sia successoria, sia alimentare; viene posto dal Tribunale a carico dell’eredità se il coniuge superstite prova di trovarsi in stato di bisogno al momento di apertura della successione.

I figli

Come per il coniuge, anche la figura del successibile figlio deve essere distinta in più categorie. Anzitutto, sottolineiamo che, per effetto della Riforma della Filiazione ex Legge n. 219/2012, non vi è più differenza fra figli naturali e figli legittimi, con equiparazione dei primi ai secondi.

Al figlio legittimo spetta: l’intero patrimonio se non vi sono altri soggetti successibili; 1/2 del patrimonio se concorre con il coniuge; 1/3 del patrimonio se concorre con il coniuge e un altro figlio; se vi sono più di due figli che concorrono con il coniuge, a loro spetta 2/3 del patrimonio da dividersi in parti uguali.

Vi è poi da analizzare la categoria del figlio adottivo, facendo ulteriori distinzioni: l’adottato minorenne acquista a tutti gli effetti lo status di figlio legittimo dell’adottante con tutti i relativi diritti successori di cui sopra e perde tutti i diritti successori nei confronti della sua famiglia di origine; l’adottato maggiorenne succede unicamente all’adottante e non anche ai parenti di questo e continua a succedere anche ai componenti della sua famiglia di origine (l’adottante, invece, non può succedere all’adottato maggiore di età); e l’adottato in casi particolari (artt. 44 e segg. Legge su Adozione e Affidamento n. 184/1983) che è equiparato all’adottato di maggiore di età.

Infine, vi è la figura del figlio incestuoso, cioè colui che non è stato riconosciuto, ma che, potenzialmente, è un erede legittimo (e legittimario). Infatti, è possibile procedere con il suo riconoscimento giudiziale: il figlio riconosciuto giudizialmente è equiparato al figlio legittimo; al figlio non riconosciuto giudizialmente spettano solo i diritti di cui all’art. 580 Codice Civile.

Gli altri parenti

Se una persona muore senza lasciare coniuge, figli o loro discendenti, gli succedono il padre e la madre in quote uguali fra loro o l’unico genitore superstite. Se non vi sono nemmeno i genitori al momento di apertura della successione, succedono per una metà dell’asse ereditario gli ascendenti paterni e per l’altra metà gli ascendenti materni. A colui che, invece, muore senza lasciare nessuno dei su indicati soggetti, succedono i fratelli e le sorelle in parti uguali. Per quanto concerne fratelli e sorelle è necessario fare un distinguo: i fratelli o sorelle unilaterali, cioè che hanno in comune con il defunto uno dei genitori, possono conseguire solo la metà della quota ereditaria spettante a fratelli o sorelle germani, cioè che hanno in comune col defunto entrambi i genitori.

Se, infine, una persona muore senza lasciare coniuge, né prole, né genitori, né altri ascendenti, né fratelli o sorelle o loro discendenti, l’eredità viene devoluta in favore del parente o dei parenti più prossimi sino, massimo, al sesto grado.

Lo Stato

Il nostro legislatore si è anche occupato dell’ipotesi in cui una persona muore senza lasciare alcun erede, cioè nessuno dei suddetti soggetti sino al sesto grado di parentela. In mancanza di successibili, pertanto, l’eredità viene devoluta in favore dello Stato e tale successione presenta tre peculiarità:

  • l’acquisto da parte dello Stato opera di diritto, cioè senza bisogno di alcuna forma di accettazione dell’eredità;
  • non è ammissibile la rinuncia all’eredità;
  • lo Stato non risponde dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni in cui è succeduto.

L’unito civilmente

La L. 20 maggio 2016, n. 76 ha introdotto nel nostro ordinamento giuridico la disciplina sulle unioni civili e le convivenze di fatto. A livello successorio, il comma 21 dell’art. 1 della suddetta legge estende agli uniti civilmente parte della disciplina sulle successioni nella famiglia, di cui al libro II del Codice Civile. L’unito civilmente, pertanto, è erede a cui spettano i medesimi diritti successori previsti per il coniuge, nel caso di morte del partner dell’unione civile.

Il convivente di fatto

A differenza dell’unito civilmente, al convivente di fatto (in coppie sia eterosessuali, che omosessuali) non spetta alcun diritto successorio e quindi non è erede; in caso di morte del partner, pertanto, il convivente potrà concorrere alla successione solo se vi sia un testamento e questo disponga anche in suo favore.

Anche se il convivente di fatto non è erede per la legge, gli vengono accordati alcuni specifici diritti, quali in particolare:

  • in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza, il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni; ove in tale casa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni (comma 42, art. 1);
  • in caso di morte del conduttore di un contratto di locazione della casa di comune residenza, il convivente di fatto ha facoltà di succedergli nel contratto (comma 44, art. 1).

Va precisato che alla situazione di debolezza del convivente di fatto superstite, le parti possono porre rimedio con l’attribuzione di ulteriori diritti (ad esempio di comproprietà della casa di comune residenza o di godimento della stessa), all’interno di un contratto di convivenza.

Cos’é la successione necessaria e chi sono gli eredi legittimari?

Oltre alla successione testamentaria e a quella legittima in esame, il Codice Civile prevede la c.d. successione necessaria (articoli da 536 a 564). La successione necessaria fornisce tutela a determinati soggetti, a prescindere anche da una diversa e/o contraria volontà del defunto. Gli eredi tutelati da questa forma di devoluzione ereditaria sono definitivi legittimari, i quali, all’apertura della successione, hanno diritto per legge a una quota di eredità a prescindere da quanti e quali siano gli altri successibili e anche in deroga a quanto eventualmente e diversamente previsto dal defunto nel suo testamento.

La successione necessaria opera:

  • quando si apre la successione testamentaria e il testatore ha leso le ragioni dei legittimari attraverso disposizioni testamentarie;
  • quando si apre la successione legittima e il defunto ha leso le ragioni dei legittimari con precedenti donazioni in vita.

Categorie di legittimari sono: il coniuge (e quindi anche l’unito civilmente); i figli; e gli ascendenti unicamente quando non vi sono figli.

Al coniuge (o unito civilmente) spetta necessariamente: 1/2 del patrimonio ereditario se non concorre con altri eredi; 1/3 del patrimonio se concorre con un figlio; 1/4 del patrimonio se concorre con due o più figli; 1/2 del patrimonio se concorre con altri parenti.

Il figlio deve necessariamente ereditare: 1/2 del patrimonio se non concorre con altri; 2/3 del patrimonio se vi sono due o più figli, da dividersi in quote uguali fra loro e se questi non concorrono con altri; 1/3 del patrimonio se concorre con il coniuge (o l’unito civilmente); 1/3 del patrimonio se due o più figli concorrono con il coniuge (o l’unito civilmente), da dividersi in quote uguali fra loro.

Agli ascendenti, che acquistano la qualifica di legittimari solo in caso di assenza di figli, invece spetta necessariamente: 1/3 del patrimonio se non concorrono con altri; 1/4 del patrimonio se concorrono con il coniuge (o l’unito civilmente).

Cosa comporta la rinuncia all’eredità?

La rinuncia all’eredità (articoli da 519 a 527 Codice Civile) da parte di un chiamato all’eredità comporta che questo soggetto, dopo aver effettuato la dichiarazione di rinunzia, viene considerato come se non fosse mai stato chiamato a succedere. Per quando riguarda il rapporto con la successione legittima, la parte di eredità di colui che vi rinunzia va ad accrescere le quote ereditarie degli altri chiamati all’eredità che concorrono con il rinunziante, salvo il diritto di rappresentazione (art. 467 Codice Civile) e quanto disposto dall’ultimo comma dell’art. 571 Codice Civile.

Schema riepilogativo

Schema quote di successione legittima

Eredità digitale: la successione nei rapporti e nei file digitali

Sempre di più, nell’era digitale, a fianco dei beni fisici i soggetti formano rapporti giuridici informatici, ovvero digitali. Questi beni, nonché rapporti giuridici, acquistano sempre più rilevanza data anche la loro elevata redditualità. La dottrina ha coniato per questi beni e rapporti digitali il nome di “diritti digitali” i quali, come ogni diritto disponibile, possono essere oggetto di trasferimento mortis causa.

eredità digitale

Una disciplina dell’eredità digitale nazionale unitaria non esiste e, spesso, la legge applicabile è quella di uno Stato estero. Pertanto, descrivere una disciplina unitaria della trasmissione mortis causa di beni e rapporti digitale è compito arduo. Non dissimilmente dai diritti, per così dire materiali, una volta rintracciata la natura giuridica dei diritti digitali, essi possono essere trasmessi trasferendo la proprietà oppure onerando un soggetto di porre in essere un determinato comportamento, finalizzato alla successione di un determinato diritto digitale.

A che cosa ci si riferisce quando si parla di eredità digitale?

L’eredità digitale comprende beni e rapporti di natura eterogenea. All’interno di questa espressione possiamo ricomprendere tre macro-categorie di beni:

  • i beni materiali che nascono come digitali;
  • i social network e le piattaforme digitali;
  • le password o chiavi crittografiche.

Come si trasmettono i beni materiali digitali

Le opere dell’ingegno o dell’arte, quindi progetti, opere o lettere, conservate all’interno di chiavi di archiviazioni fisiche o digitali costituiscono beni materiali che nascono digitali. La trasmissione mortis causa di questa categoria di beni non differisce da qualunque altro bene materiale. Nella sostanza, differiscono dal bene materiale solo per il supporto sul quale sono conservati, che non è più la carta, ma è un foglio digitale. Il testatore ha diverse facoltà:

  • trasmettere il diritto di proprietà del supporto di archiviazione fisico all’interno del quale vengono stoccati i contenuti digitali;
  • trasmettere il diritto di proprietà del file informatico;
  • legare il diritto di sfruttare economicamente le opere dell’ingegno che si trovino scritte all’interno di uno o più file, in conformità di quanto prescritto dal Testo unico in materia di Diritto d’Autore.

È opportuno precisare che questi beni devono essere di proprietà del testatore, e non devono essere beni di cui egli aveva la disponibilità in vita, pur essendo di proprietà altrui, ad esempio del datore di lavoro.

È possibile trasmettere i profili dei propri social network o di altre piattaforme, anche di gioco online?

Giuridicamente i profili che utilizziamo su Facebook, Instagram, Snapchat, Pinterest, YouTube, Twitch, TikTok, Twitter, LinkedIn, al pari del profilo Google o Apple ID, non sono sempre assoggettati alla legge nazionale del testatore. Molto spesso, questi social network sono assoggettati alla legge del Common Law. Inoltre, nella maggior parte nei social network, l’utilizzatore non è proprietario del proprio profilo, ma ne è un semplice gestore. Quindi, la persona fisica ha contrattualmente la possibilità di utilizzare e gestire la propria pagina, potendo creare, modificare, cancellare contenuti e perfino cancellare lo stesso profilo. Spesso, nelle policy delle piattaforme si specifica poi che, quanto immesso nel portale, volenti o nolenti, diventa di proprietà del provider. In questo caso, il testatore non può trasferire la proprietà del profilo, non essendone il proprietario bensì un semplice utilizzatore.

Tuttavia, il testatore potrebbe legare il rapporto giuridico che il medesimo ha con il provider che mette a disposizione la piattaforma. Questo accade anche per le piattaforme di gioco online. Molto in voga in questi anni sono i c.d. casinò online o simili, caratterizzati per lo scambio di denaro tra utilizzatore e provider, ma un tale scambio avviene anche su altre piattaforme, come YouTube o Twitch. In questo caso, l’addebito e accredito delle somme avviene periodicamente su conto corrente oppure su carta di credito. Quindi, la successione del denaro non dovrebbe mai essere un problema, potendo il testatore legare il diritto di proprietà di una somma di denaro. Se vorrà legare una somma di denaro guadagnata o vinta a mezzo di una piattaforma online dovrà necessariamente identificare la somma. In questo caso, il testatore mette in relazione la somma a un avvenimento, al fine di quantificare l’ammontare della somma legata. Ad esempio, il testatore potrebbe legare la somma che ha vinto in una determinata partita, senza doverla quantificare al momento, dato che essa è quantificata in base a una relatio.
Se, invece, la piattaforma utilizza il sistema del credito, il testatore potrà legare al beneficiario prescelto tutto o parte del credito vantato.

Come è possibile trasmettere le password a mezzo del testamento?

La dottrina notarile si è espressa soprattutto su questo argomento. Il regime di circolazione delle password dipende dalla tipologia di queste. Queste si possono dividere in due gruppi.

Il primo gruppo di password, che permette l’accesso a risorse online, secondo la dottrina può essere trasmesso solo qualora il testatore possa anche trasmettere il relativo rapporto contrattuale protetto. Quindi, è possibile trasmettere le password di un determinato social network o di portali online di gioco solo se è permesso dalle condizioni di utilizzo. Vi sono casi particolari però in cui le password, pur se trasmesse, nei modi di cui infra, non legittimano il successore a disporre del bene protetto. È il caso delle credenziali dell’home banking o della firma digitale del professionista.

Le password del secondo gruppo, che permettono l’accesso a risorse fisiche, sono invece normalmente trasmissibili, salvo che la trasmissione di queste non comporti un illecito. Quindi, il testatore potrà enunciare al beneficiario le credenziali di accesso a un apposito hardware solo se all’interno si trovino unicamente diritti digitali di sua proprietà.

Al fine di mantenere la segretezza e la riservatezza dei dati trasmissibili, il testatore si può avvalere di persona di sua fiducia che conservi le credenziali a lui date in deposito affinché, nel momento specificato all’interno del testamento, mediante ad esempio un mandato post mortem, abbia a consegnarle al beneficiario del diritto digitale trasmesso.