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“SARTORIALITÀ” DELLE SOCIETÀ A RESPONSABILITÀ LIMITATA

lingua attoLa disciplina della Società a Responsabilità Limitata (“Srl”) è stata profondamente innovata grazie ad alcuni interventi normativi che si sono avvicendati nel corso dell’ultimo anno. Gli interventi normativi sono dedicati in modo particolare alle piccole medie imprese (“Pmi”). Si tratta, precisamente, del Decreto legge 24 aprile 2017 n. 50 convertito in legge grazie alla Legge 21 giugno 2017 n. 96, nonché del D. Lgs 3 agosto 2017 n. 129. La legge, di cui sopra, richiama espressamente la legge sulle Start-up innovative e gli incubatori certificati e specificatamente l’art. 26, comma 2 – 3 – 5 e 6, della L. 18 ottobre 2012, n. 179.

Cosa sono le PMI?

La definizione di Piccola media impresa è contenuta nella Raccomandazione 2003/361/CE del 6 maggio 2003, che include nelle Pmi tutte le imprese che: 1) occupino meno di 250 persone;  2) abbiano un fatturato annuo che non superi i 50 milioni di euro; 3) abbiano un totale di bilancio annuo che non supera i 43 milioni di euro. In considerazione dell’economia delle imprese sotto forma di S.r.l. la disciplina delle Pmi è applicabile alla quasi totalità delle Società a responsabilità limitata italiane.

Quali sono le deroghe al codice civile?

La disciplina delle Pmi è una vera e propria deroga al Codice Civile. Difatti, il legislatore usa proprio il termine “in deroga”. Lo scopo delle deroghe è quella di consentire alla volontà dei soci  di poter rendere ancora più flessibile la struttura delle S.r.l.  Ciò consente alla S.r.l. di essere molto più simile alle S.p.a., mantenendo, comunque, tutti i pregi delle S.r.l. ordinarie, come i costi di gestione più bassi rispetto alle società per azioni. È solo il caso di specificare che le deroghe al Codice Civile sono applicabili sia alle S.r.l. ordinarie (con capitale di euro 10.000,00) sia quelle a capitale ridotto, non alle S.r.l.s, non avendo queste uno statuto modificabile per volontà dei soci.

Che cosa è possibile derogare rispetto alla ordinaria disciplina?

Lo statuto di una SRL PMI, può prevedere categorie di quote fornite di diritti diversi e, nei limiti imposti dalla legge, può determinarne il contenuto liberamente anche in deroga a quanto previsto dall’articolo 2468, commi secondo e terzo, del codice civile. Allo stesso modo la società a responsabilità limitata può creare categorie di quote che non attribuiscano diritti di voto o che attribuiscano al socio diritti di voto in misura non proporzionale alla partecipazione da questi detenuta ovvero diritti di voto limitati a particolari argomenti oppure, ancora, subordinati al verificarsi di particolari condizioni non meramente potestative.

Inoltre, in deroga a quanto previsto dall’articolo 2468, comma primo, del codice civile, le quote di partecipazione della società possono costituire oggetto di offerta al pubblico di prodotti finanziari (c.d. crowdfunding), anche attraverso portali per la raccolta di capitali nei limiti previsti dalle leggi speciali.

È anche possibile, in deroga al divieto di operazioni sulle proprie partecipazioni stabilito dall’articolo 2474 c.c. acquistare proprie quote qualora l’operazione sia compiuta in attuazione di piani di incentivazione che prevedano l’assegnazione delle medesime quote di partecipazione a dipendenti, collaboratori o componenti dell’organo amministrativo, prestatori di opera e servizi anche professionali.

Applicazioni pratiche

Nella determinazione del contenuto delle quote di categoria delle s.r.l. PMI, ossia nella determinazione dei “diritti diversi” ad esse attribuiti, l’autonomia statutaria incontra i limiti generali del diritto societario (come il divieto di patto leonino di cui all’art. 2265 c.c.), oppure l’impossibilità di limitare o escludere cause di recesso legale.

La dottrina ha elaborato le seguenti possibili fattispecie.

I diritti diversi che connotano una categoria di quote possono avere ad oggetto diritti inerenti alla circolazione delle quote. È possibile sia attribuire ad una sola categoria di quote il diritto previsto da una clausola limitativa della circolazione delle altre partecipazioni sociali, nonché il diritto di esercitare la prelazione in caso di alienazione di una di esse o il diritto di esprimere un gradimento.

È, anche, possibile assoggettare solo una categoria di quote ad obblighi, oneri o soggezioni: lo statuto può prevedere che solo per una categoria di quote vi sia l’obbligo di concedere la prelazione ai titolari di un’altra categoria di quote o ad altri soci singolarmente individuati o il divieto di alienazione in mancanza di gradimento o la soggezione al diritto di riscatto spettante a un’altra categoria di quote o ad altri soci singolarmente individuati.

È, altresì, possibile creare quote a voto maggiorato o a voto multiplo, nonché prevedere, in relazione alla misura o alla quantità di quote possedute da uno stesso soggetto, limitare o scaglionare il diritto di voto.

I “diritti diversi” possono consistere, anche, nella limitazione o eliminazione di diritti del socio non insopprimibili per disposizione imperativa di legge o inderogabile inerenza al tipo. Una categoria di quote nelle s.r.l. PMI può pertanto essere contraddistinta dalla limitazione o dall’assenza del diritto di sottoscrizione di aumenti di capitale a pagamento, salva l’osservanza dell’art. 2482-ter c.c. oppure la limitazione delle facoltà di informazione e consultazione previste dall’articolo 2476, comma 2, c.c. per il periodo in cui sia nominato un  organo di controllo sulla gestione.

A questo link un esempio di statuto.

Il contratto di convivenza

legge esteroLa Legge Cirinnà definisce il contratto di convivenza come un accordo che deve risultare da un apposito contratto scritto con il quale una coppia (non legata dal vincolo del matrimonio) definisce le regole della propria convivenza attraverso la regolamentazione del suo assetto patrimoniale ed alcuni limitati aspetti inerenti i rapporti personali. L’accordo può essere impiegato anche per regolamentare le conseguenze patrimoniali della cessazione della convivenza.

Chi può stipulare un contratto di convivenza?

Possono stipulare un contratto di convivenza due persone maggiorenni di diverso sesso unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione e da matrimonio. La coppia deve essere stabilmente convivente. Per l’accertamento della stabile convivenza si fa riferimento alla dichiarazione anagrafica di costituzione di nuova famiglia o di nuova convivenza Detta circostanza, tuttavia, non viene ritenuta un presupposto per la validità della convivenza bensì un mero elemento probatorio per provare la convivenza medesima.

Che cosa si può disciplinare con il contratto di convivenza?

Con il contratto di convivenza i conviventi possono disciplinare diversi aspetti patrimoniali fra i quali:

  • le modalità di partecipazione alle spese comuni, e quindi la definizione degli obblighi di contribuzione reciproca nelle spese comuni e/o nell’attività lavorativa e soprattutto nella sfera domestica;
  • l’impegno da parte di uno dei conviventi a prestare la giusta assistenza economica e morale nei confronti del figlio o dei figli dell’altro convivente;
  • i criteri di attribuzione della proprietà dei beni acquistati nel corso della convivenza (i conviventi hanno come regime patrimoniale la separazione dei beni, ma possono optare per il regime della comunione);
  • le modalità di uso della casa adibita a residenza comune (sia essa di proprietà di uno solo dei conviventi o di entrambi i conviventi ovvero sia in affitto);
  • le modalità per la definizione dei reciproci rapporti patrimoniali in caso di cessazione della convivenza.
  • Il contratto può contenere anche disposizioni inerenti la facoltà di assistenza reciproca, in tutti i casi di malattia fisica o psichica (o qualora la capacità di intendere e di volere di una delle parti risulti comunque compromessa), o la designazione reciproca ad amministratore di sostegno.

Con il contratto di convivenza si assumono diritti successori?

La convivenza non attribuisce diritti successori ai conviventi e, conseguentemente, con il contratto non è possibile disporre del proprio patrimonio per il momento in cui si cessa di vivere. A tal fine l’unico strumento idoneo è il testamento, con il quale è possibile disporre a favore del proprio convivente.

Che documenti servono per redigere un contratto di convivenza?

Al professionista, Avvocato o Notaio, che coadiuverà i conviventi nella redazione del contratto di convivenza bisogna consegnare la seguente documentazione:

  • i documenti di identità e il codice fiscale;
  • la certificazione rilasciata dall’anagrafe competente comprovato lo stato civile;
  • gli atti di provenienza dei beni che si intendono inserire nell’accordo;
  • uno schema riassuntivo delle volontà dei conviventi sul come intendono disciplinare i propri rapporti.

Va precisato che l’autentica notarile è obbligatoria nel caso il contratto abbia ad oggetto degli accordi che necessitino di trascrizione nei registri pubblici immobiliari.

Il regime patrimoniale scelto può essere modificato?

Il regime patrimoniale scelto nel contratto di convivenza può essere modificato in qualunque momento purché in forma scritta autenticata, a pena di nullità, da un Avvocato o da un Notaio.

La convivenza dà il diritto di assistenza in ospedale?

In caso di malattia o di ricovero, i conviventi assumono il diritto reciproco di visita, di assistenza nonché di accesso alle informazioni personali, secondo le regole organizzative della struttura ospedaliera pubbliche, private o convenzionate che siano.

E’ possibile “uscire” dal contratto di convivenza?

Il contratto di convivenza si risolvere per accordo delle parti, recesso unilaterale ovvero in caso di matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente e un’altra persona. La risoluzione del contratto di convivenza deve avvenire in forma scritta autenticata, a pena di nullità, da un Avvocato o da un Notaio.

Quanto costa?

L’onere fiscale e il costo professionale dell’accordo di convivenza dipende dal contenuto dell’accordo. A tal fine si invita a rivolgersi al proprio professionista di fiducia al fine di farsi guidare per l’attuazione delle proprie volontà con le forme più economiche e raggiungendo legittimamente il massimo risparmio tributario.

 

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