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Il testamento come strumento di divisione del patrimonio

successione notarileIl combinato disposto degli articoli 733 e 734 c.c. prevede due forme di partecipazione del testatore alle operazioni divisionali del suo patrimonio per il tempo in cui avrà cessato di vivere. La prima, c.d. assegno divisionale semplice,  ricorre allorquando alla scheda testamentaria siano affidate disposizioni con le quali il testatore intende “orientare” la futura divisione, da farsi ad opera di un erede o di un terzo. La seconda possibilità, c.d. assegno divisionale qualificato, si ha quando il testamento ha al suo interno un regolamento negoziale completo ed autosufficiente, che avrà efficacia reale al momento dell’apertura della successione.

Cosa vuol dire divisione del patrimonio da parte del testatore?

Attraverso il riconoscimento al testatore del potere di realizzare un regolamento divisionale completo ed organico, mediante il testamento, si determina un sensibile ampliamento dei margini operativi riservati all’autonomia del testatore. In tali casi la volontà testamentaria non si esaurisce nella sola individuazione degli eredi e della quota a loro spettante del patrimonio ereditario, bensì è possibile determinare il contenuto qualitativo della quota stessa, ossia attribuire particolari beni a determinati eredi.

Il testatore può far scegliere i beni da assegnare ad un terzo soggetto?

Si, il testatore può, sia rimettere le operazioni divisionali sia ad un terzo soggetto, che ad uno degli eredi stessi [1], purché la stima dei beni non venga effettuata da un erede o da un legatario. Quindi il terzo che predisporrà il progetto divisionale dovrà sentire, ai sensi dell’art. 706 c.c. gli eredi prima di procedere con la redazione del progetto stesso. Una volta completato il progetto sarà vincolante per gli eredi, eccezion fatta per i casi in cui esso sia contrario alla volontà del testatore, in quanto contrario espressa in un altro testamento o si riveli iniquo.

Il testatore ha predisposto un progetto divisionale con cui l’erede non è d’accordo.Cosa si può fare?

Quando la divisione effettuata dal testatore non ha efficacia reale e quindi non vi è attribuzione diretta di beni, ma solo efficacia obbligatoria, e, quindi il testatore si è limitato a predisporre un progetto divisionale, l’erede che sia destinatario di un’assegnazione manifestamente iniqua può ricorrere all’autorità giudiziaria al fine di far annullare il progetto divisionale. In tutti gli altri casi il progetto divisionale è vincolante.

La manifesta iniquità non riguarda le porzioni spettanti per Legge a ciascun erede, da intendersi come porzioni riservate dalla Legge ai legittimari sul patrimonio generale (questo limite è insito nel primo comma della norma), ma riguarda l’iniquità qualitativa delle porzioni, ovvero l’attribuzione di determinati beni da cui le porzioni sono composte. Naturalmente la prova di tale iniquità, nel giudizio di merito, sarà particolarmente complessa, in quanto l’erede dovrà dimostrare che i beni lui attribuiti, pur avendo un valore economico congruo non siano funzionalmente inidonei a perseguire l’intento divisorio[2].

Il testatore può impedire ai suoi eredi di procedere con la divisione del patrimonio?

Si, ma tale divieto ha un’efficacia limitata. Ai sensi dell’art. 713 c.c. il testatore può impedire che i coeredi procedano alla divisione prima dello scadere del termine di cinque anni dall’apertura della successione, o, in caso di minori chiamati all’eredità, non prima del compimento del diciannovesimo anno di età dell’ultimo nato.

Il testatore può disporre di tutte le proprie sostanze per testamento?

Si, il regolamento divisionale operato dal testatore è in grado di operare con efficacia reale immediata, quindi sin dall’apertura della successione, e,  la divisione testamentaria non può essere limitata alla sola porzione disponibile del patrimonio lasciato dal defunto. Il disposto normativo in oggetto va quindi interpretato nel senso che il testatore, nell’ambito del programma divisionale, può comporre come meglio crede la quota riservata ai legittimari.

Il testatore può disporre anche solo di alcuni beni per testamento?

Si, in questo caso ricorre il caso di divisione oggettivamente parziale nel caso in cui, essendo avvenuta una compiuta istituzione di erede l’apporzionamento non abbia coinvolto l’intero asse ereditario. In tal caso, con riguardo ai beni non compresi nel regolamento divisionale di fonte testamentaria si instaurerà una comunione ereditaria, che potrà essere sciolta a seguito di divisione contrattuale.

L’ammissibilità di una divisione oggettivamente parziale rende l’istituto in oggetto estremamente versatile, in grado di rispondere a diversi interessi del testatore. Questi potrà, infatti, affidare al riparto testamentario la distribuzione quei cespiti in ordine ai quali teme possano sorgere liti tra coeredi, lasciando poi che la distribuzione delle restanti sostanze avvenga in sede contrattuale.

Il testatore nella divisione non ha compreso uno dei legittimari. La divisione è valida?

In linea di principio la divisione non è valida in quanto, ai sensi dell’art. 735 c.c., la divisione nella quale il testatore non abbia compreso qualcuno dei legittimari è nulla. Hanno diritto alla quota di legittima i figli del testatore ed il coniuge, e, in mancanza dei figli, anche gli ascendenti. E’ inoltre nulla la divisione fatta dal testatore dove lo stesso abbia istituito uno degli eredi ma abbia omesso di lasciare all’erede istituito dei beni.

Tuttavia tale preterizione va intesa in senso sostanziale, quindi, la divisione è valida quando il testatore divida solo parte dei propri beni tra taluni eredi, lasciando tuttavia beni sufficienti all’apporzionamento dei coeredi non considerati nel programma divisionale.

Pertanto, se un erede legittimario non è contemplato nella divisione, ma al momento della morte del testatore vi sono beni sufficienti per coprire anche la sua quota, la divisione conserva la sua validità.

Il testatore può obbligare uno degli eredi a corrispondere ad un altro delle somme in denaro per parificare le quote attribuite?

Nell’ambito del progetto divisionale la dottrina maggioritaria riconosce al testatore, quando tra gli eredi non siano ricompresi i legittimari, ampia facoltà di comporre le quote dei coeredi con denaro non ereditario, alla cui corresponsione sia tenuto taluno dei condividenti.

L’utilizzo del conguaglio (e, più in generale, di denaro non compreso nell’asse ereditario) in sede di divisione testamentaria, è di regola funzionale, e, a volte essenziale nel perseguimento del programma divisionale stesso. In argomento, giova rilevare come la funzione distributiva sia più ampia e complessa di quella meramente attributiva, comprendendo essa «non solo l’attribuzione di beni del proprio patrimonio ma anche il compimento di operazioni diverse che ottengano comunque il risultato di attribuire concreti valori proporzionali a quello della quota, come appunto la disposizione dei conguagli». Quando invece siano ricompresi tra gli eredi i legittimari, dottrina e giurisprudenza prevalenti ammettono il conguaglio con denaro proprio degli eredi solo  laddove il conguaglio risponda ad obiettive esigenze del regolamento divisionale[3].

Quali azioni sono previste a tutela del legittimario?

Come visto sopra, la divisione del testatore ove sia stato totalmente pretermesso un erede legittimario o l’erede istituito non sia stato contemplato nella divisione stessa è da considerarsi nulla e, pertanto, l’erede quando pretermesso totalmente può agire in giudizio chiedendo  la nullità della divisione operata dal testatore per preterizione del legittimario solo agendo pregiudizialmente a mezzo dell’azione di riduzione, e pertanto in questo caso dovrà agire entro 10 anni dall’apertura della successione.

Mentre, quanto viceversa l’erede sia stato istituito, ma non gli siano stati assegnati beni, e non vi siano beni sufficienti nel patrimonio del de cuius per coprire la quota lui spettante, potrà direttamente agire a mezzo dell’azione di nullità, come tale imprescrittibile ai sensi dell’art. 1422 c.c.

È opportuno procedere alla divisione del proprio patrimonio mediante testamento pubblico?

Si. Per quanto il testamento olografo sia forma sufficiente al fine di dar seguito alla volontà del testatore, al fine di evitare di incappare in ipotesi di nullità della divisione, o di predisporre un regolamento divisionale iniquo, è opportuna l’assistenza di un Notaio, oltre che, una perizia dei beni oggetto del proprio patrimonio, da parte di professionista estimatore.

La consulenza notarile è inoltre fondamentale per gli aspetti successivi alla pubblicazione del testamento, al fine di poter redigere in modo preciso ed attento la relativa dichiarazione di successione, oltre che al fine di poter dare adeguato corso ad ogni ulteriore pratica inerente il testamento oggetto di pubblicazione.

[1]In tal senso Cassazione civile sez. II dell”8 agosto 1990

[2]Il giudizio di merito è volto ad “accertare se, sotto l’apparente eguaglianza di trattamento, non siano manifestati i segni del favoritismo o quelli di inique disparità”. In tal senso  App. Milano 21 aprile 1953, Foro Padano, 1953, I, 500.

[3]In tal senso Cass. 23 marzo 1992, n. 3599, in Giust. civ. Mass., 1992, 3, secondo cui «Per il principio dell’intangibilità della quota di legittima i diritti del legittimario vanno soddisfatti con beni o denaro provenienti dall’asse ereditario; pertanto la divisione in cui il testatore disponga che la ragioni ereditarie di un riservatario siano soddisfatte dagli eredi tra cui è diviso l’asse ereditario, con la corresponsione di una somma di denaro non compresa nel relictum, è affetta da nullità, che può essere fatta valere dal legittimario pretermesso con l’azione di nullità di cui al comma 1 dell’art. 735 c.c., contestualmente all’azione di riduzione»

Si può vendere un’eredità?

atto notarileLa vendita di eredità è un contratto consensuale, bilaterale e a prestazioni corrispettive, a carattere non personale.

E’ necessario l’intervento del Notaio?

E’ necessario l’intervento del notaio ogniqualvolta all’interno dell’eredità vi siano beni immobili. L’atto notarile è funzionale alla trascrizione dell’atto di vendita nei Registri Immobiliari, al fine di rendere opponibile l’acquisto nei confronti dei terzi.

Qual è l’oggetto della vendita di eredità?

L’oggetto del contratto si riferisce a tutti i beni facenti parte dell’asse ereditario anche se non conosciuti dall’erede venditore e si estende a tutti i rapporti attivi e passivi facenti parte dell’eredità.

Vi sono dei beni che non possono essere ceduti a mezzo di una vendita di eredità?

Sono esclusi dal contratto i diritti di carattere strettamente personale (es. diritti alimentari, diritti di uso ed abitazione, proprietà di carte e foto di famiglia, il diritto alla sepoltura nella tomba di famiglia ecc..) e i diritti acquistati dall’erede iure proprio (esempio la reversibilità della pensione o l’indennità percepita in base ad un’assicurazione sulla vita).

Cosa succede se nell’asse ereditario vi sono meno beni rispetto a quelli previsti?

La vendita di eredità è un contratto a carattere aleatorio e quindi chi acquista la quota ereditaria assume su di sé il rischio che all’interno dell’asse i beni possano essere di valore inferiore rispetto a quello previsto al momento della contrattazione. L’aleatorietà consiste proprio nell’incertezza obiettiva del contenuto dell’eredità dedotta in contratto. Dello stesso avviso è la giurisprudenza che ritene inapplicabile il rimedio della rescissione previsto dagli articoli 1447 e ss. Cod. Civ.

Cosa succede se nell’asse ereditario vi sono maggiori beni rispetto a quelli indicati nel contratto?

Il contratto di vendita di eredità consente all’acquirente di far propri tutti i beni che si dovessero rinvenire anche successivamente all’interno dell’asse ereditario, nonché ogni ulteriore incremento, come nel caso dei canoni di locazione percepiti in relazioni a beni immobili di proprietà del defunto.

Che differenza c’è tra una divisione ereditaria ed una vendita di eredità?

Attraverso il contratto di vendita di eredità, uno dei coeredi cede la propria quota ereditaria ad un altro coerede o ad un terzo, i quali, successivamente, ove riuscissero a trovare un accordo con gli altri eredi del defunto potranno stipulare con atto notarile un contratto di divisione, al fine di assegnare a ciascun coerede quanto gli spetta in fatto ed in diritto sull’asse ereditario del defunto. Sebbene l’acquisto di una quota di un coerede produca come effetto indiretto l’uscita di uno dei soggetti dalla comunione ereditaria, non si può dire che ciò porti a qualificare il negozio come divisione ereditaria (qualifica riservata, secondo la dottrina tradizionale, al solo negozio che ha per effetto diretto e immediato quello di sciogliere una comunione).

Quali garanzie devono essere rilasciata dall’erede venditore?

Il venditore è tenuto a garantire solamente la propria qualità di erede ai sensi dell’art. 1542 c.c., tuttavia è buona norma che il compratore provveda a garantire per i vizi e l’evizione degli eventuali immobili oggetto dell’eredità stessa di cui il medesimo è a conoscenza. Tale garanzia aggiuntiva è opportuna per non far patire al compratore eventuali rivalse da parte di terzi soggetti sui beni formanti l’attivo ereditario.

Con la vendita di eredità vengono trasferiti anche i debiti del defunto?

La responsabilità per i debiti ereditari si trasferisce al compratore come effetto natura della vendita, ed il compratore, una volta acquistata la quota ereditaria è tenuto a rimborsare il venditore di quanto questi abbia pagato in dipendenza dei debiti ereditari. Il compratore dovrà pagare i creditori ereditari senza poter opporre a questi, il beneficio della preventiva escussione, quindi ogni patto tra compratore e venditore ha effetto solo nei rapporti interni e non può essere fatto valere nei confronti dei creditori.

E’ previsto un diritto di prelazione in capo agli altri eredi nel caso di vendita di quota ereditaria?

Si, in quanto il fondamento dell’art. 732 cod. civ, in tema di prelazione ereditaria, risiede non tanto nella esigenza di salvaguardare le prerogative degli altri condividenti dall’ingresso di estranei nella comunione, ma piuttosto nell’interesse di garantire, nell’ottica del principio del favor divisionis, la concentrazione della comunione in un numero più ridotto di soggetti al fine di rendere più agevoli le successive operazioni divisionali. Il coerede che intende alienare la propria quota, deve preferire per Legge gli eredi all’estraneo nel caso di alienazione della propria quota ereditaria, e, in difetto di una regolare proposta il coerede che intenda esercitare il riscatto può farlo finché dura lo stato di comunione ereditaria: l’acquisto del terzo in questo caso non è un acquisto sicuro.

Qual è il termine per esercitare il diritto di prelazione, nel caso di regolare notifica?

Ai sensi dell’art. 732 cod. civ il coerede che intenda esercitare il diritto di prelazione riconosciuto dalla Legge, deve farlo entro 60 giorni, scaduti i quali, il coerede che intende vendere potrà cedere liberamente la propria quota.

Nel caso di vendita di quota su un singolo bene ereditario, vi è comunque il diritto di prelazione?

No, nel caso di vendita di una quota su un bene, non spetta al coerede il diritto di prelazione, e, pertanto la quota su un singolo bene ereditario, purché non sia l’unico nel patrimonio del defunto, può essere liberamente venduta.

E’ possibile esercitare il diritto di prelazione (c.d. Retratto) solo per alcuni beni oggetto dell’eredità?

Non è consentito il c.d. “retratto parziale”, quindi il coerede che intenda esercitare il proprio diritto di prelazione ereditaria su un singolo bene, a seguito della notifica ricevuta dall’erede alienante, dovrà valutare la convenienza se esercitare il diritto di prelazione per l’intera quota ereditaria, (comprendente eventualmente anche altri beni) e, per il prezzo indicato nella relativa notifica di alienazione.

Quanto può costare l’acquisto di un’eredità?

Non è possibile dare un ordine di grandezza per quanto riguarda il costo di un ipotetico atto di vendita di eredità, in quanto la tassazione del negozio, quanto alle imposte di registro, ipotecarie e catastali  dipende dall’oggetto della vendita stessa (diritti reali immobiliari, crediti e beni immobili), oltre  che dal prezzo di cessione. Sarà sempre opportuno, soprattutto allorquando venga esercitato il diritto di prelazione ereditaria a mezzo del c.d. Retratto, consultare il proprio Notaio di fiducia al fine di valutare le conseguenze, anche fiscali, per quanto riguarda le imposte indirette, connesse all’atto di acquisto.

La pubblicazione del testamento olografo

successione notarileLa pubblicazione del testamento olografo è una modalità prevista dall’ordinamento per dare esecuzione alle volontà del defunto dopo la sua morte.

È necessario l’intervento del Notaio?

Si. La competenza del Notaio in tema di pubblicazione del testamento olografo è esclusiva.

È obbligatorio pubblicare il testamento olografo del defunto?

La legge dispone: “chiunque è in possesso di un testamento olografo deve presentarlo ad un Notaio per la pubblicazione”, tuttavia, qualora vi sia un accordo tra tutti i coeredi, da redigersi a pena di nullità per atto scritto se nella successioni siano compresi dei beni immobili, è possibile convenire la non pubblicazione del testamento.

Il Notaio è obbligato a pubblicare il testamento nel caso in cui gli venga presentato il testamento olografo?

No, in assenza di una specifica richiesta, il Notaio non è tenuto a pubblicare il testamento olografo di una persona defunta, pur se da questi conservato fiduciariamente. L’unico dovere che grava sul Notaio è quello di avvisare dell’esistenza del testamento coloro che ritiene possano avere interesse alla sua pubblicazione.

È necessario che tutti gli eredi siano presenti alla pubblicazione del testamento?

No. Ai fini della pubblicazione del testamento olografo è sufficiente la presenza anche di un solo richiedente, persona anche terza, rispetto ai chiamati all’eredità del defunto. Sarà necessaria la presenza degli eredi, solo ai fini dell’accettazione di eredità, che può avvenire sia contestualmente, sia in un momento successivo alla pubblicazione.

È valido il testamento privo di data?

Il testamento privo di data è annullabile, ma può essere convalidato, come previsto nel caso di disposizione testamentaria nulla dall’art. 590 cod. civ.

È valido il testamento scritto da terzi e firmato dal testatore?

La teoria preferibile ritiene che il testamento non scritto integralmente di mano del testatore sia nullo. E’ comunque possibile dare espressa conferma ed esecuzione al testamento scritto da terzi, anche con mezzi meccanici e firmato dal defunto. All’atto di conferma devono partecipare tutti i soggetti che beneficerebbero della chiamata ereditaria nel caso il testamento non esistesse.

È compito del Notaio valutare la validità del testamento?

La valutazione sulla validità o meno del documento come testamento olografo è di competenza esclusiva dell’Autorità Giudiziaria.

È ammissibile la conferma del testamento reso oralmente dal defunto?

La problematica è molto dibattuta in dottrina e in giurisprudenza e sembra prevalere la tesi negativa. La Cassazione che ha ritenuto possibile la conferma del testamento orale ha affermato che gli interessati devono dichiarare espressamente che il defunto abbia espresso le sua volontà, in modo ripetuto e dettagliato. Resta inteso che gli interessati dovranno anche dichiarare di voler confermare le volontà del defunto.

Non trovo l’originale del testamento, vorrei pubblicare la fotocopia, è possibile?

Si; secondo parte della dottrina è possibile pubblicare la fotocopia del testamento olografo smarrito o distrutto da parte di terzi. A seguito della stipula dell’atto notarile è necessario rivolgersi all’Autorità Giudiziaria per dare inizio a un procedimento sommario volto alla ricostruzione della volontà testamentaria, anche tramite testimoni.

Che documenti sono necessari per la pubblicazione del testamento olografo?

Per poter pubblicare il testamento è necessario presentare al Notaio la scheda testamentaria in originale e l’estratto per riassunto dell’atto di morte del defunto (da confondere con il certificato di morte). Detto estratto si richiede o nel comune del luogo di decesso o nel comune di ultima residenza. La scheda testamentaria e l’estratto per riassunto dell’atto di morte vengono allegati in originale all’atto del notaio.

Quali sono i costi per la pubblicazione del testamento olografo?

La pubblicazione del testamento olografo paga in sede di registrazione dell’atto un imposta di bollo di euro 45 e un’imposta di registro pari ad euro 200,00. Gli oneri fiscali sono maggiori se oltre alla pubblicazione del testamento l’atto contiene anche ulteriori dichiarazioni come, ad esempio, un’accettazione espressa dell’eredità o la rinuncia alla stessa. Sono dovuti anche degli oneri,  di poche decine di euro, per l’iscrizione nel Registro Generali dei Testamenti da farsi a cura del notaio presso l’Archivio Notarile di competenza. E’ dovuto, infine, l’onorario al notaio che viene deciso dal professionista interessato.

D.A.T., disposizioni anticipate di inizio trattamento

atto notarileLa Fonte Normativa

La legge 22 dicembre 2017 n. 219  con decorrenza 1° gennaio 2018 ha istituito una Banca Dati delle Disposizioni anticipate di Trattamento (c.d. D.A.T.), presso il Ministero della Salute. Detta Banca Dati accentrata sarà finalizzata a consentire il facile reperimento da parte del medico curante delle volontà terapeutiche del paziente, in modo da consentire l’esecuzione delle stesse. Esse sono le dichiarazioni rese in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, con cui si possono esprimere le proprie volontà, a seguito di adeguata informazione del medico curante in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti.

Le Disposizioni anticipate di Trattamento sono revocabili?

Si, come per il testamento, di cui una delle caratteristiche fondamentali è appunto la revocabilità, ai sensi dell’art. 1, comma 5, della L. 219/2017 ogni persona ha “il diritto di revocare in qualsiasi momento, con le stesse forme di cui al  comma 4  il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l’interruzione del trattamento”. Oltre a ciò, è sempre possibile, in forma orale e nell’imminenza del trattamento terapeutico, qualora vi fosse la necessità di esprimere un diverso consenso rispetto a quello precedentemente reso, comunicare al proprio medico curante le proprie disposizioni, a seguito di un consenso informato.

Una persona interdetta o inabilitata può esprimere il proprio consenso in relazione alle D.A.T.?

Una persona interdetta non può esprimere il proprio consenso in relazione alle D.A.T., analogamente a quanto previsto dall’art. 591, comma 2, n. 2, c.c., secondo cui l’interdetto non ha la capacità per disporre con testamento. Il consenso in questo caso verrà prestato, ai sensi dell’art. 3, comma, 3 della Legge, dal tutore, sentito, ove possibile l’interdetto medesimo. L’inabilitato invece, può esprimere il proprio consenso in relazione al trattamento per quanto riguarda le D.A.T., con l’aiuto del proprio curatore. Quanto al beneficiario di amministrazione di sostegno, la sua capacità in ordine alla D.A.T. Va valutata tenuto presente il grado di incapacità e il contenuto del decreto di nomina del Giudice Tutelare che ha disposto l’apertura della procedura di volontaria giurisdizione.

Il minore di età può sottoscrivere le D.A.T?

Anche in questo caso, analogamente alla norma in tema di capacità di testare, il minore non può esprimere il proprio consenso tramite D.A.T., ma ai sensi dell’art. 3, comma, 2 della Legge, i genitori o il tutore, possono esprimere il consenso tenuto presente la volontà del minore, la sua età ed il suo grado di maturità.

I malati affetti da patologia invalidante possono esprimere il loro consenso?

Certo. Nel caso di difficoltà di comunicazione è possibile, sfruttando le tutele già previste dalla Legge Notarile, che la volontà della persona affetta da minorità possa essere espressa non solo a mezzo di interprete ma anche  attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare (ad esempio un sintetizzatore vocale).

Il medico è vincolato dalle D.A.T.?

Il medico curante è tenuto al rispetto delle D.A.T salvo che non si tratti di disposizioni palesemente incongrue, anche tenuto conto delle condizioni attuali del paziente, o sussistano al momento dell’incapacità terapie mediche non prevedibile all’atto della sottoscrizione delle disposizioni anticipate di trattamento.

Posso nominare una persona che decida per me?

Quando si ritenga di non poter esprimere un consenso sufficientemente dettagliato già ora per il momento del futuro bisogna è possibile nominare un fiduciario, purché sia persona maggiorenne e capace di agire, ovvero una persona che ai sensi dell’art. 5, comma 4 della predetta Legge, esprima il consenso ai fini della pianificazione condivisa delle cure. L’accettazione del fiduciario deve avvenire in forma scritta, e non vi è un limite temporale per l’accettazione.

La forma delle D.A.T.

A norma dell’art. 4, comma 6, le DAT devono essere redatte (salvo che in casi di urgenza) alternativamente per atto pubblico o per scrittura privata autenticata. Le D.A.T possono essere redatte anche per scrittura privata consegnata personalmente dal disponente presso l’ufficio dello stato civile del comune di residenza ed il Comune provvederà all’annotazione in apposito registro, ove istituito.

È necessario l’intervento del Notaio?

La competenza del Notaio in tema di ricezione delle disposizioni anticipate di trattamento (o più comunemente testamento biologico) è concorrente con quella dell’Ufficiale di Stato Civile del Comune di residenza. Tuttavia l’attività del Notaio, per il suo peculiare ed esclusivo ruolo in materia di pianificazione successoria, è quanto mai opportuna al fine di valutare in maniera precisa le esigenze del cittadino. Le D.A.T ricevute dal Notaio sono esenti dall’obbligo di registrazione, nonché dall’imposta di bollo e da ogni altra tassa ai sensi dell’art. 4, comma, 6, della predetta Legge, e, se redatte per scrittura privata autenticata, possono essere rilasciate in originale, anche se prudenzialmente, essendo l’elencazione dell’art. 70 Legge Notarile da intendersi come tassativa, se ne consiglia la tenuta a raccolta. Il costo della sottoscrizione delle D.A.T. Davanti al Notaio può variare a seconda della tipologia di consulenza prestata, e dall’approfondimento della tematica trattata, anche tenuto presente gli eventuali profili successori.

Che documenti servono per esprimere le D.A.T.?

E’ opportuno, sebbene non obbligatorio, consegnare al Notaio la dichiarazione del medico curante di aver informato adeguatamente il paziente circa i trattamenti sanitari eseguibili in caso di malattia degenerativa od invalidante, affinché il Notaio possa accertarsi che il cittadini esprima un consenso informa.

Perché è necessario trascrivere l’accettazione tacita di eredità?

ereditàPerché è necessario trascrivere l’accettazione tacita di eredità?

Chiunque desideri vendere un immobile di cui sia entrato in possesso per successione, se non ha mai accettato espressamente l’eredità, deve trascrivere l’accettazione tacita dell’eredità per garantire al suo acquirente che il suo acquisto non possa mai essere messo in discussione.

Cos’è l’accettazione dell’eredità?

Secondo il nostro sistema legislativo, il chiamato all’eredità, in forza di legge e/o testamento, per definirsi erede e quindi ottenere i beni ereditari deve accettare l’eredità. L’accettazione dell’eredità può essere fatta:

  • espressamente, quando il chiamato con un atto formale dichiara di accettare una determinata eredità;
  • tacitamente, quando il chiamato all’eredità compie un atto che fa presupporre, senza incertezze, la sua volontà di accettare e che non avrebbe comunque potuto compiere se non avesse assunto la qualità di erede.

L’eredità si acquista automaticamente, invece, quando il chiamato all’eredità si trova nel possesso dei beni ereditari e non fa eseguire l’inventario entro tre mesi dalla morte oppure quando sottrae o nasconde beni dell’eredità. 

Perché il notaio è tenuto a trascrivere l’accettazione tacita dell’eredità?

Quando si stipuli un atto di compravendita che abbia per oggetto immobili (terreni o fabbricati) che provengano da una successione, il notaio è tenuto a trascrivere l’accettazione tacita di eredità, salvo il caso in cui l’acquisto ereditario non risulti già trascritto in forza di un’accettazione espressa o tacita.
Il motivo principale per il quale è necessaria tale formalità è la tutela dell’acquirente, e dell’eventuale banca mutuante, dalla fattispecie dell’erede apparente. È, infatti, possibile che chi vende sia erede solo apparentemente e, quindi, chi acquista potrebbe subire l’azione di petizione di eredità da parte dell’erede vero[1] ed essere tenuto, così, a restituirgli il bene. Tale rischio, però, non si realizza se viene eseguita la trascrizione dell’accettazione tacita di eredità a favore dell’erede apparente purché l’acquirente dell’immobile sia in buona fede.

Vi sono altri motivi per i quali si rende opportuno trascrivere l’accettazione tacita di eredità?

La trascrizione dell’accettazione tacita di eredità si rende opportuna anche per i seguenti altri motivi:

  • rispetto del principio di continuità delle trascrizioni: in assenza della trascrizione dell’accettazione tacita di eredità, le successive trascrizioni o iscrizioni a carico dell’acquirente non producono effetto e, quindi, quest’ultimo non può far valere il proprio acquisto davanti ai terzi e l’eventuale ipoteca iscritta sul bene a favore di una banca mutuante non si costituisce, cioè non ha valore;
  • l’istituto della c.d. pubblicità sanante non si costituisce. Tale istituto consente a colui che acquista in buona fede un bene immobile di salvare il proprio acquisto anche nel caso in cui i titoli di provenienza siano invalidi, purché siano decorsi cinque anni dalla trascrizione dall’atto viziato di nullità e non sia stata trascritta una domanda giudiziale di impugnativa dell’atto stesso;
  • nel caso il bene immobile sia oggetto di procedura esecutiva, il Giudice delle Esecuzioni, rilevando l’assenza della trascrizione dell’accettazione tacita di eredità, deve dichiarare l’improcedibilità della procedura e ordinare la cancellazione del pignoramento.

La trascrizione del certificato relativo alla dichiarazione di successione è assimilabile alla trascrizione dell’accettazione tacita dell’eredità?

La dichiarazione di successione e la trascrizione del relativo certificato hanno una valenza esclusivamente fiscale e, per espressa previsione normativa, non producono alcun effetto civilistico.

Vi sono limiti temporali oltre i quali la trascrizione dell’accettazione tacita di eredità non è più necessaria?

La prassi più diffusa è quella di eseguire la trascrizione dell’accettazione tacita di eredità nei 20 anni dalla morte del defunto. Oltre i 20 anni, infatti, l’acquirente ha la possibilità far valere l’istituto dell’usucapione tutelando, così, i diritti da lui acquistati sui singoli beni. L’azione di petizione di eredità, tuttavia, è imprescrittibile e conseguentemente la tesi più prudente consiglia di procedere alla trascrizione dell’accettazione di eredità anche quando sono decorsi 20 anni dalla morte del defunto. Ciò perché non è possibile avere la certezza dell’assenza di eventuali cause di sospensione/interruzione dei termini dell’usucapione.
Sicuramente è errata la prassi che ritiene di dover effettuare la trascrizione dell’accettazione tacita di eredità solo entro i dieci anni dalla morte del defunto.

Che costi ci sono da sostenere per la trascrizione dell’accettazione tacita di eredità?

Per l’esecuzione della trascrizione dell’accettazione tacita di eredità sono dovuti degli oneri fiscali e degli oneri professionali. Gli oneri fiscali per ciascuna conservatoria dei registri immobiliari sono i seguenti:

  • euro 200,00 di imposta ipotecaria;
  • euro 59,00 di imposta di bollo;
  • euro 35,00 di tassa ipotecaria.

Gli oneri professionali variano da professionista a professionista e variano da 100 e 300 euro (oltre ad IVA) per ciascuna formalità.

Che cosa serve per eseguire la formalità?

Al notaio che esegue la trascrizione dell’accettazione tacita di eredità deve essere consegnato un certificato di morte del defunto.

Norme di riferimento:

– articoli 475, 476, 484, 485, 527, 533 e ss., 2648, 2650, 2652, 2660, 2829 del Codice Civile
– art. 5, comma 2, D.Lgs. 31-10-1990, n. 347
– Circolare n. 128/T del 2-5-1995

[1] Esempio: Tizio, senza moglie e figli, muore nel 2016 lasciando come erede legittimo il cugino Caio, il quale apparentemente acquista l’appartamento del defunto sito in Lecco. Caio nel 2017 vende l’immobile a Mevio e per risparmiare, e contro il consiglio del notaio, non viene eseguita la trascrizione dell’accettazione tacita di eredità.

Nel 2018 Sempronio scopre che Tizio lo aveva istituito erede con un testamento che fa pubblicare da un notaio. Sempronio con un’azione di petizione di eredità agisce contro Mevio che subisce l’evizione del bene.

Eredità giacente

disposizioni testamentarieL’istituto dell’eredità giacente è finalizzato a evitare che il patrimonio ereditario subisca pregiudizi o dispersioni nel periodo che intercorre dall’apertura della successione all’accettazione dell’eredità, con evidente danno dei soggetti che hanno interesse alla conservazione di quei beni (chiamati ulteriori, creditori ereditari, legatari etc.).

Questo scopo solitamente viene realizzato attraverso i poteri concessi al chiamato all’eredità, ai sensi dell’art. 460 c.c., ma costui, non avendo l’obbligo di amministrare, può anche disinteressarsi dei beni, ecco che, ai sensi del 1° comma dell’art. 528 c.c., il Tribunale del circondario dove si è aperta la successione, su istanze delle persone interessate o anche d’ufficio, nomina all’eredità un curatore .

Ci sono diverse ipotesi di eredità giacente?

Molti studiosi ritengono che l’eredità sia giacente in tutti i casi in cui il chiamato non abbia ancora accettato l’eredità; l’art. 528 c.c., cioè, avrebbe disciplinato soltanto un’ipotesi. Aderendo a questo orientamento, nella nozione di eredità giacente rientrerebbero anche i seguenti casi: chiamato prima dell’accettazione (art. 460 c.c.), istituzione di erede sotto condizione sospensiva (art. 644 c.c.), istituzione di nascituri (art. 643 c.c.). Questa assimilazione sarebbe confermata, almeno per due di queste ipotesi, dall’art. 644 c.c., il quale applica agli amministratori dei beni lasciati sotto condizione sospensiva o attribuiti a nascituri le regole che si riferiscono ai curatori dell’eredità giacente. Altri studiosi e la Giurisprudenza sostengono, invece, che l’unica ipotesi di eredità giacente sia quella prevista dall’art. 528 c.c., in quanto nelle fattispecie sopra elencate, gli amministratori dei beni non possono essere qualificati come curatori dell’eredità giacente: in primo luogo perché la loro investitura deriva dalla legge e non dall’autorità Giudiziaria e, in secondo luogo perché loro amministrano il patrimonio nel loro interesse e non nell’interesse altrui, come fa, invece, il curatore dell’eredità giacente. Sul piano del diritto positivo, poi, si osserva che, mentre il curatore dell’eredità giacente, in quanto titolare di un ufficio, sia pure di diritto privato, cessa dalle funzioni solo nel momento in cui l’eredità viene accettata, gli amministratori dei beni lasciati sotto condizione sospensiva o destinati ai nascituri possono essere esclusi dall’amministrazione anche prima che l’eredità sia accettata.

Quali sono i presupposti dell’eredità giacente?

Perché si abbia eredità giacente, nella nozione ristretta prevista dall’art. 528 c.c., sono necessari tre presupposti:

  1. mancata accettazione dell’eredità;
  2. mancato possesso dei beni ereditari da parte del chiamato;
  3. nomina del curatore.

Il primo presupposto, dunque, è che vi sia un chiamato all’eredità attuale, che abbia il diritto di accettare l’eredità e non l’abbia ancora esercitato. Esso deve sussistere per tutto il tempo in cui il curatore esercita le sue funzioni (art. 532 c.c.).
Il secondo presupposto è che il chiamato all’eredità non si trovi nel possesso dei beni ereditari. Al riguardo, va osservato come, per escludere l’eredità giacente, sia sufficiente la mera detenzione a qualsiasi titolo, dei beni ereditari da parte del chiamato. Il possesso deve intendersi in senso strettamente materiale (cioè una relazione di fatto tra il chiamato e i beni ereditari).
Ultimo presupposto, infine, è la nomina del curatore dell’eredità giacente, la quale ha  efficacia costitutiva della giacenza, e avviene da parte del Tribunale su richiesta degli interessati o anche d’ufficio.

Quali sono gli effetti della giacenza?

La giacenza dell’eredità:

  • in positivo, consiste nell’attività compiuta dal curatore per la tutela dei beni ereditari;
  • in negativo, consiste;
    — nel divieto per il chiamato di compiere atti conservativi: una volta nominato il curatore dell’eredità giacente, il chiamato all’eredità decade dai tipici poteri a lui attribuiti dall’articolo 460 c.c., pertanto a lui rimane il potere di accettare o rinunziare l’eredità ma non quello di dare luogo ad azioni possessorie, vigilare, conservare o compiere atti di amministrazione in genere. Tutti questi poteri spettano al curatore dell’eredità giacente. Qualora il chiamato compia atti dispositivi, essi sono validi ma comporteranno accettazione tacita di eredità.
    — nel divieto di iscrivere ipoteche giudiziali, ai sensi dell’art. 2830 c.c., sui beni ereditari facenti parte di un’eredità giacente, neppure in base a sentenze pronunciate anteriormente alla morte del debitore. Lo scopo del divieto è quello di salvaguardare la parità di condizioni tre creditori ereditari, nel caso che i beni dell’eredità non siano sufficienti a soddisfarli tutti. Le ipoteche giudiziali iscritte nonostante il divieto, secondo la teoria preferibile  sono inopponibili ai creditori che concorrono sui beni dell’eredità giacente; cessata la giacenza l’ipoteca giudiziale acquisterà la sua naturale efficacia.
    — nel divieto di azioni individuali ed, in particolare, vige il divieto di promuovere nuove procedure esecutive sui beni dell’eredità giacente ad istanza dei creditori. Tale divieto si applica solo quando il curatore procede alla liquidazione dell’eredità nell’interesse di tutti i creditori.

L’eredità giacente è cosa diversa dell’eredità vacante?

L’eredità giacente non deve essere confusa con l’eredità vacante. Quest’ultima si verifica quando è stato verificato che nessun soggetto può succedere al defunto e, pertanto, l’eredità spetta allo Stato (art. 586 c.c.). In altre parole l’eredità vacante presuppone che non vi siano più chiamati, non solamente testamentari, ma neppure legittimi, cosicché è legittimo parlare di “eredità vacante” in senso analogo a quanto dispone l’art. 827 c.c., secondo cui i beni immobili che non sono in proprietà di alcuno spettano al patrimonio dello stato.

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