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Ci siamo già più volte soffermati sulla grande rivoluzione tecnologica che la blockchain sta portando nel mondo in molti settori (di cui il più noto è quello delle criptovalute, delle quali la più famosa è senz’altro il “bitcoin”). Il perno “centrale” è costituito dalla sicurezza garantita dalla tecnologia digitale fondata sulla crittografia a chiavi asimmetriche. Sul tema in generale, per non ripeterci, dobbiamo rinviare a quanto già scritto (vedi, sul giornale di Lecco del 24 ottobre 2016 “Blockchain, smart contracts, bitcoin: notai, avvocati, giudici in soffitta?” e in data 13 marzo 2017 “Bitcoin e blockchain in continua evoluzione: teniamoci aggiornati!”).

Oggi vorremmo introdurre una nuova “puntata”: l’impatto che la “rivoluzione blockchain” sarebbe in grado di introdurre nel mondo immobiliare. Apparentemente non ci potrebbero essere due situazioni più antitetiche, all’opposto l’una rispetto all’altra.

Non c’è niente al mondo di più concreto degli immobili: appartamenti, terreni, capannoni, fabbricati commerciali sono beni reali e tangibili. Anche la lingua inglese, piuttosto icastica, parla a questo riguardo di “real estate”. Dall’altra parte, invece, non c’è nulla di più astratto (e per certi versi anche poco comprensibile) della blockchain, catena di blocchi che “vive” soltanto nella memoria di una rete di computer. E allora? Cosa c’entra la blockchain con gli immobili? C’entra eccome: ma vediamo di procedere per gradi.

Occorre prima di tutto introdurre la definizione di “token”. Un “token” è un insieme di informazioni digitali registrate su una blockchain in grado di conferire un diritto di proprietà ad un soggetto. Il token può eventualmente anche incorporare altri diritti oltre a quello di proprietà su un bene concreto, diritti governati da un sistema di smart contracts (vale a dire un sistema automatico di regole predeterminate ad attuazione informatizzata). Con il termine “tokenizzazione” viene definito il metodo di convertire i diritti su un bene in un gettone o “token” digitale. In altre parole si tratta del procedimento di conversione dei diritti su un bene (nel nostro caso un immobile) in un “token” digitale all’interno di una catena di blocchi (o blockchain).

Queste tecnologie sono in grado di portare una vera e propria rivoluzione anche nel settore immobiliare, portando nuova linfa ad un settore che ormai da anni vive una crisi profonda. Si pensi alla raccolta di fondi (c.d. “crowdfunding”) che potrebbe avvenire convogliandoli nell’acquisizione di token rappresentativi di quote di investimenti immobiliari che possano fruttare un rendimento ai sottoscrittori. L’elemento più importante per una piattaforma che si proponesse di tokenizzare diritti immobiliari sarebbe quella di garantire il collegamento inscindibile tra token e bene reale. Quando questo risultato potesse essere considerato come raggiunto, si aprirebbero scenari davvero inediti.

Si pensi alla possibilità di finanziare la costruzione di opere pubbliche o private importanti, come stadi, musei, centri congressi, villaggi turistici o anche più semplicemente un condominio suddiviso in unità immobiliari da concedere in locazione. Anche avendo a disposizione soltanto 100 euro, potrei investire questa somma acquistando un token rappresentativo di una quota ideale di un immobile, fruendo di una potenziale rendita e avendo la possibilità di rivenderlo quando volessi. Si creerebbe un mercato per la vendita dei token e la facile divisibilità e trasferibilità di essi, determinerebbe un potenziale aumento della liquidità, agevolando notevolmente quello che oggi costituisce una delle difficoltà maggiori del mercato. Certamente un grande vantaggio, anche se non mancano i pericoli legati alle possibili frodi informatiche.

Realtà o fantasia? La risposta è nel futuro prossimo.

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