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Quanto costa aprire una successione?

La successione non ha un costo fisso poiché varia a seconda del valore del patrimonio e del rapporto che legava il successore al defunto (coniuge, figlio, parente, amico, ecc). 
Le principali imposte di successione che gli eredi sono chiamati a versare sono:

  1. imposta di successione;
  2. imposta di trascrizione;
  3. imposta catastale.


costo successione

L’imposta di successione si calcola sulla base imponibile che è data dal valore complessivo di tutti i beni e di tutti i diritti del defunto sottratti i debiti e gli oneri deducibili (esempio: i costi per le spese funerarie fino a 1.023,91 euro e per le spese mediche documentate sostenute dai successori negli ultimi sei mesi per la cura del defunto).
 L’imposta ipotecaria, come quella catastale, viene calcolata solo sul valore degli immobili.

Ci sono anche casi in cui le imposte succitate non sono dovute, come nel caso in cui:

  • il beneficiario vi rinunci a mezzo di apposita dichiarazione ricevuta da un notaio ovvero dal cancelliere del Tribunale nel cui circondario si è aperta la successione. La rinunzia sarà iscritta in un apposito registro;
  • nel caso in cui a succedere siano il coniuge e/o i parenti in linea retta o nel caso in cui l’attivo ereditario non superi i 100.000,00 euro e non vi siano nel patrimonio del defunto beni immobili o diritti reali sugli immobili.

 In altri casi, invece, la dichiarazione di successione non deve neanche essere presentata, come nel caso in cui i successori ereditino soltanto beni mobili e il valore complessivo di essi sia inferiore alla franchigia prevista secondo il tipo di rapporto parentale.

Quando non si pagano le imposte di trascrizione e catastale?

Non ha nessun costo in termini di imposta ipotecaria e catastale la successione senza beni immobili in quanto l’imposta di trascrizione e quella catastale sono dovute al fisco solo se nella successione ricadono beni immobili: la prima è pari al 2%, la seconda all’1% del valore che i beni immobili avevano alla morte. Si precisa che per i beni muniti di rendita è possibile pagare tali imposte sulla base del valore catastale. Dette imposte sono dovute invece in misura fissa (200 euro ciascuna), se il successore può usufruire della cosiddetta agevolazione prima casa.

Costo successione: chi paga le spese funebri?

Le spese funebri sono un debito che ricade sul patrimonio ereditario e, di conseguenza, sugli eredi. Le spese funebri competono agli eredi, ciascuno in proporzione alla propria quota di eredità.
 Nella pratica, però, succede quasi sempre che un chiamato all’eredità anticipi la spesa del funerale e della sepoltura, spesa che poi provvederà a ripartire con tutti gli altri eredi: egli ha quindi diritto a essere rimborsato da coloro i quali accetteranno l’eredità secondo le rispettive quote. La divisione delle spese funebri avviene secondo le rispettive quote di eredità e non per quote uguali. 

La legge prevede inoltre la possibilità di scaricare dalle tasse le spese funebri: l’importo massimo su cui calcolare la detrazione è di 1.550 euro per ciascun decesso (detrazione massima pari a 294 euro), anche se la spesa è ripartita in più anni.

Quando e come si apre la successione

La successione può essere un passaggio anche molto delicato da gestire, anche da un punto di vista di costi; la prima cosa da sapere è quando aprire la successione, considerando che l’inizio del fenomeno successorio si ha con l’evento della morte.

Come faccio a sapere se il defunto ha lasciato un testamento?


Per gli eredi è possibile scoprire se il de cuius abbia lasciato un testamento, inoltrando una richiesta al Registro generale dei testamenti, che si trova all’Ufficio Centrale degli archivi notarili presso il Ministero della Giustizia.
 Nel momento in cui il notaio riceve in deposito ovvero partecipa alla formazione di un atto dispositivo delle ultime volontà è tenuto, entro dieci giorni, a richiedere l’iscrizione nel registro succitato, trasmettendo all’archivio notarile una scheda datata e sottoscritta contenente la forma dell’atto, data dello stesso o del deposito; il numero di repertorio speciale degli atti di ultima volontà, le generalità del testatore nonché il nome e cognome e sede del pubblico ufficiale che ha ricevuto od è depositario dell’atto.

Quando si apre la successione

La richiesta di testamento

L’erede può richiedere il rilascio di un certificato di tutti gli atti di ultima volontà iscritti riguardanti il de cuius e ottenere inoltre indicazioni dell’archivio notarile di riferimento presso cui sono depositati gli atti, qualora il notaio che ha ricevuto il testamento non sia più in esercizio.

Posso decidere di ignorare il testamento?


Ai sensi dell’Articolo 620, cod. civ. chiunque sia in possesso di un testamento olografo – ossia quello scritto, datato e sottoscritto di pugno dal testatore – ha l’obbligo di presentarlo a un notaio per la pubblicazione. 
Chi si trova in questa situazione è chiamato ad attivarsi immediatamente, ossia non appena abbia avuto notizia della morte del testatore: per il caso in cui decidesse di non adempiervi, chiunque creda di avervi interesse può, tramite ricorso al Tribunale del circondario in cui si è aperta la successione, richiedere al giudice un termine massimo di adempimento, gravante in capo a chi è nel possesso del testamento, per la sua presentazione.
Questa tutela è prevista perché l’atto di pubblicazione è essenziale nell’ambito della successione: il testamento, prima di questo atto è valido e obbligatorio, ma improduttivo di effetti e il beneficiario non ha strumenti per poter pretendere l’esecuzione delle disposizioni ivi contenute.
 Si precisa che la Legge non prevede sanzioni per la mancata consegna del testamento olografo al notaio per la pubblicazione ma si tenga conto che chi, consapevolmente, celi un testamento è responsabile del reato di cui all’Articolo 490, cod. pen. ossia di soppressione, distruzione e occultamento di atti e inoltre è escluso dalla successione come indegno ai sensi dell’articolo 463, comma 5, cod. civ..

Quando si apre la successione a chi mi rivolgo per la dichiarazione (CAF, notaio, commercialista o fai da te)?

La dichiarazione di successione si presenta all’Agenzia delle Entrate: detta presentazione può essere effettuata da un chiamato all’eredità entro 12 mesi dalla data del decesso del de cuius, che in genere coincide con quella di apertura della successione.
Qualora ci siano più chiamati e quindi più persone obbligate alla presentazione della dichiarazione, è sufficiente che solo una di esse provveda alla presentazione.
 Questa operazione può essere svolta con l’aiuto di un notaio ovvero di un Centro di Assistenza Fiscale (CAF), dietro pagamento che varia al variare della complessità della pratica.
 È anche possibile svolgere tale operazione in autonomia infatti, sul sito dell’Agenzia delle Entrate è disponibile per il download un software gratuito che permette di compilare la dichiarazione di successione per via telematica.

Cosa succede se ho aperto la successione per legge e poi trovo un testamento?


Se al momento dell’apertura della successione non vi è nessun testamento, l’eredità viene divisa tra gli eredi legittimi secondo il dettame del Codice civile, realizzando la cosiddetta successione per legge (successione legittima).
Viceversa, qualora ci sia un testamento, l’eredità verrà divisa rispettando le volontà del testatore – tramite la successione testamentaria –, con il limite del rispetto delle quote di legittima (quote minime di patrimonio che, per legge, spettano necessariamente al coniuge ovvero ai figli (o, in assenza di questi, ai genitori). Per quanto riguarda tutto ciò che non rientra nelle quote di legittima, la cosiddetta quota disponibile, può essere distribuita come voluto dal testatore o ai sensi di legge.
Le modalità di divisione, pertanto, dipendono dalla presenza o meno di un testamento; se per avventura gli eredi scoprissero un testamento dopo aver fatto la successione (poiché non sempre è facile trovare un testamento quando questo è stato nascosto dal testatore) sorgerebbero delle criticità.
Occorre domandarsi qual è il destino della divisione già eseguita e individuare il termine entro cui effettuare l’accettazione dell’eredità da parte di eventuali soggetti nominati eredi nel testamento.
 Quanto al destino della divisione, accertata l’esistenza di un testamento valido durante la stessa, il procedimento non può più essere portato a termine poiché su di essa prevale sempre la successione testamentaria: il ritrovamento del testamento annulla tutto quanto fino ad allora svolto e i beni vanno divisi secondo la volontà del testatore.
 Quanto al termine per accettare l’eredità, esso è sempre di 10 anni dal decesso a prescindere dal fatto che il citato nel testamento non potesse essere al corrente dell’esistenza del testamento stesso, poiché deve prevalere la certezza dei termini fissati ex lege per l’accettazione e divisione dell’eredità, per un principio di chiarezza del traffico giuridico.

Come posso sapere se il mio lontano cugino è parente?


L’ordinamento giuridico individua tra i “successibili” il coniuge, i discendenti, gli ascendenti e gli altri parenti fino al sesto grado. I cugini sono parenti in linea collaterale e per capire se un lontano cugino può avanzare pretese nella successione del de cuius è necessario calcolarne i gradi di parentela: per farlo occorre risalire allo stipite comune per poi ridiscendere fino al parente cui siamo interessati. 
Un esempio per chiarire: ipotizzando Sempronio quale capostipite, i cui figli sono Tizio e Caio che a loro volta sono genitori di Tizietto e Caietto, conteremo cinque gradi (Caietto, Caio, Sempronio che è lo stipite comune, Tizio e Tizietto) ai quali dovremo togliere il capostipite comune (Sempronio), per un totale di quattro. Tizietto e Caietto, sono cugini e sono parenti di quarto grado.

Cosa fare con le cassette sicurezza

Dal momento della morte, tutti i rapporti facenti capo al de cuius, inclusi quelli bancari, rimangono bloccati fino alla presentazione, da parte degli eredi, della dichiarazione di successione.
È possibile che il de cuius fosse titolare di una cassetta di sicurezza e anche il contenuto della stessa dovrà esse dichiarato nella denuncia di successione ai fini della determinazione dell’asse ereditario e dell’eventuale pagamento delle relative imposte. Per il caso in cui venga a mancare l’intestatario (ovvero uno dei cointestatari di una cassetta di sicurezza), la banca ha la facoltà di consentire l’apertura della cassetta se non previo accordo di tutti gli aventi diritto, o secondo le modalità stabilite dall’autorità giudiziaria.
Le cassette di sicurezza, dopo la morte dell’intestatario o di uno dei cointestatari, devono essere aperte solo alla presenza di un funzionario dell’Amministrazione Finanziaria o di un Notaio, che si occuperà di redige l’inventario del contenuto, previa comunicazione da parte della banca all’Agenzia delle Entrate, nella cui circoscrizione deve essere redatto l’inventario, del giorno e dell’ora dell’apertura, poiché gli oggetti o valori ivi contenuti concorrono alla formazione dell’asse ereditario ai fini del pagamento dell’imposta di successione. In forza di questa comunicazione, un funzionario dell’Agenzia delle Entrate può partecipare alle operazioni di inventario fatte dal notaio alla presenza degli eredi.
 Se nella cassetta di sicurezza si ritroveranno – oltre al denaro – altri beni mobili di difficile valutazione (ad esempio gioielli o opere d’arte), sarà opportuno richiedere anche l’intervento di un perito che potrà essere nominato direttamente dal notaio oppure scelto dagli eredi.

 

E se il defunto aveva armi?

Il passaggio generazionale d’impresa

Il passaggio generazionale d’impresa e la relativa pianificazione da parte dell’imprenditore della propria successione in azienda, sia che essa sia svolta in forma individuale sia che essa sia svolta in forma societaria, è un’esigenza molto sentita negli ultimi anni.

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Gli interessi tutelati dal legislatore sono fondamentalmente due: il primo costituito dalle norme relative alla successione dei legittimari i quali non possono essere lesi dei diritti successori; il secondo costituito dalla tutela costituzionalmente garantita per lo svolgimento dell’attività economica. Senza divagare in un’analisi storica del contemperamento delle due diverse esigenze, il legislatore negli ultimi decenni ha ritenuto sempre più predominante la necessità di tutelare l’integrità dell’attività economica quale motore dell’economia nazionale.

Strumenti per il passaggio generazionale

Gli strumenti per consentire all’imprenditore il passaggio generazionale sono molteplici. Questi strumenti sono necessari per l’imprenditore nel caso in cui la sua volontà sia quella di affidare la gestione e la proprietà dell’attività economica solo ad alcuni dei propri successori. Si devono distinguere gli strumenti testamentari dagli strumenti giuridici che permettono di anticipare il passaggio generazionale a un momento anteriore all’apertura della successione.

Strumenti testamentari per il passaggio generazionale

Una prima via per gestire il passaggio generazionale è lo strumento del testamento. Si può definire come lo strumento classico usato fino al primo decennio di questo millennio. L’imprenditore quindi trasferiva a mezzo di un legato o di una divisione del testatore la proprietà dell’attività economica al soggetto che ritenesse più capace di gestire e continuare l’attività economica. Lo strumento testamentario – rilevato che i legittimari hanno diritto alla propria quota in senso quantitativo e non qualitativo (ossia non vi è diritto ad avere una quota di tutti beni) – lascia molta libertà all’imprenditore, ma di converso è instabile negli effetti essendo molto semplice che la diversità di valori dei beni attribuiti possa arrecare una lesione ai diritti riservati ai legittimari.

Strumenti anticipatori della successione per il passaggio generazionale

Una seconda via per gestire il passaggio generazionale sono gli strumenti che il legislatore fornisce all’imprenditore ancora in vita. Questi strumenti giuridici sono disciplinati mediante legislazione nazionale oppure mediante il riconoscimento di norme internazionali. Il primo strumento giuridico a carattere nazionale a disposizione dell’imprenditore è la donazione. La donazione è il negozio con il quale un soggetto si spoglia di un bene al fine di arricchire un altro soggetto.
Questo strumento lascia ampia libertà all’imprenditore di disporre del bene come meglio crede. Egli potrebbe disporre il passaggio generazionale anche a favore di un soggetto non legato da vincolo di parentela. Ma come detto sopra, questo strumento non assicura nessuna stabilità degli effetti, potendo essere rimessa in discussione con l’apertura della successione dell’imprenditore.

Anche l’usufrutto vitalizio, inoltre, può essere efficacemente utilizzato nell’ambito del passaggio generazionale, grazie allo strumento della donazione o vendita con riserva di usufrutto vitalizio a favore del donante o venditore.

Altro strumento molto utilizzato negli anni passati è stato il trust. Con questo strumento giuridico l’imprenditore oltre a costituire una segregazione patrimoniale, disciplina mediante un regolamento scritto la gestione della propria impresa. I soggetti necessari di questo strumento sono il disponente, il trustee e i beneficiari. Il disponente è l’imprenditore il quale trasferisce l’attività economica a un trustee. Il trustee è solitamente un soggetto imparziale che acquista una proprietà fiduciaria al fine di gestire il bene costituito in trust per conto dei futuri beneficiari. I beneficiari sono i soggetti che a scadenza del trust diverranno titolari dell’attività economica. Questo strumento permette, oltre al c.d. Salto della successione, anche un elevato grado di stabilità degli effetti.

Una recente riforma ha introdotto l’istituto del c.d. Patto di famiglia che, nelle intenzioni del legislatore è lo strumento che contempera nel miglior modo le esigenze di tutela dei successibili con le esigenze di tutela dell’integrità economica; ad oggi deve considerarsi il modo migliore per pianificare il passaggio generazionale d’impresa.

La tutela dei creditori ereditari

La tutela dei creditori ereditari: cosa cambia tra l’accettazione con beneficio d’inventario e la separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede?

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L’accettazione con beneficio di inventario

Ai sensi dell’articolo 490, c.c., è una dichiarazione resa – tramite atto pubblico – a mezzo della quale l’erede dichiara di accettare l’eredità con beneficio in modo da evitare la confusione del suo patrimonio con quello del de cuius; se non optasse per tale scelta, l’accettazione pura e semplice, comporterebbe la confusione del patrimonio dell’erede con quello del defunto, ottenendo così un singolo e unico patrimonio.
 La confusione dei patrimoni non è sempre la scelta migliore, ecco perché, qualora nel patrimonio del de cuius le passività superino le attività, l’erede sarà comunque tenuto a onorarle. In virtù di questa – non così remota – eventualità, risulta conveniente effettuare l’accettazione con beneficio di inventario in modo da non dover rispondere, con il proprio patrimonio, per i debiti che erano del defunto.


Quali sono i soggetti che devono accettare obbligatoriamente con beneficio d’inventario?

In alcuni casi determinate dalla legge, l’accettazione beneficiata non è una facoltà, bensì un obbligo: in particolare, quando si ha a che fare con:

  1. i minori o gli interdetti (Art. 471, c.c.);
  2. i minori emancipati o gli inabilitati (Art. 472, c.c.);
  3. le persone giuridiche, le associazioni, fondazioni e gli enti non riconosciuti a eccezione delle società commerciali (Art. 473, c.c.).

In tutti gli altri casi, non rientranti nelle 3 ipotesi di cui sopra, l’accettazione beneficiata è facoltativa.

Le conseguenze di un’accettazione beneficiata

L’erede conserva – verso l’eredità – tutti i diritti e tutti gli obblighi che aveva verso il defunto, tranne quelli estinti per effetto della morte; in questo modo l’erede soddisferà tutti i crediti che vantava nei confronti del de cuius, ma non sarà tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni a lui pervenuti facendo così ricadere tutte le passività – che in potenza potrebbero gravare sull’eredità – solo sull’attivo dell’asse, senza andare a intaccare il suo personale patrimonio.
 Così facendo, i creditori dell’eredità, nonché i legatari, saranno preferiti rispetto ai creditori personali dell’erede, poiché avranno modo di soddisfarsi per primi sul patrimonio ereditario.

I termini

L’erede che accetta l’eredità con beneficio di inventario può trovarsi o meno nel possesso dei beni ereditari, in tal caso:

  • se l’erede è nel possesso dei beni ereditari, è chiamato a inventariare i beni entro 3 mesi dal giorno dell’apertura della successione ovvero della notizia della devoluta eredità. 
Se non procede con l’inventario entro il termine di cui sopra, si considera “erede puro e semplice” perdendo così tutti i benefici che un’accettazione beneficiata comporta. Si giunge alla medesima situazione qualora, una volta compiuto l’inventario, entro quaranta giorni dal compimento dello stesso, l’erede non dichiara se accetta o rinuncia all’eredità;
  • se l’erede non è nel possesso dei beni ereditari, può fare la dichiarazione di accettazione con beneficio fino al momento in cui tale diritto non si prescrive.

L’inventario consiste in una mera operazione contabile, necessaria per definire il quantum dell’attivo e del passivo ereditario; una volta determinato si procede a soddisfare i creditori del de cuius e i legatari e, per tutto quanto non soddisfatto, l’erede non sarà responsabile, mentre i creditori potranno ancora agire in regresso contro i legatari per le somme loro ancora dovute.

In definitiva, tramite l’accettazione succitata, l’erede eviterà le conseguenze di un’eredità ricca di debiti, che lo costringerebbero a onorarli utilizzando anche il suo patrimonio personale a seguito di confusione patrimoniale. 
Ciò potrebbe accadere per il caso in cui il patrimonio dell’erede sia in positivo, mentre quello del de cuius in negativo: ma potrebbe anche verificarsi l’opposto. Qualora si verificasse una situazione di questo tipo (di un erede con molti debiti), si creerebbero non pochi danni alle pretese creditorie dei creditori dell’eredità nonché dei legatari del de cuius in quanto, a seguito della mancata accettazione con beneficio, i creditori dell’eredità concorreranno con i creditori personali dell’erede. 
Dal momento che nessuna norma può obbligare l’erede ad accettare con beneficio d’inventario, l’unica strada a disposizione dei creditori e dei legatari dell’eredità sarà la richiesta di separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede, evitando così la confusione patrimoniale.

La separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede

I creditori e i legatari del de cuius acquistano un titolo di preferenza sui beni di quest’ultimo rispetto ai creditori personali dell’erede. È chiaro che questo tipo di separazione produce effetti diversi da quanto riportato poco prima: lo scopo è preferire il creditore separatista rispetto ai creditori personali dell’erede. Detta separazione permette ai creditori e ai legatari – che l’hanno esercitata – di soddisfarsi anche sui beni propri dell’erede, cosa che sarebbe stata impossibile se vi fosse stata la confusione dei patrimoni.

La ratio dell’istituto trova il suo fondamento nel generale diritto di garanzia che la legge collega al credito: l’interesse dei creditori del de cuius non può essere pregiudicato dalla morte del suo debitore, che dava sufficiente fiducia di solvibilità, tanto da non far pretendere garanzia specifica sui suoi beni. Anche l’Art. 512, c.c., inoltre, afferma che la separazione assicura il soddisfacimento, con i beni del defunto, dei creditori di lui e dei legatari che l’hanno esercitata, a preferenza dei creditori personali dell’erede.

Il beneficio che si può trarre dalla separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede, giova direttamente ai creditori ereditari e ai legatari, sicché opera anche nel caso in cui l’accettante con il beneficio vi rinunzi (art. 490) o ne decada (art. 505). Ed è proprio per questo motivo che può esservi interesse a fare la separazione dei beni anche nel caso in cui l’erede abbia accettato con beneficio di inventario (art. 490, 2° comma, n. 3).

In conclusione, l’accettazione beneficiata tutela l’erede dall’eredità passiva, mentre la separazione dei beni tutela i creditori dell’eredità dal passivo dell’erede; sono due strumenti che hanno funzioni analoghe in situazioni diametralmente opposte.

La vendita di beni ereditari e la competenza notarile

All’interno del novero degli atti notarili richiesti al Notaio rientra certamente la vendita dei beni ereditari, per cui, ogniqualvolta l’eredità sia stata accettata con beneficio di inventario, il Notaio è legittimato a presentare, su richiesta della parte interessata, il ricorso di volontaria giurisdizione volto a ottenere l’autorizzazione alla vendita dei beni stessi.

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Il Notaio è obbligato a presentare il ricorso?

No. L’attività svolta dal Notaio in questo caso è un’attività connessa al profilo privatistico della sua funzione e quindi alla figura di libero professionista ancorché pubblico ufficiale. La competenza in ordine al ricorso di volontaria giurisdizione è infatti concorrente con quella dell’avvocato, e, anche la stessa parte può presentarlo in proprio, nei casi previsti dalla Legge. Tuttavia, qualora il Notaio sia incaricato di procedere a questo adempimento preliminare, trattandosi di attività pur connessa anche se non obbligatoria, è dovuto il relativo compenso previsto dalla Legge.

Ogni Notaio è competente per la presentazione relativa a qualsiasi atto di vendita di beni ereditari?

No. Il Notaio è competente alla presentazione dei ricorsi in tema di volontaria giurisdizione solo con riferimento ai ricorsi connessi in modo immediato e diretto agli atti da lui stipulandi. Pertanto il Notaio avrà competenza solo qualora sia stato incarico di procedere anche alla stipula di un atto per il quale è necessaria l’autorizzazione giudiziale alla vendita, e quindi, trattandosi di vendita di beni immobili o mobili oggetto di eredità accettata con beneficio di inventario ai sensi di Legge. Non sarà – quindi – competente, alla presentazione del ricorso afferente un atto notarile da stipularsi presso altro Notaio, pur tuttavia il Pubblico Ufficiale incaricato della stipula è competente a presentare ricorsi presso qualunque autorità giudiziaria, senza che ciò di per sé violi il principio di territorialità connesso alla competenza notarile, che a oggi è, salvo rare eccezioni, connesso al territorio regionale.

Cosa succede se un bene viene alienato senza autorizzazione giudiziale?

Qualora un bene venga alienato in assenza di autorizzazione, l’erede decadrà dal beneficio di inventario, ai sensi dell’art. 493 c.c., e così anche se sottopone a pegno o ipoteca beni ereditari, o transige relativamente a questi beni senza l’autorizzazione Giudiziaria e senza osservare le forme prescritte dagli artt. 747 e 748 c.p.c.

L’autorizzazione a vendere beni ereditari è sempre necessaria?

No, l’autorizzazione non è sempre necessaria, e in particolare non va chiesta quando l’erede è pienamente capace di agire ed è intenzionato a decadere dal beneficio di inventario, e ciò accade quando non voglia continuare a far propri gli effetti tipici del beneficio, qual’è, ad esempio, la separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede. Non è altresì necessaria l’autorizzazione giudiziale quando l’erede compia un atto di ordinaria amministrazione (ovvero un atto non dispositivo dei beni ereditari). Tale atto, se compiuto in pregiudizio delle ragioni creditorie può dar luogo, al limite, a responsabilità dell’erede beneficiato, ai sensi dell’art. 491, ma non alla decadenza dal beneficio: l’erede, infatti, ha l’onere di buona amministrazione dell’asse ereditario e risponderà comunque solo nei casi di colpa grave. Tale responsabilità determina il solo obbligo di risarcire il danno provocato ai creditori ereditari.

Quali sono gli atti di straordinaria amministrazione per i quali è necessaria l’autorizzazione giudiziale alla vendita?

Gli atti di straordinaria amministrazione sono individuati sulla base del c.d. “criterio normativo” e, quindi, sono da ricomprendere all’interno di tale categoria gli atti per i quali l’ordinamento richiede l’autorizzazione giudiziale: si farà riferimento quindi agli articoli 320, 374 e 375 c.c.. Ugualmente sono da considerarsi atti di straordinaria amministrazione tutti quegli atti che producono effetti analoghi a quelli indicati da questi articoli. Criterio residuale per individuare la straordinarietà dell’atto, e quindi per capire quando occorra l’autorizzazione giudiziale, è la natura dell’atto in relazione agli effetti prodotti: pertanto sarà necessaria l’autorizzazione giudiziale quando l’atto da compiere incide sul capitale e, pertanto, modifica la consistenza patrimoniale del soggetto che lo deve compiere.

Come si fa a individuare il giudice competente al rilascio dell’autorizzazione?

Naturalmente sarà il Notaio a individuare il giudice competente per il rilascio dell’autorizzazione. Ad ogni modo, il criterio discretivo, risiede nella natura ereditaria, o meno, del bene da cedere. Infatti, la competenza spetterà al giudice delle successioni ex art. 747 c.p.c. allorquando la fase ereditaria non sia ancora conclusa, mentre invece, la competenza ad autorizzare la vendita spetterà al giudice degli incapaci, sulla base delle singole disposizioni, qualora la fase ereditaria sia conclusa, e il bene definitivamente acquisito al patrimonio dell’erede.

Quando è da intendersi conclusa la fase ereditaria e quindi i beni definitivamente acquisiti al patrimonio dell’erede?

Per quanto concerne i beni mobili, essi si intendono definitivamente acquisiti al patrimonio dell’erede trascorsi cinque anni dall’accettazione beneficiata, e, pertanto, decorso tale termine non sarà necessaria alcuna autorizzazione alla vendita. Relativamente ai beni immobili, se i creditori vengono liquidati per tramite della liquidazione concorsuale, essi si intendono definitivamente acquisiti al patrimonio dell’erede decorsi tre anni dal momento in cui lo stato di graduazione dell’eredità beneficiata è divenuto definitivo, mentre nel caso di liquidazione c.d. “alla spicciolata”, i beni rimangono ereditari, e come tali abbisognano di autorizzazione per la vendita, fino al decorso del termine di dieci anni dall’apertura della successione.

Il patto di famiglia

Il patto di famiglia è un istituto introdotto dal Legislatore con L. 14 febbraio 2006, n. 55, con cui si mira a facilitare l’imprenditore nel passaggio generazionale dell’impresa; lo scopo è quello di rendere stabile, davanti a eventuali future contestazioni all’apertura della successione, il trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni all’interno di società di persone e/o di capitali.

patto di famiglia

Chi sono i soggetti coinvolti nel patto di famiglia?

La Legge concede l’utilizzo dell’istituto a soggetti ben qualificati; le parti sono necessariamente: l’imprenditore, uno o più discendenti (figli o nipoti) e i soggetti che la Legge considera legittimari (ovvero, ai sensi dell’art. 536 c.c., gli ascendenti, la moglie e i figli a cui non viene trasferita l’attività imprenditoriale). Tutti i soggetti di cui sopra, al fine di rendere stabile il negozio, sono chiamati a parteciparvi.

Il patto di famiglia è una donazione?

L’art. 768-bis del Codice Civile parla genericamente di trasferimento dell’attività imprenditoriale. La genericità di tale norma ha fatto sì che la dottrina si sia divisa in tre tesi diverse. Secondo parte della dottrina, il patto di famiglia costituirebbe una donazione e, più precisamente, una donazione modale. Il motivo per cui si è giunti a tale interpretazione è dovuto al fatto che manca nel complesso delle norme relative all’istituto ogni riferimento a un corrispettivo, dall’esclusione alla collazione e all’azione di riduzione dell’oggetto del patto di famiglia. Detto istituto, inoltre, prevede all’art. 768-quater l’obbligo – considerato onere legale – da parte del beneficiario del trasferimento, di liquidare i diritti successori dei soggetti legittimari dell’imprenditore che trasferisce l’attività produttiva.

Una seconda tesi, formulata da altra dottrina, ritiene che il patto abbia una natura di divisione, operando lo stesso un’estromissione dell’attività produttiva dalla futura successione. Infine, una terza tesi, lo ritiene un nuovo contratto tipizzato dal Legislatore che si pone a metà strada tra la donazione e la successione. Questo contratto complesso racchiude in sé un negozio avente natura liberale – il trasferimento dell’attività produttiva – nonché un negozio a causa solutoria, quindi onerosa, consistente nella liquidazione dei diritti successori dei legittimari non beneficiari.

Il patto di famiglia deve essere stipulato per atto notarile?

Ai sensi dell’art. 768-ter c.c., deve essere stipulato per atto pubblico e quindi a mezzo di un Notaio, a pena di nullità.

È necessaria la partecipazione di tutti i legittimari?

Ai sensi dell’art. 768-quater c.c., la legge prescrive che all’atto notarile devono partecipare anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione dell’imprenditore. Tale norma utilizza la parola “devono” e ciò ha destato più di una perplessità tra i primi commentatori della norma. Secondo una tesi restrittiva, il Notaio non potrebbe stipulare un patto di famiglia a cui non partecipino tutti i legittimari non assegnatari dell’azienda o della partecipazione societaria. Secondo una tesi più liberale, invece, è possibile stipulare il patto di famiglia, anche in mancanza di uno o più legittimari, e nel patrimonio del legittimario non presente nascerebbe così un diritto di credito; tale credito, però, potrebbe variare nel caso in cui il legittimario non presente contestasse il valore attribuito dall’imprenditore e dal beneficiario all’attività produttiva.

Serve una perizia?

La perizia in cui un tecnico valuti il valore dell’azienda o della partecipazione societaria può essere utile, ma non è necessaria; il valore dell’attività produttiva trasferita è decisa di concerto con tutti i soggetti che la legge ritiene necessari per la stipulazione.

Chi deve liquidare i diritti di legittima dei legittimari non assegnatari?

L’art. 768-quater c.c. pone la liquidazione dei diritti dei legittimari in capo al beneficiario del patto di famiglia. Ciò non toglie che di detta liquidazione possa farsene carico il c.d. disponente (quindi l’imprenditore). In quest’ultimo caso, però, ciò che viene liquidato dall’imprenditore deve necessariamente considerarsi adempimento del terzo e, a seconda del caso specifico, detta liquidazione configura un mutuo o una donazione a seconda che vi sia, da parte del beneficiario del patto di famiglia, un obbligo di restituzione o meno al disponente di quanto liquidato. In ogni caso è possibile che l’obbligo di liquidazione venga meno qualora gli altri legittimari vi rinuncino.

Cosa succede se vengono a esistere nuovi legittimari dell’imprenditore?

Nel caso in cui sopravvengano nuovi legittimari, il legislatore all’art. 768-sexies c.c. ha previsto che il patto di famiglia rimanga stabile e valido ma, il beneficiario del trasferimento, avrà l’obbligo di liquidare i legittimari sopravvenuti secondo la quota di loro spettanza.

Quali sono i vantaggi del patto di famiglia rispetto alla donazione?

Prima di tutto il patto di famiglia è un accordo che coinvolge l’intero ambito familiare consegnando al negozio una stabilità definitiva che la donazione non può assicurare, essendo questa sempre opponibile e soggetta al rischio dell’azione di riduzione. 
È doveroso ricordare, infatti, che il patto di famiglia introduce un’importante deroga al principio dei patti successori, i quali vietano ogni patto che abbia a oggetto una successione non ancora apertasi. Inoltre, sempre in funzione di rendere il negozio stabile nel tempo e, quindi, garantire la continuità della gestione imprenditoriale da parte del soggetto prescelto dall’imprenditore, è espressamente disciplinato che i beni trasferiti al beneficiario siano espressamente esclusi dall’obbligo di collazione e dall’esercizio dell’azione di riduzione.

Il patto di famiglia è un negozio definitivo?

La ratio del complesso delle norme è quello di rendere il negozio del patto di famiglia definitivo e duraturo nel tempo. Ciò non toglie che l’imprenditore possa riservarsi il controllo del bene trasferito mediante la riserva di usufrutto oppure prevedendo la facoltà di esercitare unilateralmente il diritto di recesso. Come ogni negozio nascente dal consenso di più parti, l’art. 768-septies c.c. prevede che gli intervenuti nel patto di famiglia possano sciogliere – con un nuovo negozio – gli effetti prodotti dal patto.