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Il rendiconto dell’amministratore di sostegno

Prima di parlare del rendiconto dell’amministratore di sostegno è bene chiarire il ruolo svolto da questa figura a cui abbiamo dedicato un articolo apposito. L’amministratore di sostegno ha visto la luce nell’ordinamento italiano con la Legge n. 6/2004, la quale ha previsto questa figura a tutela di tutte quelle persone che, a seguito di infermità, menomazione fisica ovvero psichica, sono impossibilitati a provvedere ai loro interessi.

amministratore di sostegno rendiconto
I beneficiari di questa misura sono anziani e/o disabili ma anche soggetti dipendenti da alcool o sostanze stupefacenti, detenuti e tutti coloro i quali non versino in una situazione grave a tal punto dal renderli totalmente incapaci di provvedere ai propri interessi e rendere così necessario il ricorso all’istituto dell’interdizione; in conseguenza di quanto affermato, la condizione necessaria affinché si possa far ricorso all’amministratore di sostegno è che i beneficiari siano in grado di esprimere i propri bisogni.

Il rendiconto dell’amministratore di sostegno: cos’è e come si compila

L’amministratore di sostegno è obbligato ex lege al deposito del rendiconto presso il Giudice Tutelare nominato al termine di ogni anno di gestione, in modo tale che quest’ultimo possa vigilare sull’attività svolta dall’amministratore. All’interno del documento (molti tribunali propongono modelli di rendiconto da compilare e raccomandano di utilizzarli, per facilitare il compito all’amministratore, anche se non sono obbligatori) è necessario indicare lo stato del patrimonio all’inizio del periodo, quantificando:

  • le somme disponibili sui conti correnti;
  • le somme investite;
  • i beni immobili;
  • le autovetture di cui è intestatario il beneficiario.

Successivamente, l’amministratore dovrà elencare tutte le entrare del beneficiario durante il periodo, a tal fine si rivela utile suddividerle per categorie (ad es. pensioni, canoni di locazione, lasciti ereditari, ecc). Si procederà nello stesso modo anche con l’annotazione di tutte le uscite riferite al periodo di riferimento. Infine il rendiconto si conclude con l’indicazione dello stato del patrimonio alla fine del periodo di riferimento. Il termine entro cui va presentato è di 60 giorni che iniziano a decorrere dalla chiusura del periodo di riferimento il quale coincide con il tempo trascorso dall’assunzione dell’incarico (si ricordi, però, che detto termine non è essenziale).

Allegazioni, rendiconto, scontrini: cosa si deve fare?

Alcuni tribunali richiedono l’allegazione degli estratti conto relativi al periodo di riferimento: per questo motivo è consigliabile effettuare tutte le spese a favore del beneficiario a mezzo di strumenti di pagamento tracciabili, in modo da rendere più semplice la compilazione finale del rendiconto.
Qualora i pagamenti per i beni e servizi a favore del beneficiario vengano effettuati in contanti si rende necessario allegare anche gli scontrini fiscali. Il Giudice Tutelare può effettuare così un controllo incrociato, sfruttando la documentazione allegata dall’Amministratore e i valori riportati nel rendiconto, riuscendo a valutare la bontà dell’operato.

Approvazione e non approvazione da parte del Giudice Tutelare

Una volta depositato il rendiconto, il Giudice incaricato lo ispeziona e in caso di esito positivo appone il proprio visto; se richiesto dall’amministratore, il Giudice può liquidare un’equa indennità in favore dello stesso (a seguito di approvazione scritta come vedremo in seguito), valutando l’attività svolta e il patrimonio residuo. Non è scontato che il Giudice Tutelare approvi il rendiconto: in caso di necessità ha facoltà di chiedere un chiarimento all’amministratore, concedendogli un termine per il deposito dei documenti eventualmente richiesti ovvero convocarlo in udienza per chiarimenti. In merito a questo ultimo punto, si ricorda che ai sensi dall’articolo 44 delle disposizioni per l’attuazione del codice civile, il giudice tutelare può convocare in qualsiasi momento l’amministratore di sostegno per ottenere informazioni sulla gestione ovvero per offrire istruzioni circa gli interessi del beneficiario. Se il Giudice Tutelare non è soddisfatto di quanto e come operato dall’amministratore, potrebbe provvedere a sollevare lo stesso dal suo incarico e nominarne un altro.

L’approvazione scritta del rendiconto

Come poco sopra accennato, l’approvazione scritta non è richiesta dalla legge, ma si rende necessaria qualora, come nell’ipotesi sopra riportata, l’amministratore desideri ottenere un’indennità a seguito del suo operato: anche la giurisprudenza ha più volte subordinato la corresponsione del compenso all’approvazione della relazione e del rendiconto finale.

L’usufrutto legale

L’usufrutto legale è previsto dall’art. 324 del codice civile, ed è il diritto spettante ai genitori, esercenti la responsabilità genitoriale, di utilizzare e fruire dei beni del minore, fino a che il minore medesimo non abbia compiuto la maggiore età.

usufrutto legale

Che funzione ha l’usufrutto legale?

La funzione dell’usufrutto legale è strettamente legata alla protezione degli interessi della famiglia, ancor prima del minore, infatti, i frutti percepiti dovranno essere utilizzati in funzione di un più generale interesse della famiglia: tale concezione è da ravvisarsi nel dovere di solidarietà tra consanguinei, riscontrabile anche nell’art. 315 – bis c.c., secondo cui anche il figlio che conviva con la famiglia, deve contribuire al sostentamento della stessa.

Il minore ha capacità di agire?

La capacità di agire, e quindi, l’idoneità di un soggetto a compiere atti giuridici, si acquisisce con il compimento del diciottesimo anno di età, e, pertanto, prima di tale evento, il minore non può validamente compiere un atto dispositivo del proprio patrimonio, in quanto ritenuto dall’ordinamento non ancora “maturo” per comprendere la portata di tali atti giuridici. Pertanto, tali atti verranno compiuti in nome e per conto del minore dai genitori che ne esercitano la responsabilità genitoriale, debitamente autorizzati dal Tribunale competente.

Che differenza c’è con l’usufrutto ordinario?

In primo luogo, la differenza consiste nell’ampiezza dei poteri connessi al diritto, in quanto i genitori, usufruttuari legali, devono amministrare i beni, e i frutti ritratti devono essere utilizzati per i bisogni del nucleo familiare. Inoltre, tra le facoltà connesse all’usufrutto legale, vi è la facoltà di modificarne la destinazione, facoltà non ammessa per quanto riguarda l’usufrutto ordinario, e infine mentre l’usufrutto ordinario “segue” il bene, e la sue vicende sono insensibili a quelle della nuda proprietà, l’usufrutto legale è legato alla proprietà del minore, e, pertanto esiste fin tanto che il minore è proprietario. Il minore, comunque, debitamente rappresentato, e autorizzato dal Tribunale, può sempre cedere sia l’intera proprietà, sia la sola nuda proprietà degli immobili di cui è proprietario.

I genitori possono cedere l’usufrutto legale?

No, non è possibile, e, per come detto, solo il Tribunale può eventualmente autorizzare i genitori a cedere, in nome e per conto del minore la proprietà dell’immobile, o l’usufrutto “ordinario”.

Ho molti debiti, e sono usufruttuario legale di un bene di mio figlio, i miei creditori possono ipotecare tale bene?

No, i creditori personali del genitore, possono solo aggredire i frutti, come ad esempio i canoni di locazione incassati dai genitori, e solo se i debiti sono contratti per scopi inerenti i bisogni della famiglia. I creditori personali del genitore, inoltre, non possono ipotecare il bene di proprietà del minore, proprio perché i genitori non ne sono proprietari, ma solo “gestori”. Pertanto, qualora uno dei genitori avesse problematiche finanziarie, derivanti da un’attività in proprio, i frutti dei beni del minore, non sono aggredibili.

I frutti non utilizzati da parte del genitore vanno restituiti al figlio al compimento della maggiore età?

In linea generale no, i frutti non utilizzati da parte dei genitori, continuano ad essere patrimonio dei medesimi genitori, pur non perdendo il “vincolo di destinazione” impresso per Legge dalla natura dal bene da cui derivano. In un unico caso i genitori, o il genitore superstite, sono tenuti alla restituzione di tali frutti, ovvero quando essi contraggano un nuovo matrimonio. Lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio, infatti, fa venire meno il preminente bisogno della famiglia, e tali frutti, non consumati, verranno restituiti al figlio, ormai divenuto maggiorenne, il quale li potrà destinare e utilizzare a proprio piacimento.

L’usufrutto legale spetta anche sui beni del minore adottato?

Pur in caso di adozione “legittimante”, i genitori non hanno sui beni del minore l’usufrutto legale, e, pur ritraendo i frutti dei beni, sono tenuti a utilizzarli esclusivamente per la cura del minore e non in generale nell’interesse della famiglia. Tale disciplina, sancita dall’art. 48 co. 3 della L. 184/1983, è quindi più restrittiva rispetto a quella del codice civile, che prevede il reimpiego delle somme nell’interesse del nucleo familiare, e ciò in funzione di maggior tutela del patrimonio del minore adottato.

Quali poteri hanno i genitori in caso di usufrutto legale?

I genitori, esercenti la responsabilità genitoriale, quali usufruttuari legali, possono compiere atti in nome e per conto del minore, purché debitamente autorizzati. Differentemente da chi è usufruttuario, i genitori usufruttuari legali, se ravvisano l’interesse del minore, possono persino cambiare la destinazione del bene, circostanza che distingue nettamente la figura dell’usufruttuario ordinario, a cui è precluso qualsiasi cambio di destinazione e funzionalità del bene stesso.

L’usufrutto legale si estende a tutti i beni del minore?

Detto usufrutto, pur trovando fonte nella Legge, non si estende a tutte le proprietà del minore, ma solo ai beni corporali, ovvero ai beni che possano essere oggetto di possesso. Non rientrano, quindi, nel perimetro gestorio dell’usufrutto legale i diritti di credito, e oltre a questi, i beni indicati nel terzo comma dell’art. 324 c.c., ovvero quelli acquistati con i proventi dell’attività lavorativa del minore, i beni ricevuti in dono per intraprendere una professione (si pensi a un legato testamentario avente a oggetto un ufficio), o i beni per i quali il donante abbia effettuato la donazione con l’espressa esclusione dell’usufrutto legale dei genitori.

Cosa accade se il patrimonio del minore è male amministrato?

Nell’amministrazione dei beni del minore, i genitori sono sottoposti alla vigilanza del Tribunale, il che implica che non possono compiere atti di amministrazione se non previa autorizzazione del Tribunale stesso, e, qualora compiano atti di amministrazione in pregiudizio delle ragione del minore, possono essere privati sia dell’amministrazione dei beni, sia, nei casi più gravi dello stesso usufrutto legale. Qualora entrambi vengano rimossi dall’amministrazione, il minore non potrà gestire i beni di proprietà in proprio, in quanto incapace d’agire, e il Tribunale nominerà ai sensi dell’art. 334 c.c. un curatore, che, fino alla maggiore età del minore, avrà l’obbligo di amministrare i beni nell’interesse del minore stesso.

L’intervento del Notaio nella volontaria giurisdizione

All’interno del novero dei professionisti legittimati alla presentazione dei ricorsi di volontaria giurisdizione rientra anche il Notaio, e non solo per i ricorsi relativi agli atti per i quali sia stato richiesto il suo ministero, ai sensi dell’art. 1 L. 89/1913. La competenza del Notaio nell’ambito della giurisdizione volontaria concerne anche determinati atti per i quali sia all’uopo delegato dal Tribunale.

volontaria giurisdizione

Il Notaio necessita sempre di un incarico scritto per procedere con il ricorso?

Generalmente sì. Il conferimento dell’incarico professionale al Notaio, con riferimento all’atto da stipularsi, è indefettibile e se è presente si sopperisce alla necessità di una procura, necessaria invece per gli altri professionisti. Tuttavia l’incarico professionale può derivare non solo dalla parte interessata all’atto, ma anche dalla Legge, come nel caso dell’art. 2330 c.c. che prevedeva l’obbligo per il Notaio di presentare il ricorso per l’omologa dell’atto costitutivo delle società commerciali, ormai soppresso dalla L. 340/2000.

Il Notaio incaricato del ricorso dovrà obbligatoriamente stipulare il successivo atto notarile?

No, non vi è un obbligo in tal senso, tuttavia, poiché il Notaio avrà presentato il ricorso su incarico di parte, e quindi avrà ricevuto un incarico professionale in tal senso, è evidente che se la parte non intende procedere con il medesimo professionista quanto alla stipula, sarà necessario liquidare le spettanze del Notaio postulante, e, solo dopo il saldo di quanto dovuto, proseguire con la stipula presso altro un collega.

A chi spetta la nomina del Notaio per la presentazione del ricorso?

Normalmente, se il Notaio è stato incarico di procedere con un atto connesso al ricorso stesso, sarà il medesimo pubblico ufficiale a essere incaricato per la presentazione del ricorso di volontaria giurisdizione. Formalmente – comunque – spetta sempre a chi ha l’interesse alla presentazione del ricorso, la scelta del Notaio che, come visto in precedenza, potrebbe non essere il Notaio incaricato della successiva stipula.

Il Notaio può presentare ricorso per la nomina dell’amministratore di sostegno?

No, il Notaio non è competente per la presentazione di tale ricorso, in quanto esso afferisce alla nomina dell’amministratore di sostegno e non a un atto che questi deve compiere in nome e per conto del soggetto amministrato. L’interessato alla nomina, ovvero uno dei soggetti di cui all’art. 417 c.c., dovrà quindi rivolgersi a un avvocato al fine di presentare il relativo ricorso, corredato della relativa documentazione da presentare al Giudice Tutelare del Tribunale ove l’amministrando ha la residenza, ai sensi dell’art. 404 c.c. Lo stesso principio vige per quanto concerne il ricorso volto alla nomina di un tutore in favore dell’interdetto e del curatore dell’inabilitato.

In quali casi il Notaio è delegato dal Tribunale per il compimento di atti di volontaria giurisdizione?

I casi più frequenti in cui il Notaio è delegato direttamente dal Tribunale al compimento dell’atto, e non già incaricato dalla parte interessata, sono l’apertura forzata delle cassette di sicurezza ai sensi dell’art. 1841 c.c. (apertura di cassetta il cui contratto sia scaduto), il compimento delle operazioni divisionali, deferite al Notaio nell’ambito di una divisione giudiziale ex art. 730 c.c., allorquando non vi sia accordo tra i coeredi nell’individuazione del professionista. È anche il caso di ricordare altre residuali ipotesi di intervento, ovvero la rimozione dei sigilli ai sensi dell’art. 765 c.p.c., e l’estratto dei libri commerciali di cui sia disposta l’esibizione ai sensi dell’art. 212 c.p.c.

Il Notaio è autorizzato a rilasciare le copie dei provvedimenti di volontaria giurisdizione?

Le copie dei provvedimenti autorizzativi vengono rilasciate dalla cancelleria del Tribunale competente, ove il ricorso è stato presentato, tuttavia, una volta che l’autorizzazione sia stata allegata, pur non essendo necessaria detta allegazione, all’atto notarile stipulato, il Notaio, se richiesto ne può rilasciare una copia conforme.

Con un unico ricorso si possono presentare più istanze di autorizzazione alla vendita?

Sì, con un unico ricorso è possibile richiedere l’autorizzazione a vendere più beni ereditari. Tale modus operandi, certamente, ha il pregio di ridurre i costi, ma, si badi bene, le vendite dovranno essere stipulate in un breve lasso di tempo: tra i documenti – infatti – da prodursi al Tribunale competente vi sarà anche una perizia di stima dei beni oggetto di vendita, che, a seguito del decorso del tempo, potrebbe comportare la non aderenza del valore indicato al valore di mercato al quale la vendita è stata convenuta. È sempre opportuno recarsi dal proprio Notaio di fiducia per valutare i criteri e le modalità con cui procedere, onde evitare lo spreco di denaro.

Vi è un tariffario notarile fisso per l’attività di volontaria giurisdizione?

No. L’onorario notarile per i procedimenti di volontaria giurisdizione varia a seconda della complessità del ricorso da presentare. Non di rado, peraltro, l’onorario notarile viene calcolato tenendo presente anche l’attività connessa all’atto di vendita, e, quindi sarà sempre opportuno richiedere un preventivo scritto per conoscere l’importo di quanto dovuto al professionista. In ogni caso, dalla mera circostanza che il Notaio sia stato incarico della vendita successiva, non si può dedurre la gratuità della prestazione professionale concernente la fase autorizzativa del ricorso di volontaria giurisdizione.

La vendita di beni ereditari e la competenza notarile

All’interno del novero degli atti notarili richiesti al Notaio rientra certamente la vendita dei beni ereditari, per cui, ogniqualvolta l’eredità sia stata accettata con beneficio di inventario, il Notaio è legittimato a presentare, su richiesta della parte interessata, il ricorso di volontaria giurisdizione volto a ottenere l’autorizzazione alla vendita dei beni stessi.

vendita beni ereditari

Il Notaio è obbligato a presentare il ricorso?

No. L’attività svolta dal Notaio in questo caso è un’attività connessa al profilo privatistico della sua funzione e quindi alla figura di libero professionista ancorché pubblico ufficiale. La competenza in ordine al ricorso di volontaria giurisdizione è infatti concorrente con quella dell’avvocato, e, anche la stessa parte può presentarlo in proprio, nei casi previsti dalla Legge. Tuttavia, qualora il Notaio sia incaricato di procedere a questo adempimento preliminare, trattandosi di attività pur connessa anche se non obbligatoria, è dovuto il relativo compenso previsto dalla Legge.

Ogni Notaio è competente per la presentazione relativa a qualsiasi atto di vendita di beni ereditari?

No. Il Notaio è competente alla presentazione dei ricorsi in tema di volontaria giurisdizione solo con riferimento ai ricorsi connessi in modo immediato e diretto agli atti da lui stipulandi. Pertanto il Notaio avrà competenza solo qualora sia stato incarico di procedere anche alla stipula di un atto per il quale è necessaria l’autorizzazione giudiziale alla vendita, e quindi, trattandosi di vendita di beni immobili o mobili oggetto di eredità accettata con beneficio di inventario ai sensi di Legge. Non sarà – quindi – competente, alla presentazione del ricorso afferente un atto notarile da stipularsi presso altro Notaio, pur tuttavia il Pubblico Ufficiale incaricato della stipula è competente a presentare ricorsi presso qualunque autorità giudiziaria, senza che ciò di per sé violi il principio di territorialità connesso alla competenza notarile, che a oggi è, salvo rare eccezioni, connesso al territorio regionale.

Cosa succede se un bene viene alienato senza autorizzazione giudiziale?

Qualora un bene venga alienato in assenza di autorizzazione, l’erede decadrà dal beneficio di inventario, ai sensi dell’art. 493 c.c., e così anche se sottopone a pegno o ipoteca beni ereditari, o transige relativamente a questi beni senza l’autorizzazione Giudiziaria e senza osservare le forme prescritte dagli artt. 747 e 748 c.p.c.

L’autorizzazione a vendere beni ereditari è sempre necessaria?

No, l’autorizzazione non è sempre necessaria, e in particolare non va chiesta quando l’erede è pienamente capace di agire ed è intenzionato a decadere dal beneficio di inventario, e ciò accade quando non voglia continuare a far propri gli effetti tipici del beneficio, qual’è, ad esempio, la separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede. Non è altresì necessaria l’autorizzazione giudiziale quando l’erede compia un atto di ordinaria amministrazione (ovvero un atto non dispositivo dei beni ereditari). Tale atto, se compiuto in pregiudizio delle ragioni creditorie può dar luogo, al limite, a responsabilità dell’erede beneficiato, ai sensi dell’art. 491, ma non alla decadenza dal beneficio: l’erede, infatti, ha l’onere di buona amministrazione dell’asse ereditario e risponderà comunque solo nei casi di colpa grave. Tale responsabilità determina il solo obbligo di risarcire il danno provocato ai creditori ereditari.

Quali sono gli atti di straordinaria amministrazione per i quali è necessaria l’autorizzazione giudiziale alla vendita?

Gli atti di straordinaria amministrazione sono individuati sulla base del c.d. “criterio normativo” e, quindi, sono da ricomprendere all’interno di tale categoria gli atti per i quali l’ordinamento richiede l’autorizzazione giudiziale: si farà riferimento quindi agli articoli 320, 374 e 375 c.c.. Ugualmente sono da considerarsi atti di straordinaria amministrazione tutti quegli atti che producono effetti analoghi a quelli indicati da questi articoli. Criterio residuale per individuare la straordinarietà dell’atto, e quindi per capire quando occorra l’autorizzazione giudiziale, è la natura dell’atto in relazione agli effetti prodotti: pertanto sarà necessaria l’autorizzazione giudiziale quando l’atto da compiere incide sul capitale e, pertanto, modifica la consistenza patrimoniale del soggetto che lo deve compiere.

Come si fa a individuare il giudice competente al rilascio dell’autorizzazione?

Naturalmente sarà il Notaio a individuare il giudice competente per il rilascio dell’autorizzazione. Ad ogni modo, il criterio discretivo, risiede nella natura ereditaria, o meno, del bene da cedere. Infatti, la competenza spetterà al giudice delle successioni ex art. 747 c.p.c. allorquando la fase ereditaria non sia ancora conclusa, mentre invece, la competenza ad autorizzare la vendita spetterà al giudice degli incapaci, sulla base delle singole disposizioni, qualora la fase ereditaria sia conclusa, e il bene definitivamente acquisito al patrimonio dell’erede.

Quando è da intendersi conclusa la fase ereditaria e quindi i beni definitivamente acquisiti al patrimonio dell’erede?

Per quanto concerne i beni mobili, essi si intendono definitivamente acquisiti al patrimonio dell’erede trascorsi cinque anni dall’accettazione beneficiata, e, pertanto, decorso tale termine non sarà necessaria alcuna autorizzazione alla vendita. Relativamente ai beni immobili, se i creditori vengono liquidati per tramite della liquidazione concorsuale, essi si intendono definitivamente acquisiti al patrimonio dell’erede decorsi tre anni dal momento in cui lo stato di graduazione dell’eredità beneficiata è divenuto definitivo, mentre nel caso di liquidazione c.d. “alla spicciolata”, i beni rimangono ereditari, e come tali abbisognano di autorizzazione per la vendita, fino al decorso del termine di dieci anni dall’apertura della successione.

La liquidazione dei creditori ereditari

Il pagamento dei debiti ereditari può avvenire da parte dell’erede attraverso tre modalità: la liquidazione individuale, la liquidazione concorsuale e il rilascio dei beni ereditari. Tali modalità presuppongono la passività dell’asse ereditario, e quindi, la circostanza che i debiti ereditari superino le attività. L’erede, in ogni caso, dovrà accettare l’eredità con beneficio d’inventario, anche per evitare di dover rispondere con il proprio patrimonio dei debiti ereditari.

pagamento debiti ereditari

1) Che cos’è la liquidazione individuale?

Questa modalità di liquidazione è la più semplice, e, nella prassi la più diffusa in caso di eredità passive, ed è prevista dall’ordinamento all’art. 495 c.c. Essa permette all’erede di pagare i debiti senza seguire particolari formalità, trascorso un mese dalla trascrizione di cui all’art. 484 c.c.. In questo caso l’erede liquiderà i creditori e i legatari nell’ordine di richiesta, man mano che si presentano e, fino a esaurimento dell’attivo. Il pagamento potrà essere effettuato oltre che con denaro liquido esistente nell’eredità, anche con il denaro ricavato dall’alienazione dei beni ereditari, il tutto previa autorizzazione del Tribunale del luogo di apertura della successione. La liquidazione individuale può essere posta in essere quando non vi sia stata opposizione dei creditori e, qualora, l’erede, di sua spontanea iniziativa non abbia preferito procedere con la modalità di liquidazione concorsuale.

Vi è un termine per il pagamento dei debiti ereditari in caso di liquidazione individuale?

No. Tale modalità di liquidazione dei creditori, pur essendo la meno onerosa e la più snella ha il difetto di non garantire certezza delle tempistiche entro cui i creditori hanno diritto a essere soddisfatti. La Legge non prescrive un termine massimo di liquidazione e la perdita della qualifica di bene ereditario è collegata alla prescrizione dei crediti ereditari medesimi, che si prescrivono – di norma – in dieci anni. Tuttavia, è sempre possibile, anche dopo il decorso di tale termine che un creditore, rimasto inerte in quanto non a conoscenza del decesso del defunto o perché il proprio credito risulti essere sottoposto a condizione, eserciti le azioni a tutela del proprio credito nei confronti dell’erede. Il rischio in questo caso è che i beni dell’asse possano essere aggrediti senza termine dai creditori del defunto.

I beni mobili possono essere quindi sempre aggrediti dai creditori del defunto?

No, i beni mobili, quali ad esempio gioielli e preziosi, e i beni mobili registrati, quali autoveicoli e imbarcazioni, vengono liberati dopo cinque anni dalla dichiarazione di accettazione con beneficio di inventario, ai sensi dell’art. 493 c.c., pertanto, decorso tale termine essi si possono considerare definitivamente acquisiti al patrimonio dell’erede.

Cosa succede se non vi è abbastanza attivo per pagare i debiti ereditari?

I creditori rimasti insoddisfatti hanno soltanto diritto di regresso contro i legatari, se esistenti (e non contro gli altri creditori) nei limiti del valore del legato. Tale diritto si prescrive in tre anni dal giorno dell’ultimo pagamento, salvo che il credito sia anteriormente prescritto nel termine ordinario di dieci anni.

L’erede può vendere nelle more della liquidazione un bene ereditario?

Certo, l’erede può sempre vendere i beni immobili ereditari, purché sia debitamente autorizzato dal Tribunale ai sensi dell’art. 747 c.p.c.: anzi, la vendita di beni immobili ereditari è la modalità più immediata con cui realizzare la provvista funzionale al pagamento dei debiti ereditari.

Terminata la liquidazione dei debiti ereditari che succedere ai beni del defunto? L’erede li può considerare di sua proprietà?

Certo. I beni del defunto rimasti nell’asse e non alienati, rimangono di proprietà dell’erede accettante, e, quindi una volta pagati tutti i debiti ereditari, potrà cederli e ritrarne senza limiti il ricavato.

2) Quando si dà avvio alla liquidazione concorsuale?

La liquidazione concorsuale è ispirata al principio della par condicio creditorum, e verrà posta in essere dall’erede qualora vi sia stata opposizione dei creditori o legatari ai sensi dell’art. 498, 1° comma c.c. alla procedura di liquidazione individuale, ovvero qualora l’erede preferisca tale modalità alla liquidazione individuale, e ciò ai sensi degli artt. 495 e 503 c.c.Tale scelta è suggerita dalle circostanze di fatto e in special modo quando non sia possibile conoscere il numero e la quantità dei debiti ereditari medesimi. Non di rado, infatti, il defunto avrà contratto molti e plurimi debiti, di cui è arduo rintracciare i creditori: pertanto tale modalità, grazie agli avvisi previsti dalla Legge, garantisce all’erede assoluta certezza di calcolare in modo puntuale il valore delle passività.

Chi decide di procedere con la liquidazione concorsuale?

Naturalmente la scelta ricade sull’erede, che si dovrà consultare con un Notaio del luogo di apertura della successione, il quale avrà cura di verificare l’opportunità di tale procedura, tenuti presenti anche i costi, che rispetto alla procedura di liquidazione individuale sono certamente più elevati, anche in ragione della gravosa e lunga opera di liquidazione dell’eredità a cura del Notaio incaricato.

Quali sono le fasi della liquidazione concorsuale?

In primo luogo, ai sensi dell’art. 498 c.c. si procede, per tramite di un Notaio, all’invito formale spedito ai creditori ereditari e pubblicato in Gazzetta Ufficiale, al fine di renderli edotti dell’inizio della procedura di liquidazione concorsuale e dei termini entro i quali presentare le dichiarazioni di credito. Entro il termine fissato, non inferiore a trenta giorni dall’invito, i creditori ereditari presentano le rispettive proprie dichiarazioni di credito per partecipare alla futura ripartizione concorsuale dell’attivo ereditario.

Cosa succede se un creditore non presenta nei termini la propria dichiarazione di credito?

Il creditore che presenti la propria dichiarazione di credito “fuori termine”, o non la presenti affatto, potrà soddisfarsi su quanto residuerà dalla liquidazione, e, qualora nulla residuasse, pur avendo titoli di preferenza, non potrà avere alcuna soddisfazione. Il creditore che ritenga di aver comunque presentato nel termine la propria dichiarazione di credito, pur non ricompreso nello stato di graduazione dell’eredità di beneficiata, può impugnare lo stesso stato di graduazione, a mezzo di reclamo ai sensi dell’art. 501 c.c.

L’erede può pagare autonomamente i creditori ereditari?

Si, l’erede può pagare liberamente i debiti dei soli creditori privilegiati, mentre, dovrà attenersi scrupolosamente allo stato di graduazione quanto al pagamento dei creditori non privilegiati e, solo previa autorizzazione del Tribunale potrà vendere i beni ereditari per pagare i debiti ereditari. Ogni pagamento non effettuato nel rispetto dello stato di graduazione o la vendita di beni ereditari senza debita autorizzazione, comporta la decadenza dal beneficio per l’erede e, come tale, egli risponderà anche con il proprio patrimonio dei debiti ereditari.

3) Il rilascio dei beni ereditari

Il terzo modo per procedere alla liquidazione dell’eredità è previsto dall’art. 507 c.c., che prevede il rilascio dei beni a favore dei creditori e dei legatari. Il rilascio dei beni non è un atto traslativo della proprietà, ma un negozio unilaterale e recettizio che comporta l’abbandono dell’amministrazione dei beni ereditari stessi, che passa a un curatore dell’eredità, nominato dal Tribunale del luogo dell’apertura della successione, su istanza dell’erede stesso o di uno dei creditori. Il curatore dell’eredità venderà i beni secondo le norme della liquidazione concorsuale, e procederà cosi al pagamento di tutti i debiti; qualora da ciò residuasse qualche attività, essa spetta all’erede.

Quando si procede al rilascio?

L’erede provvederà al rilascio dei beni ereditari quando si trovi nell’impossibilità nella gestione dei beni ereditari o non sia in grado di gestirli in proprio, pur con l’aiuto del Notaio. Naturalmente il rischio della procedura risiede nel pericolo di scarso realizzo dalla vendita dei beni, ma certamente il pregio di tale modalità di liquidazione sta nel consentire all’erede di non sopportare gli oneri, anche in termini di tempo, derivanti dall’amministrazione dei beni ereditari e, soprattutto, nel non rischiare mediante atti di disposizione patrimoniale la decadenza dal beneficio. Decisa questa modalità di liquidazione l’erede dovrà dare avviso, con lettera raccomandata ai creditori e quindi provvedere alla relativa pubblicazione in Gazzetta Ufficiale ai creditori e all’iscrizione della dichiarazione nel registro delle successioni e alla pubblicità presso i registri immobiliari.
Dal momento in cui è trascritta la dichiarazione di rilascio, gli atti di disposizione dei beni ereditari compiuti dall’erede sono senza effetto rispetto ai creditori.

L’inventario di eredità

La competenza notarile in tema di inventario discende dall’art. 1 co. 2 n. 4b della Legge 16 febbraio 1913 n. 89, e, dall’art. 769 c.p.c, e rappresenta una delle competenze classiche del Notaio, che si estende anche al di fuori dei casi previsti dalla Legge, ovvero ai c.d. Verbali di constatazione volontari[1].

Di seguito si analizzerà l’ipotesi più ricorrente nella prassi, ovvero quella dell’inventario di eredità beneficiata, normata diffusamente dal codice civile, disciplina a cui il codice civile rinvia anche con riferimento ad altre ipotesi di inventario previste dalla Legge, ex art. 777 c.p.c.

inventario eredità

Quando si procede a un inventario?

Le ipotesi in cui il Notaio è chiamato ad erigere un inventario per Legge sono, tra le altre, l’inventario di eredità, in caso di accettazione beneficiata, ai sensi dell’art. 484 c.c., l’inventario di eredità giacente ai sensi dell’art. 529 c.c., l’inventario nei casi di assenza o morte presunta ai sensi degli artt. 52 e 64 c.c e l’inventario redatto dall’usufruttuario ai sensi dell’art. 1002 c.c.

I soggetti che possono richiederne la redazione solo coloro i quali hanno interesse all’inventario stesso, e in particolare, nel caso di accettazione con beneficio di inventario, lo stesso erede accettante. Un terzo estraneo, che non abbia alcun interesse attuale ma solo potenziale, o per mera curiosità, non può chiedere la redazione dell’inventario, asserendo, ad esempio, di voler conoscere il contenuto dell’eredità stessa: ai sensi dell’art. 100 c.p.c il richiedente deve avere interesse a ottenere un risultato utile giuridicamente.

Chi può redigere l’inventario?

La competenza del Notaio è concorrente con quella del cancelliere del Tribunale ove si è aperta la successione del defunto, del quale si procede all’accettazione di eredità con beneficio d’inventario. La competenza del Notaio è prevista anche oltre agli inventari previsti dalla Legge, in forza della previsione dell’art. 1 L.N.

È possibile scegliere direttamente il Notaio, senza adire il Tribunale?

Sì, la L. 10/2012 ha modificato l’art. 769 c.p.c ed ha consentito la nomina diretta del Notaio allorquando non siano stati apposti i sigilli all’eredità. Il procedimento di nomina, quindi, si limita all’accettazione del preventivo scritto che il Notaio incaricato avrà fornito e alla sottoscrizione dell’incarico professionale.

Chi deve essere avvisato circa le operazioni inventariali?

Ai sensi dell’art. 771 c.p.c devono essere avvertiti il coniuge superstite, gli eredi legittimi presunti, l’esecutore testamentario, se nominato dal defunto con testamento e i creditori che abbiano fatto richiesta della rimozione dei sigilli.

Cosa succede in caso di mancato avviso?

In caso di mancato avviso dei soggetti di cui sopra, nel termine di almeno tre giorni prima dall’inizio dell’inventario, l’inventario sarà loro inopponibile, e quindi il contenuto dell’inventario medesimo non avrà efficacia fino a querela di falso ai sensi dell’art. 2700 c.c. e i soggetti non avvisati ne possono respingere il contenuto[2].

È obbligatorio lo stimatore?

No, la presenza di uno stimatore non è obbligatoria ma certamente opportuna. Il Notaio può richiederne la presenza e l’ausilio, il cui costo sono a carico della parte, quando non sia in grado di determinare il valore dei beni mobili facenti parte del patrimonio da inventariare.
Tale circostanza, anzi, rappresenta la prassi, in quanto il Notaio potrebbe avere scarsa conoscenza del valore dei beni mobili, e in particolar modo con riguardo a preziosi e affini.

Chi sceglie lo stimatore?

Lo stimatore è scelto, per prassi, dalle parti e viene nominato dal Notaio in principio all’inventario, o, in taluni casi anche direttamente dal  Tribunale, ai sensi dell’art. 773 c.p.c. All’atto della nomina dovranno essere verificate le qualifiche professionali del medesimo stimatore, al fine di poterne valutare l’idoneità allo svolgimento dell’incarico conferitogli.

Possono essere omessi dei beni dall’inventario?

No, l’inventario del Notaio deve “fotografare” i beni caduti in successione nella loro integralità. Tuttavia, il pubblico ufficiale potrà ricevere le dichiarazioni delle parti partecipanti all’inventario, volte a contestare la titolarità di determinati beni rinvenuti nel patrimonio del defunto o nei locali inventariati, il tutto ai sensi dell’art. 775 c.p.c. Nella prassi, comunque, allorquando si rinvengano beni mobili di nullo valore, il Notaio, previa consultazione dello stimatore, potrà compierne una descrizione solo sommaria. È il caso di depositi o magazzini ove il defunto abbia raccolto o depositato cianfrusaglie o chincaglierie.

Cosa succede in caso di omissione di beni dall’inventario, per mala fede dell’erede?

Se l’erede che accetta con beneficio di inventario, occulta, tace o cela beni ricompresi nel patrimonio del defunto al fine di evitare il loro rinvenimento e quindi la relativa inventariazione, decade dal beneficio di inventario, e quindi risponderà dei debiti ereditari ultra vires hereditatis, quindi, anche con beni del proprio patrimonio personale.
È chiaro, infatti, che, accedendo ai locali di proprietà del defunto o che il defunto abitava stabilmente al momento del decesso, non sia consentito al Notaio conoscere se il medesimo possedeva altri beni depositati altrove. Pertanto, prima della chiusura delle operazioni inventariali, il Notaio rogante chiederà agli intervenuti di confermargli l’inesistenza di altri beni da inventariare, ammonendoli delle conseguenze per il caso di dichiarazioni false o reticenti.

Cosa succede nel caso di rinvenimento di un testamento olografo?

Qualora al momento del sopralluogo venisse rinvenuto un testamento, il Notaio procede alla pubblicazione seduta stante, se sia anche in possesso dell’estratto per riassunto dell’atto di morte. Altrimenti, rinvierà la pubblicazione del testamento a successivo momento, previa descrizione del documento rinvenuto, e, se del caso, con l’accordo dei partecipanti all’inventario lo tratterrà custodendolo fiduciariamente fino al momento della pubblicazione stessa.

E nel caso di rinvenimento di un’arma?

Qualora nel corso dell’inventario il Notaio rinvenga un’arma, sia che essa sia funzionante sia che si tratti di armi antiche o artistiche non “in uso”, egli dovrà comunicare immediatamente l’esistenza della stessa, anche telefonicamente, mediante comunicazione all’autorità di Pubblica Sicurezza o alla più vicina Caserma dei Carabinieri, ai sensi dell’art. 20 co. 5 L. 110/1975. Le armi rinvenute non vanno rimosse o alterate in alcun modo e, se l’erede non è titolare di porto d’armi, dovrà consegnare le armi stesse alle autorità, previa inventariazione.

È possibile proseguire l’inventario in più sedute?

Certo. Nella prassi tale evenienza è particolarmente sentita, quando sia necessario inventariare beni in più luoghi, oppure quando, per la lunghezza delle operazioni inventariali, causata dalla mole dei beni rinvenuti all’interno delle proprietà del de cuius, non sia possibile in un’unica seduta concludere la descrizione e la valutazione dei beni medesimi.

Che efficacia ha l’inventario?

L’inventario ha la medesima efficacia di qualsiasi atto pubblico, quindi, ai sensi dell’art. 2700 c.c., fa piena prova fino a querela di falso dell’esistenza dei beni inventariati all’interno del patrimonio oggetto del verbale, nel momento in cui esso viene redatto dal pubblico ufficiale.

L’inventario è pubblico?

Sì. Come ogni atto pubblico rogato dal Notaio, chiunque ne può richiedere copia conforme al Notaio rogante, pagandone i relativi diritti. Il verbale di inventario, poi, è soggetto a pubblicità mediante inserzione del registro delle successioni tenuto presso la cancelleria del Tribunale ove si è aperta la successione, ovvero il Tribunale del luogo ove il defunto aveva l’ultimo domicilio.

Quali sono i costi dell’inventario?

Il verbale di inventario sconta l’imposta di bollo di euro 45, e l’imposta di registro di euro 200, oltre i costi necessari per l’inserzione del verbale medesimo presso il Registro delle successioni. Naturalmente, il costo complessivo varia a seconda della natura dei beni da inventariare e del tempo materialmente necessario al Notaio per compiere tutte le operazioni inventariali.
È sempre opportuno avere un preventivo colloquio con il proprio Notaio di fiducia al fine di valutare l’opportunità della procedura dal punto di vista economico e la complessità della stessa.

[1]In tal senso anche lo Studio 283-2012/C del Consiglio Nazionale del Notariato, a firma di Ernesto Fabiani.

[2]App. Roma 23 febbraio 1982 in Giust. Civ. 82, I, 1636.