L’azione di riduzione e la rinuncia tacita

La tutela dei legittimari, ovvero coloro che debbono in ogni caso addivenire alla successione del defunto, si attua con l’azione di riduzione, prevista dall’art. 549 c.c. L’azione di riduzione, in particolare, quanto ad operatività ed efficacia, si distingue in tre fasi distinte, ovvero l’azione di riduzione in senso stretto, l’azione di restituzione contro i beneficiari delle disposizioni ridotte e l’azione di restituzione contro i terzi acquirenti.
In questo breve articolo, ci occuperemo della prima fase, ovvero l’esercizio dell’azione di riduzione che, va esercitata contro le disposizioni lesive delle quota dei legittimari, e in particolare, in primo luogo, con essa si procede alla riduzione delle quote legali ab intestato (ex art. 553 c.c.), e solo in seguito, qualora non fosse sufficiente detta riduzione, si passa alla riduzione delle disposizioni testamentarie lesive, e, infine, qualora nemmeno con questa riduzione si riesca a integrare la quota di legittima lesa, si procede alla riduzione delle donazioni effettuate in vita dal defunto, partendo dalle più recenti fino a quelle più risalenti nel tempo.

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Chi esercita l’azione di riduzione?

L’azione di riduzione può essere esercitata solo dal legittimario leso o pretermesso, e, quindi, in particolare, possono esercitare l’azione di riduzione solamente i figli e il coniuge del defunto, o in mancanza di prole i genitori del defunto medesimo. Pertanto la categoria dei legittimati attivi all’esercizio dell’azione coincide con le categorie dei legittimari.

Quando si perde il diritto di agire con l’azione di riduzione?

L’azione di riduzione si prescrive nel termine ordinario di anni dieci, o, come vedremo in caso di rinuncia, tacita od espressa. Detto termine, tuttavia, inizia a decorrere da momenti diversi, a seconda che la disposizione lesiva sia una donazione o una disposizione testamentaria. Nel caso la lesione derivi da donazioni effettuate in vita dal defunto, il termine decorre dalla data di apertura della successione, ovvero dalla data della morte. Diversamente, se la lesione deriva da una disposizione testamentaria il legittimario fino a quando il chiamato in base al testamento non accetta l’eredità, il legittimario pretermesso non sarebbe legittimato a esperire l’azione di riduzione. Quindi in questo caso il dies a quo parte dalla data di accettazione dell’eredità del beneficiario della disposizione lesiva: l’accettazione di eredità è infatti irrevocabile, e, pertanto, da tale momento la lesione diventa “definitivamente attuale”.

Qual è la funzione dell’azione di riduzione?

La funzione dell’azione di riduzione è quella di permettere al legittimario, leso o pretermesso, di conseguire una quota di eredità di valore corrispondente alla quota riservatagli dalla Legge o, nel caso non sia pretermesso, ma “solamente” leso, di ottenere un’integrazione della quota di eredità già attribuitagli, per legge o per testamento, ma rivelatasi insufficiente, in modo che il suo valore raggiunga quello riservatogli dalla Legge. Tale funzione si realizza con una sentenza di accertamento costitutivo che conclude il giudizio di riduzione avanti il Tribunale.

È possibile rinunziare all’azione di riduzione?

Certo, i legittimari lesi o pretermessi, possono rinunciare all’azione di riduzione, ma solamente dopo la morte del soggetto della cui eredità di tratta. La rinuncia all’azione di riduzione, infatti, è diritto potestativo, e liberamente rinunziabile, e ha per effetto quello di rendere definitive e intangibili le situazioni giuridiche già determinata dal de cuius. Naturalmente, prima di procedere alla rinuncia è necessario sempre recarsi dal proprio Notaio di fiducia, o da un legale, per valutare l’opportunità della stessa, e, solo in caso di effettiva volontà si procedere con atto pubblico notarile debitamente trascritto nei Registri Immobiliari.

Si può revocare la rinuncia all’azione di riduzione?

No, una volta rinunciata l’azione di riduzione non è possibile tornare indietro, e ciò per tutelare la circolazione dei beni oggetto dell’eredità relitta. Se così non fosse, in qualsiasi momento, il legittimario leso o pretermesso, che cambiasse idea, potrebbe porre in pericolo le alienazioni effettuate medio tempore dai beneficiari delle disposizioni lesive o delle donazioni effettuate in vita dal de cuius.

Rinuncia all’azione di riduzione e rinuncia di eredità sono la stessa cosa?

No, sono istituti radicalmente diversi, in quanto la rinuncia di eredità attiene al diritto di accettare l’eredità relitta, mentre l’azione di riduzione è un’azione a tutela del legittimario che, pur chiamato nell’eredità, sia stato leso nell’aspetto quantitativo dei suoi diritti, perché, ad esempio, il testatore ha attribuito a questi una quota inferiore a quella prevista dalla Legge. La rinuncia di eredità, poi, può essere revocata fino a quando il chiamato in subordine non abbia accettato. La rinuncia all’azione di riduzione, d’altro canto, può essere effettuata, anche dal chiamato, accettante, che abbia avuto dal defunto, meno di quanto la Legge riserva.

È possibile incappare “involontariamente” nella rinuncia tacita all’azione di riduzione?

Mentre la rinuncia di eredità, a differenza dell’accettazione, non può avvenire tacitamente, e, quindi, nessuno, inconsapevolmente può rinunciare all’eredità nella quale sia stato chiamato in forza di Legge o di un testamento, è possibile che un comportamento concludente del legittimario leso o pretermesso gli possa precludere l’esercizio in giudizio dell’azione di riduzione. È necessario quindi, qualora i propri diritti siano stati lesi, attenersi a un comportamento stragiudiziale particolarmente accorto. Non è sufficiente, tuttavia, un qualsiasi comportamento per aversi rinuncia tacita all’azione di riduzione, ma, per comportare la rinuncia il comportamento, come sancito dalla la giurisprudenza di legittimità[1], deve sostanziarsi manifestazione inequivoca, ovvero chiara e precisa, di volontà da parte del legittimario leso.

Cosa si intende per comportamento “inequivoco”?

È comportamento inequivoco il comportamento dell’erede incompatibile con la volontà di agire nei confronti dei beneficiari delle disposizioni lesive per ridurre le stesse, e, pertanto, ad esempio, l’accettazione di un legato in sostituzione di legittima ai sensi dell’art. 551 c.c. anche per facta concludentia, effettuato dal legittimario, impedisce l’esercizio dell’azione di riduzione. La volontà di eseguire le disposizioni testamentarie lesive, da parte dell’erede leso, inoltre, comporta rinunzia tacita all’azione di riduzione, e così ad esempio è il comportamento con cui il legittimario immette volontariamente nel possesso, il beneficiario della disposizione lesiva.
Diversamente, una mera tolleranza, temporanea, all’utilizzo dei beni oggetto della disposizione lesiva, già nella disponibilità del beneficio, non comporta rinunzia tacita all’azione di riduzione, né tantomeno, sembrerebbe, a parere di chi scrive, comportare rinuncia tacita la vendita di un bene ereditario, attribuito al legittimario leso, se la lesione si è materializzata in favore di altri legittimari: l’accettazione tacita di eredità, infatti, va distinta dalla rinunzia all’azione di riduzione tacita, in quanto la prima comporta l’impossibilità di dismettere la chiamata ereditaria, mentre, la seconda non presuppone come condizione indifferibile l’accettazione di eredità con beneficio di inventario.

La vendita di un bene ereditario, comporta, quindi rinunzia tacita all’azione di riduzione oltre all’accettazione tacita di eredità?

A parere di chi scrive, essa comporta rinuncia all’azione di riduzione, solo se la disposizione lesiva è effettuata a favore di non coerede. Giacché, infatti, l’art. 564 c.c., prevede come condizione dell’esercizio dell’azione di riduzione nei confronti del terzo non coerede, l’accettazione di eredità beneficiata, la vendita di un bene ereditario, comportando l’accettazione tacita, preclude al legittimario leso l’esercizio dell’azione di riduzione verso il terzo non coerede.

[1]Cass. Civ. Sez. II, 5 gennaio 2018 n. 168

Il conflitto di interessi dell’Amministratore di sostegno

Nell’ambito della volontaria giurisdizione, il conflitto di interessi è da ravvisarsi nei casi in cui tra rappresentante (amministratore di sostegno in questo caso) e amministrato-beneficiario vi sia un contrapposizione di interessi attuale e, idonea, a procurare un danno patrimoniale alla sfera giuridica dell’amministrato. Non rileva in alcun modo un conflitto di natura morale, come nel caso in cui vi sia una contrapposizione, derivante da interessi non coincidenti, che si rifletta sulla sola sfera degli affetti o personale. Il conflitto di interessi dovrà essere valutato dal Giudice Tutelare in concreto, avendo riguardo alla situazione patrimoniale dell’amministrato e al danno che potrebbe derivare dal compimento di un determinato atto, avente comunque contenuto patrimoniale.

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Chi può rilevare il conflitto di interessi?

La situazione di conflitto di interessi dell’amministratore di sostegno, nei confronti dell’amministrato, può essere rilevata dal beneficiario stesso, ove il decreto di nomina abbia individuato una residua capacità di agire, dal pubblico ministero, ovvero dai soggetti di cui all’art. 406 c.c. (che richiama a sua volta l’art. 417 c.c.). La domanda, volta all’adozione degli opportuni provvedimenti, va presentata al Giudice Tutelare del Tribunale del luogo ove l’amministrato ha il proprio domicilio.

Il Notaio, incaricato di rogare un atto notarile relativo al patrimonio del beneficiario di amministratore di sostegno, è soggetto idoneo a presentar il ricorso?

Sì, infatti il Notaio, ai sensi dell’art. 1 Legge Notarile, ha facoltà di sottoscrivere e presentare ricorsi relativi agli affari di volontaria giurisdizione, e può presentare il ricorso al Giudice Tutelare per l’adozione degli opportuni provvedimenti allorquando ravvisi un conflitto di interessi tra rappresentante e rappresentato, ma solo se tale conflitto di interessi riguardi l’atto per il quale è stato richiesto. In ogni altro caso, ovvero quando il conflitto di interessi prescinda dall’atto notarile di cui il Notaio è stato richiesto, la legittimazione attiva alla presentazione del ricorso è limitata ai soggetti indicati nell’art. 410 co. 2 c.c..

Quali provvedimenti può adottare il Giudice Tutelare, in caso di conflitto di interessi?

La competenza del Giudice Tutelare, in tali casi, è esclusiva ai sensi dell’art. 411 c.c., e questi può disporre con decreto la nomina di un curatore speciale per il compimento di un singolo atto, ovvero, nei casi di definitiva situazione di conflitto, che renda inidoneo l’amministratore di sostegno a provvedere in modo perdurante agli interessi dell’amministratore, il Giudice Tutelare, può provvedere alla sua revoca, ai sensi dell’art. 413 c.c..

Quali atti può compiere il curatore speciale e a quali obblighi è soggetto?

Il curatore speciale potrà compiere gli atti per i quali sia stato nominato, mentre ogni altro atto sarà a lui precluso. A seguito del compimento dell’atto, egli dovrà provvedere a relazionare il Giudice Tutelare relativamente all’attività svolta, con apposita richiesta di inserimento nel fascicolo dell’amministrazione, trattenuto presso il Registro delle Tutele della Cancelleria del Tribunale ove la procedura di nomina dell’amministrazione di sostegno è stata avviata.

È possibile conoscere il nome del curatore speciale?

Sì, presso la Cancelleria del Tribunale è depositato il fascicolo delle amministrazioni di sostegno. La nomina del curatore speciale, a differenza della nomina dell’amministratore di sostegno non è annotata a margine dell’atto di nascita e, quindi, l’unico modo di conoscere chi sia e quali atti abbia compiuto il curatore speciale, è quello di accedere al fascicolo dell’amministrazione presso la Cancelleria del Tribunale. Sarà sufficiente pagare i diritti di consultazione e, per conoscerne il costo, è sufficiente inoltrare apposita richiesta alla Cancelleria competente.

Il Giudice Tutelare può provvedere alla revoca dell’amministratore di sostegno?

Sì e anche d’ufficio (senza apposita domanda) ai sensi dell’art. 413 co. 4 c.c.. Il Giudice Tutelare può – infatti – iniziare d’ufficio il procedimento per la revoca, allorquando ravvisi la necessità di una diversa protezione in favore dell’amministratore: essa viene avviata quando il beneficiario di amministrazione di sostegno abbia necessità di una forma di protezione più incisiva, quale ad esempio l’interdizione. Nelle more del procedimento per la revoca dell’amministratore, perché ritenuto inidoneo all’ufficio in quanto tale, o in quanto la misura dell’amministrazione di sostegno sia essa stessa insufficiente per la tutela dell’amministratore, il Giudice Tutelare nomina un curatore speciale.

Il curatore speciale ha funzioni anche relative alla cura della persona dell’amministrato?

Non di regola, infatti, il curatore speciale, può compiere singoli atti per i quali sia stato nominato, come nel caso in cui l’amministratore di sostegno sia in conflitto di interessi con l’amministrato, e, quindi, la sua attività è limitata al compimento dei soli atti giuridici dispositivi. Tuttavia, come nel caso sopra indicato della revoca dell’amministratore di sostegno per mala gestio, egli, sulla base di quanto indicato nel decreto di nomina, potrà rimanere in carica fino alla nomina del nuovo amministratore di sostegno, ed eccezionalmente sarà investito di un ufficio non avente carattere di mera occasionalità, pur essendo comunque temporaneo.

Può essere impugnato il provvedimento di revoca dell’amministratore di sostegno?

Il decreto motivato con cui il Giudice Tutelare dispone la revoca dell’amministratore di sostegno è reclamabile avanti alla Corte di Appello e, i provvedimenti di quest’ultima autorità, sono a loro volta ricorribili in Cassazione ai sensi dell’art. 720-bis c.p.c..

L’usufrutto vitalizio

In cosa consiste l’usufrutto? Definizione e principali caratteristiche

L’usufrutto consiste nel godimento del bene (mobile o immobile), con il dovere di rispettarne la destinazione economica e col diritto di trarne qualsiasi utilità (frutti) che il bene può dare (art. 981 codice civile). L’usufruttuario, pertanto, ha il possesso del bene (art. 982 codice civile). Il titolare del medesimo bene, in presenza di un usufruttuario, ne ha invece la nuda proprietà, cioè la piena proprietà svuotata dell’usufrutto. L’usufruttuario può utilizzare il bene direttamente oppure concederne luso a terzi, mediante un contratto di locazione, affitto o comodato. Nel caso di bene immobile ciò non può avvenire se il concedente si riserva il diritto di uso o abitazione dell’immobile, che ne consente l’utilizzo diretto (artt. 1021 e 1022 codice civile). Se non è stato espressamente vietato al momento della sua costituzione, l’usufruttuario può cedere o vendere il diritto di usufrutto, per un certo tempo o per tutta la sua durata; in questo caso, anche dopo il trasferimento dell’usufrutto, il diritto si estinguerà nel termine previsto nel titolo costitutivo o comunque alla morte dell’originario usufruttuario (art. 980 codice civile).

usufrutto vitalizio

Durata dell’usufrutto: cos’è l’usufrutto vitalizio?

L’usufrutto può essere a tempo determinato oppure vitalizio. L’usufrutto a tempo determinato è quello costituito per una durata di tempo ben stabilita al momento della costituzione. L’usufrutto vitalizio, invece, è l’usufrutto costituito in perpetuo per tutta la durata della vita dell’originario usufruttuario. L’usufrutto pertanto, si estingue alla scadenza del termine oppure alla morte del titolare, e il nudo proprietario ne acquisisce poi automaticamente la piena proprietà.

Il valore dell’usufrutto

Il valore dell’usufrutto a tempo determinato viene stabilito in base al tasso di interesse legale, determinato dal Ministero dell’Economia all’inizio di ogni anno. Il valore dell’usufrutto vitalizio dipende dalle probabilità di permanenza in vita dell’usufruttuario e quindi non è legato alla variazione del tasso di interesse legale. L’usufrutto vitalizio, infatti, vale tanto più quanto l’usufruttuario è giovane, e il suo valore si calcola con apposite tabelle statistiche ministeriali, stilate sulla base della durata media della vita. Quando cambia il tasso di interesse legale, il medesimo Ministero dell’Economia, infatti, determina i coefficienti da utilizzare per il calcolo del valore dell’usufrutto vitalizio e quindi per la determinazione dei valori tabellari. Queste tabelle, anche se sono dettate a fini principalmente fiscali, essendo espressione delle probabilità statistiche di durata residua della vita delle persone, sono utilizzate anche nell’ambito della contrattazione, al fine di definire il rapporto tra il valore della piena proprietà e quello di usufrutto e nuda proprietà del bene in contratto.

Come si calcola l’usufrutto vitalizio?

L’usufrutto vitalizio, come già descritto nell’articolo la compravendita della nuda proprietà, può essere determinato, mediante l’utilizzo dei valori tabellari, secondo due modalità:

  1. Moltiplicando il valore della piena proprietà per il tasso di interesse legale e poi per il coefficiente tabellare;
  2. Applicando al valore della piena proprietà due percentuali, determinate in base all’età del beneficiario dell’usufrutto e stabilite sempre nelle stesse tabelle fiscali; una percentuale é relativa all’usufrutto e l’altra alla nuda proprietà.

Cosa si intende per usufrutto generale vitalizio?

Il diritto di usufrutto vitalizio può essere costituito con un unico atto anche su più beni, anche di diversa natura, ovvero può essere costituito anche su tutti i beni di titolarità di un soggetto, purché ovviamente suscettibili di usufrutto. In questo modo viene determinato il c.d. usufrutto generale vitalizio (di tutti i beni).

Finalità dell’usufrutto vitalizio

La costituzione dell’usufrutto vitalizio è uno strumento spesso adoperato nella vendita di immobili: il prezzo di mercato dell’immobile, infatti, viene “scontato” del valore dell’usufrutto. L’usufrutto vitalizio, inoltre, può essere efficacemente utilizzato nell’ambito del passaggio generazionale, grazie allo strumento della donazione o vendita con riserva di usufrutto vitalizio a favore del donante o venditore. In questo modo un soggetto, pieno proprietario di un bene, solitamente immobile, costituisce su questo bene il diritto di usufrutto vitalizio e cede, a titolo oneroso o gratuito, la nuda proprietà del medesimo bene ad altro soggetto, riservandosene l’usufrutto appunto.
Ad esempio, un venditore, normalmente una persona anziana, può decidere di alienare la proprietà della sua casa, pur continuando a goderne e a viverci per il resto della sua vita. Il venditore, quindi, trasferisce la nuda proprietà dell’abitazione all’acquirente, riservandosi l’usufrutto vitalizio e, in questo modo, realizza un utile immediato continuando a godere della casa fino alla sua morte. Il compratore, dal canto suo, acquista l’immobile in nuda proprietà beneficiando di un prezzo ridotto rispetto a quelli di mercato, sottraendo il valore dell’usufrutto da quello della proprietà. L’acquirente ha così la prospettiva dell’attuale titolarità dell’immobile e del futuro godimento dello stesso nel momento in cui si verificherà la morte del venditore.

Si allega prospetto tabellare per il calcolo di nuda proprietà e usufrutto.

Coefficienti del diritto di usufrutto vitalizio per il 2021

Interdizione legale

L’interdizione legale è una misura di carattere sanzionatorio che deriva da una sentenza penale di condanna; è una misura diversa rispetto all’interdizione giudiziale, ma, come quest’ultima, comporta per l’interdetto legale una parziale incapacità di agire, e in particolare l’incapacità a compiere determinati atti giuridici.

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Quale finalità ha l’interdizione legale?

La finalità dell’interdizione legale è sanzionatoria, in quanto, in ragione della condanna ricevuta, l’ordinamento non ritiene il condannato soggetto meritevole di mantenere la piena capacità di agire, anzi, come vedremo, limita gli atti da lui realizzabili alla sola sfera personale. Pertanto, la finalità è quella di evitare che il condannato possa realizzare con le sue condotte atti non meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento giuridico.

Perché tale tipologia di interdizione si chiama “legale”?

A differenza dell’interdizione giudiziale, che, come fra poco vedremo, trova la sua fonte in un provvedimento giudiziale, l’interdizione legale è una misura accessoria e automatica, che esplica i propri effetti in modo diretto con l’emanazione della sentenza di condanna. Pertanto, per l’emanazione di tale misura accessoria non vi è necessità di ulteriore provvedimento giudiziale, in quanto il carattere di automaticità è sancito dall’art. 32 del codice penale.

In quali casi viene irrogata la misura dell’interdizione legale?

La sanzione dell’interdizione legale, ai sensi dell’art. 32 cod. penale, discende automaticamente dal passaggio in giudicato della sentenza che condanna alla pena detentiva dell’ergastolo o alla reclusione per un tempo non inferiore ai cinque anni.

Che durata ha l’interdizione legale?

La durata di tale misura sanzionatoria, e quindi lo stato di interdizione legale, è limitata e legata all’espiazione completa della pena detentiva, e, pertanto, alla fine della stessa, la sanzione accessoria viene meno, e così, anche l’ufficio di tutore dell’interdetto, e il reo, al termine dell’esecuzione, tornerà ad avere piena capacità d’agire.

Quali sono le differenze con l’interdizione giudiziale?

L’interdizione legale, come detto, è un provvedimento di carattere sanzionatorio che discende da una sentenza di condanna, e ne deriva come effetto automatico. L’interdizione giudiziale, invece, è disposta con provvedimento dell’autorità giudiziaria, a seguito del quale un soggetto, abituale infermo di mente, viene dichiarato incapace di provvedere ai propri interessi. Pertanto, mentre l’interdizione giudiziale è una forma di “protezione” del soggetto incapace, ed è disposta dall’autorità giudiziaria al fine di predisporre un’adeguata forma di tutela per il beneficiario, l’interdizione legale ha natura sanzionatoria e “lato sensu” punitiva che scaturisce da una condanna penale.

Quali atti possono essere compiuti dall’interdetto legale?

Mentre l’interdetto giudiziale è colpito da un’incapacità totale e assoluta, in quanto egli non può compiere qualsiasi atto di natura personale o patrimoniale, l’interdetto legale ha “solamente” una diminuzione della propria capacità, limitata agli atti di natura patrimoniale. L’interdetto legale conserva quindi una piena capacità di agire relativamente agli atti di natura personale, e quindi può sposarsi, riconoscere un figlio e fare testamento, sia in forma pubblica avanti il Notaio che in forma olografa. Tale assetto di cautele è giustificato dal fatto che l’interdetto legale, non è privo della capacità di intendere e volere, in quanto incapace di un sufficiente discernimento tale da potersi autodeterminare, ma pur pienamente capace, non è ritenuto dall’ordinamento giuridico, in ragione della condanna ricevuta, degno di porre in essere atti giuridici validi.

L’interdizione legale comporta la decadenza automatica dalla responsabilità genitoriale?

No. Ai sensi dell’art. 32 co.3 cod. penale, solo la condanna all’ergastolo comporta la decadenza dalla responsabilità genitoriale, mentre durante la pena detentiva, in caso di condanna penale non inferiore ai cinque anni, la responsabilità genitoriale è sospesa, salvo che il giudice nella sentenza di condanna disponga diversamente. In questi casi la responsabilità genitoriale va a concentrarsi in capo al genitore superstite, e, nel caso il genitore condannato fosse l’ultimo ad aver esercitato la responsabilità genitoriale, dovrà essere nominato ai sensi dell’art. 348 e ss. Cod. Civ.

Tutti gli atti compiuti dall’interdetto legale sono invalidi?

No, sono invalidi solo gli atti di natura patrimoniale, mentre gli atti aventi natura personale conservano la propria validità ed efficacia. Per il compimento degli atti non di ordinaria amministrazione, sarà nominato un tutore che, manterrà il proprio ufficio sino all’espiazione completa della pena del condannato.

Chi nomina il tutore dell’interdetto legale?

Il tutore dell’interdetto legale è nominato con decreto da parte del Giudice Tutelare del Tribunale del luogo di residenza dell’interdetto legale, che apre d’ufficio il procedimento di nomina dopo aver ricevuto da parte del Tribunale penale competente, e in particolare dal Pubblico Ministero, copia della sentenza di condanna. Il tutore dell’interdetto legale sarà scelto dal Giudice Tutelare tra i più stretti congiunti del condannato, e, se ciò non sia possibile, in ragione di un contesto familiare criminogeno, verrà individuato tra le persone che hanno comunque maggiore familiarità con il condannato. Il tutore, a questo punto, entro dieci giorni dalla nomina dovrà iniziare l’inventario dei beni dell’interdetto, anche a mezzo di un Notaio appositamente nominato.

Quali beni gestisce il tutore dell’interdetto legale?

La gestione del tutore dell’interdetto legale è limitata ai beni immobili, e al denaro da essi ritratto (es: canoni di locazione) al denaro che il condannato non portava con sé al momento dell’ingresso nell’istituto, le pensioni corrisposte al condannato (es: pensione di reversibilità, indiretta o di invalidità) e tutto quanto perviene al condannato a titolo di eredità o risarcimento del danno.

 Il tutore può essere esonerato dall’incarico?

Sì, il tutore può chiedere al Giudice Tutelare di essere esonerato dall’ufficio, qualora esso sia diventato eccessivamente gravoso, e, purché vi sia la disponibilità di altro soggetto all’ufficio di tutore. In ogni caso egli conserva tutti gli obblighi inerenti la rappresentanza dell’interdetto, l’amministrazione dei suoi beni, e l’obbligo inerente il rendiconto, fino a quanto il nuovo tutore non abbia giurato

Come si evince l’esistenza di un’interdizione legale?

A margine dell’atto di nascita, da richiedere al Comune di nascita dell’interdetto legale, verrà annotata la nomina del tutore, e la relativa chiusura della tutela.

Il rendiconto dell’amministratore di sostegno

Prima di parlare del rendiconto dell’amministratore di sostegno è bene chiarire il ruolo svolto da questa figura a cui abbiamo dedicato un articolo apposito. L’amministratore di sostegno ha visto la luce nell’ordinamento italiano con la Legge n. 6/2004, la quale ha previsto questa figura a tutela di tutte quelle persone che, a seguito di infermità, menomazione fisica ovvero psichica, sono impossibilitati a provvedere ai loro interessi.

amministratore di sostegno rendiconto
I beneficiari di questa misura sono anziani e/o disabili ma anche soggetti dipendenti da alcool o sostanze stupefacenti, detenuti e tutti coloro i quali non versino in una situazione grave a tal punto dal renderli totalmente incapaci di provvedere ai propri interessi e rendere così necessario il ricorso all’istituto dell’interdizione; in conseguenza di quanto affermato, la condizione necessaria affinché si possa far ricorso all’amministratore di sostegno è che i beneficiari siano in grado di esprimere i propri bisogni.

Il rendiconto dell’amministratore di sostegno: cos’è e come si compila

L’amministratore di sostegno è obbligato ex lege al deposito del rendiconto presso il Giudice Tutelare nominato al termine di ogni anno di gestione, in modo tale che quest’ultimo possa vigilare sull’attività svolta dall’amministratore. All’interno del documento (molti tribunali propongono modelli di rendiconto da compilare e raccomandano di utilizzarli, per facilitare il compito all’amministratore, anche se non sono obbligatori) è necessario indicare lo stato del patrimonio all’inizio del periodo, quantificando:

  • le somme disponibili sui conti correnti;
  • le somme investite;
  • i beni immobili;
  • le autovetture di cui è intestatario il beneficiario.

Successivamente, l’amministratore dovrà elencare tutte le entrare del beneficiario durante il periodo, a tal fine si rivela utile suddividerle per categorie (ad es. pensioni, canoni di locazione, lasciti ereditari, ecc). Si procederà nello stesso modo anche con l’annotazione di tutte le uscite riferite al periodo di riferimento. Infine il rendiconto si conclude con l’indicazione dello stato del patrimonio alla fine del periodo di riferimento. Il termine entro cui va presentato è di 60 giorni che iniziano a decorrere dalla chiusura del periodo di riferimento il quale coincide con il tempo trascorso dall’assunzione dell’incarico (si ricordi, però, che detto termine non è essenziale).

Allegazioni, rendiconto, scontrini: cosa si deve fare?

Alcuni tribunali richiedono l’allegazione degli estratti conto relativi al periodo di riferimento: per questo motivo è consigliabile effettuare tutte le spese a favore del beneficiario a mezzo di strumenti di pagamento tracciabili, in modo da rendere più semplice la compilazione finale del rendiconto.
Qualora i pagamenti per i beni e servizi a favore del beneficiario vengano effettuati in contanti si rende necessario allegare anche gli scontrini fiscali. Il Giudice Tutelare può effettuare così un controllo incrociato, sfruttando la documentazione allegata dall’Amministratore e i valori riportati nel rendiconto, riuscendo a valutare la bontà dell’operato.

Approvazione e non approvazione da parte del Giudice Tutelare

Una volta depositato il rendiconto, il Giudice incaricato lo ispeziona e in caso di esito positivo appone il proprio visto; se richiesto dall’amministratore, il Giudice può liquidare un’equa indennità in favore dello stesso (a seguito di approvazione scritta come vedremo in seguito), valutando l’attività svolta e il patrimonio residuo. Non è scontato che il Giudice Tutelare approvi il rendiconto: in caso di necessità ha facoltà di chiedere un chiarimento all’amministratore, concedendogli un termine per il deposito dei documenti eventualmente richiesti ovvero convocarlo in udienza per chiarimenti. In merito a questo ultimo punto, si ricorda che ai sensi dall’articolo 44 delle disposizioni per l’attuazione del codice civile, il giudice tutelare può convocare in qualsiasi momento l’amministratore di sostegno per ottenere informazioni sulla gestione ovvero per offrire istruzioni circa gli interessi del beneficiario. Se il Giudice Tutelare non è soddisfatto di quanto e come operato dall’amministratore, potrebbe provvedere a sollevare lo stesso dal suo incarico e nominarne un altro.

L’approvazione scritta del rendiconto

Come poco sopra accennato, l’approvazione scritta non è richiesta dalla legge, ma si rende necessaria qualora, come nell’ipotesi sopra riportata, l’amministratore desideri ottenere un’indennità a seguito del suo operato: anche la giurisprudenza ha più volte subordinato la corresponsione del compenso all’approvazione della relazione e del rendiconto finale.

L’usufrutto legale

L’usufrutto legale è previsto dall’art. 324 del codice civile, ed è il diritto spettante ai genitori, esercenti la responsabilità genitoriale, di utilizzare e fruire dei beni del minore, fino a che il minore medesimo non abbia compiuto la maggiore età.

usufrutto legale

Che funzione ha l’usufrutto legale?

La funzione dell’usufrutto legale è strettamente legata alla protezione degli interessi della famiglia, ancor prima del minore, infatti, i frutti percepiti dovranno essere utilizzati in funzione di un più generale interesse della famiglia: tale concezione è da ravvisarsi nel dovere di solidarietà tra consanguinei, riscontrabile anche nell’art. 315 – bis c.c., secondo cui anche il figlio che conviva con la famiglia, deve contribuire al sostentamento della stessa.

Il minore ha capacità di agire?

La capacità di agire, e quindi, l’idoneità di un soggetto a compiere atti giuridici, si acquisisce con il compimento del diciottesimo anno di età, e, pertanto, prima di tale evento, il minore non può validamente compiere un atto dispositivo del proprio patrimonio, in quanto ritenuto dall’ordinamento non ancora “maturo” per comprendere la portata di tali atti giuridici. Pertanto, tali atti verranno compiuti in nome e per conto del minore dai genitori che ne esercitano la responsabilità genitoriale, debitamente autorizzati dal Tribunale competente.

Che differenza c’è con l’usufrutto ordinario?

In primo luogo, la differenza consiste nell’ampiezza dei poteri connessi al diritto, in quanto i genitori, usufruttuari legali, devono amministrare i beni, e i frutti ritratti devono essere utilizzati per i bisogni del nucleo familiare. Inoltre, tra le facoltà connesse all’usufrutto legale, vi è la facoltà di modificarne la destinazione, facoltà non ammessa per quanto riguarda l’usufrutto ordinario, e infine mentre l’usufrutto ordinario “segue” il bene, e la sue vicende sono insensibili a quelle della nuda proprietà, l’usufrutto legale è legato alla proprietà del minore, e, pertanto esiste fin tanto che il minore è proprietario. Il minore, comunque, debitamente rappresentato, e autorizzato dal Tribunale, può sempre cedere sia l’intera proprietà, sia la sola nuda proprietà degli immobili di cui è proprietario.

I genitori possono cedere l’usufrutto legale?

No, non è possibile, e, per come detto, solo il Tribunale può eventualmente autorizzare i genitori a cedere, in nome e per conto del minore la proprietà dell’immobile, o l’usufrutto “ordinario”.

Ho molti debiti, e sono usufruttuario legale di un bene di mio figlio, i miei creditori possono ipotecare tale bene?

No, i creditori personali del genitore, possono solo aggredire i frutti, come ad esempio i canoni di locazione incassati dai genitori, e solo se i debiti sono contratti per scopi inerenti i bisogni della famiglia. I creditori personali del genitore, inoltre, non possono ipotecare il bene di proprietà del minore, proprio perché i genitori non ne sono proprietari, ma solo “gestori”. Pertanto, qualora uno dei genitori avesse problematiche finanziarie, derivanti da un’attività in proprio, i frutti dei beni del minore, non sono aggredibili.

I frutti non utilizzati da parte del genitore vanno restituiti al figlio al compimento della maggiore età?

In linea generale no, i frutti non utilizzati da parte dei genitori, continuano ad essere patrimonio dei medesimi genitori, pur non perdendo il “vincolo di destinazione” impresso per Legge dalla natura dal bene da cui derivano. In un unico caso i genitori, o il genitore superstite, sono tenuti alla restituzione di tali frutti, ovvero quando essi contraggano un nuovo matrimonio. Lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio, infatti, fa venire meno il preminente bisogno della famiglia, e tali frutti, non consumati, verranno restituiti al figlio, ormai divenuto maggiorenne, il quale li potrà destinare e utilizzare a proprio piacimento.

L’usufrutto legale spetta anche sui beni del minore adottato?

Pur in caso di adozione “legittimante”, i genitori non hanno sui beni del minore l’usufrutto legale, e, pur ritraendo i frutti dei beni, sono tenuti a utilizzarli esclusivamente per la cura del minore e non in generale nell’interesse della famiglia. Tale disciplina, sancita dall’art. 48 co. 3 della L. 184/1983, è quindi più restrittiva rispetto a quella del codice civile, che prevede il reimpiego delle somme nell’interesse del nucleo familiare, e ciò in funzione di maggior tutela del patrimonio del minore adottato.

Quali poteri hanno i genitori in caso di usufrutto legale?

I genitori, esercenti la responsabilità genitoriale, quali usufruttuari legali, possono compiere atti in nome e per conto del minore, purché debitamente autorizzati. Differentemente da chi è usufruttuario, i genitori usufruttuari legali, se ravvisano l’interesse del minore, possono persino cambiare la destinazione del bene, circostanza che distingue nettamente la figura dell’usufruttuario ordinario, a cui è precluso qualsiasi cambio di destinazione e funzionalità del bene stesso.

L’usufrutto legale si estende a tutti i beni del minore?

Detto usufrutto, pur trovando fonte nella Legge, non si estende a tutte le proprietà del minore, ma solo ai beni corporali, ovvero ai beni che possano essere oggetto di possesso. Non rientrano, quindi, nel perimetro gestorio dell’usufrutto legale i diritti di credito, e oltre a questi, i beni indicati nel terzo comma dell’art. 324 c.c., ovvero quelli acquistati con i proventi dell’attività lavorativa del minore, i beni ricevuti in dono per intraprendere una professione (si pensi a un legato testamentario avente a oggetto un ufficio), o i beni per i quali il donante abbia effettuato la donazione con l’espressa esclusione dell’usufrutto legale dei genitori.

Cosa accade se il patrimonio del minore è male amministrato?

Nell’amministrazione dei beni del minore, i genitori sono sottoposti alla vigilanza del Tribunale, il che implica che non possono compiere atti di amministrazione se non previa autorizzazione del Tribunale stesso, e, qualora compiano atti di amministrazione in pregiudizio delle ragione del minore, possono essere privati sia dell’amministrazione dei beni, sia, nei casi più gravi dello stesso usufrutto legale. Qualora entrambi vengano rimossi dall’amministrazione, il minore non potrà gestire i beni di proprietà in proprio, in quanto incapace d’agire, e il Tribunale nominerà ai sensi dell’art. 334 c.c. un curatore, che, fino alla maggiore età del minore, avrà l’obbligo di amministrare i beni nell’interesse del minore stesso.